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Igor Netto, homo sovieticus

By 13 Luglio 2020
Igor Netto

Storia Igor Netto,  uno dei calciatori più forti dell’Unione Sovietica. Bandiera dello Spartak Mosca rifiutò di giocare con il Real Madrid di Di Stefano e Puskas per restare in patria

Il treno fermo nella stazione, linea Vladivostok – Mosca, un uomo guarda fuori dal finestrino in silenzio mentre c’è rumore di festa e di vodka attorno a lui e sulla banchina, dove la folla grida ed esulta; in lontananza gli pare di vedere suo padre Alexander che fa da scorta a Lenin, è infatti stato uno dei Latviešu strēlnieki (Fucilieri Lettoni), stanno recandosi a Mosca per trasferirvi l’esecutivo del governo sovietico.

L’uomo che guarda si chiama Igor’ Netto, gli hanno comunicato che il padre è morto e lui, per non rovinare la gioia ai suoi compagni per aver vinto le Olimpiadi di calcio 1956, resta seduto senza parlare. Che cosa strana conoscere la morte in una stazione sperduta della Russia, proprio come Tolstoj che si spense nella minuscola Astapovo mentre la moglie rimaneva fuori, seduta, in attesa di (non) essere ricevuta. Di morti in Russia ne rimanevano solo due, Lenin e Stalin, in forma di mummie (la salma del georgiano venne sepolta nel 1961) anche se si sussurrava a bassa voce tra la gente la triste posizione di Majakovskij.

«Giaceva sul fianco, il viso rivolto alla parete, accigliato, grande, nascosto fino al mento dal lenzuolo, con la bocca socchiusa, come in sonno. Voltando fiero le spalle a tutti, anche così disteso, anche nel sonno, sembrava slanciarsi caparbiamente chissà dove e allontanarsi. Il suo volto mi riconduceva ai tempi in cui aveva detto di sé “bello, ventiduenne”, perché la morte aveva ossificato la mimica, che raramente le capita di serrare tra i suoi artigli. La sua era un’espressione con cui dà inizio e non si mette fine alla vita. Era imbronciato e indignato».

Lo scrisse in un suo libro autobiografico Boris Pasternak, descrivendo il cadavere del grande poeta morto suicida nel 1930. Non è l’unica pena per Igor’, il fratello maggiore Lev, dopo essere stato catturato dai tedeschi nel 1944, venne liberato dagli americani ma nel 1948 fu accusato di spionaggio e condannato a 25 anni nel gulag di Norilsk, penisola di Taimyr, a nord del circolo polare artico.

Per andare in Australia, alle Olimpiadi, Igor’ aveva dovuto dichiarare di non avere più notizie del fratello dalla fine della guerra; il dolore non appartiene alle parole, il dolore cerca solo una tana dove nascondersi. Lui, Igor’ Netto, è un calciatore favoloso, il migliore di sempre in Russia con il leggendario Jašcin – mancino, grande controllo di palla, instancabile nel difendere e nell’appoggiare l’attacco, calciatore dal continuo dinamismo, sul campo porta eleganza, tecnica, compostezza e forte personalità. Straordinario nei passaggi brevi, geometrici, trova superflui quelli lunghi perché finiscono, come disse una volta, tra la folla, meglio trattenere il pallone che lanciarlo senza logica.

Da sinistra: Mikhail Ogonkov, Jurij Kusnezov, Sergeij Salinkov, Alexij Paramonov and Mikelai Pashkin, (sotto, da sinistra) Boris Tatushkin, Vladimir Shabrov, Anatolij Maslenkin, Igor Netto e Jurij Voinov. (Photo by Keystone/Getty Images)

Per il suo modo di stare in campo viene chiamato gus’, oca: collo lungo e testa alta mentre avanza con il pallone. Soprannome che non gli piace, troppo buffo per la sua grandezza. Netto ha giocato solo nello Spartak Mosca vincendo cinque scudetti e tre coppe dell’Urss, riceve la più alta onorificenza sovietica, l’Ordine di Lenin, nel 1957 diventando una delle celebrità sovietiche più amate dalla gente. Uomo compassato, assai loquace in campo, dettava i tempi di gioco anticipando molto del calcio moderno, anche se lui dichiara senza accorgersene il principio in cui l’organizzazione e il leader, la folla e il singolo, l’obbedienza e il comando sono a fondamento dello Stato sovietico.

É l’Urss del disgelo che, richiamandosi a un romanzo di Il’ja Grigor’evič Ėrenburg, cerca di liberarsi dal terrore funereo di Stalin che poi tornerà deciso a metà degli anni Sessanta con Brežnev; proprio nel 1960 l’Urss diventa campione d’Europa, c’è meno entusiasmo in patria, forse perché la gente prova a sentirsi meno infelice. Due anni dopo, ai Mondiali 1962 in Cile, all’Urss serve un punto contro l’Uruguay per andare agli ottavi di finale. Igor Chislenko segna il 2-1 a poco dalla conclusione, Netto si accorge che il tiro in realtà è finito fuori e rientrato in porta da un buco nella rete. Segnalazione all’arbitro, gol annullato, pubblico in piedi ad applaudirlo. Netto è l’homo sovieticus, quello della trasparenza, il buco nella rete è un inganno, una menzogna e l’Urss non può vincere di frode, sarebbe cattiva propaganda per la nazione; passeranno lo stesso il turno per poi essere eliminati nei quarti di finale.

Per la strada già imbrunisce.
Sbatte in alto una finestra.

Balena una luce, una tenda si gonfia,
veloce un’ombra si stacca dal muro –

beato chi cade a testa in giù:
almeno per un istante – un altro è il mondo.

Igor Netto

Da sinistra a destra: Igor Netto, Lev Yashin, Eduard Streltsov, Constantin Krizhevsky, Valentin Bubukin, Mikhail Ogonkov, Yuri Voinov, Yuri Falin, Anatoly Olyin, Slava Metreveli e Boris Kuznetzov. (Photo by Keystone/Hulton Archive/Getty Images

 

Vladislav Felicianovič Chodasevič, anticipando l’uomo delle Torri Gemelle, il falling man di De Lillo, nei suoi versi sta raccontando un mondo che può essere anche altro e quello di Igor’ Netto – il cui remoto antenato veniva dal Veneto e si recò in Lettonia per lavorare da giardiniere – lo è stato nei suoi silenzi, anche quando, dopo ventisette anni di matrimonio, divorzia da Olga Yakovleva, famosa attrice russa proprio mentre si ammala di Alzheimer. Nessuno ne saprà niente, continueranno a vivere insieme al civico 5 di Taras Shevchenko a Mosca, lei si prende cura di lui come accade a un coniuge.

Cominciano a scivolare via i ricordi di quando è un fortissimo giocatore di hockey sul ghiaccio, prima di rinunciare per dedicarsi al calcio; di quando è capitano dello Spartak e in nazionale; soprattutto di quando, una volta terminato di giocare, se ne sta sul divano per settimane senza far niente, immalinconito dalla solitudine e dall’abbandono; di quando gioca l’ultima partita in nazionale nel 1965, contro l’Austria, pochi minuti prima di essere sostituito dal difensore Gennadij Logofet; anni prima gli avevano proposto di passare al Real Madrid di Di Stefano e Puskas; infine il decennio da allenatore in giro per il mondo.
Mentre perde la memoria sta svanendo l’Urss, chissà se avrà intuito la fine improvvisa dell’impero sovietico; non ha figli che gli possano stare vicino, non ne ebbero per le carriere di lui e della moglie, non c’era tempo per curarli. Olga però non può sempre stargli vicino, è spesso in viaggio nei maggiori teatri russi e allora tocca a Lev, il fratello, quando ormai l’Urss si è sgretolata crollando sui suoi ex abitanti a stargli vicino, ad accudirlo giorno e notte. Dopo la morte di Igor’, nel 1999, il fratello scriverà un libro dal nome “Kliatva” (Giuramento) dove racconterà gli anni passati nei gulag fino al 1957.  Resta solo lei, Olga, di quel tempo, con i suoi anni, intanto nel cimitero di Vagankovo, accanto alla tomba di Jašcin, Igor’ Aleksandrovič Netto sta nella morte come fosse ancora in silenzio a guardare fuori dal finestrino.

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