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Il Benin ha imparato a sognare

By 11 Luglio 2019

Gli “Scoiattoli” si sono dovuti arrendere al Senegal ai quarti di finale di questa Coppa d’Africa. Un ottimo risultato comunque per una Nazione che, per finanziare la propria partecipare alla competizione, ha dovuto introdurre una tassa pro tempore sull’energia elettrica

Il calcio in Benin non è solo lo sport nazionale, ma è un movimento che tocca le corde della società come in pochi altri posti nel continente nero. Ed è proprio per queste ragioni che se un abitante della capitale Cotonou leggesse che si stanno accendendo i riflettori sulle partite di pallone potrebbe addirittura provare un moto d’orgoglio. Anche perché sta contribuendo in maniera concreta all’accensione di ogni singola lampadina, sostenendo il sacrificio chiesto dal governo per inviare la nazionale al Cairo per la Coppa d’Africa. Il presidente Patrice Talon ha disposto l’introduzione di una tassa pro tempore sulla corrente elettrica, stimando un introito pari a 3 milioni di euro. Denaro che verrà utilizzato per versare gli emolumenti all’allenatore, il francese giramondo Michel Dussuyer, per l’acquisto dei diritti tv dell’evento e per pagare volo e albergo alla squadra.

Si tratta di un sacrificio economico considerevole per una nazione che convive con cicliche crisi alimentari e che “vanta” un reddito pro capite di poco superiore a un dollaro al giorno. In un recente passato le trasferte della nazionale erano state agevolate da una tassa sulla telefonia mobile. Ma a quelle latitudini i calciatori godono di un rispetto che sfocia in una sorta di sacralità.

Benin

Uno scorcio della capitale del Benin, Cotonou (Getty Images).

Nella capitale Cotonou, dove i polli e le nutrie vengono venduti in mazzi a bordo strada, a testa in giù come i fiori, dove un qualsiasi angolo e qualche mattone sono sufficienti per costruire una moschea per viandanti, dove tutto sembra funzionare nonostante l’apparente anarchia, il giorno si spegne all’improvviso, alle 18 in punto. In quel frangente entrano in azione dallo schermo televisivo i calciatori della nazionale, idoli incontrastati, soprattutto dopo la clamorosa vittoria ai rigori sulla corazzata del Marocco e lo storico accesso ai quarti di finale del trofeo continentale. C’è chi resta ipnotizzato nel vedere all’opera il portiere saltimbanco Saturnin Allagbé o il “senatore” della truppa Stephane Sessegnon, uno che ha conosciuto la Premier e il Psg, oppure l’attaccante Mickael Poté, figlio di immigrati, nato a Lione, e che il Benin ha iniziato a visitarlo solo vestendo la maglia della nazionale.

Nei quarti di finale contro il formidabile Senegal di Sadio Mane e Koulibaly non è arrivato il miracolo (1-0 per i Leoni della Teranga), anche se i ragazzi di Cotonou, quelli che vivono la quotidianità ammazzando la noia della disoccupazione a sorsi di birra Beaufort nei pub all’aperto, in faccia all’oceano, si sentivano ottimisti. “Chi l’avrebbe mai detto? – racconta Amadou, titolare di uno sgabuzzino che lui chiama negozio d’abbigliamento e di scarpe – per noi è festa nazionale in questi giorni. Era dal 2006, quando il Togo si qualificò per i mondiali, che vivevamo la condizione di inferiorità territoriale. Ora sono loro a guardarci dal basso verso l’alto”. E mentre pronuncia queste parole stappa l’ennesima bottiglia di birra facendo leva con un accendino usa e getta, svuotando sulla sabbia le prime gocce di bevanda. Rito scaramantico e animista? “Macché, è l’unico modo per togliere la ruggine dal collo della bottiglia”.

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