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Il bianco incubo di Tromsø

By 29 Settembre 2020

Il 23 ottobre del 1997 il Chelsea vola al Circolo Polare Artico per affrontare il Tromsø negli ottavi di finale di Coppa delle Coppe. Una abbondante nevicata favorirà i norvegesi trasformando il match in una partita iconica

L’inverno in Norvegia è un lungo blues, la notte e il freddo sono presenze e non semplici passaggi di stagione ostili all’uomo; è una condizione umana che ha dato vita al koselig che in norvegese indica quella sensazione di intimità, di calore, di felicità, di contentezza davanti alluce, al fuoco, alle bevande calde, agli amici, alla tavola, a ogni cosa che dia piacere momento dopo momento, sorseggiando il tempo senza l’ansia di credere di star perdendo qualcosa. Forse il koselig, o almeno una parte, è in questa struggente poesia di Rolf Jacobsen.

Due mani come un casa.
Tu hai detto:
abiteremo qui.
Al riparo della pioggia, del gelo e della paura.
Abitammo la casa
riparati dalla pioggia, dal gelo e dalla paura.
Poi venne il tempo che spazzò via tutto.
Siamo ancora una volta per strada.
Soprabito sottile. Aspira profondamente
sino ad inalare la neve.

Gary M Prior/Allsport

E quando c’è neve, in Norvegia si gioca. Come avvenne il 23 ottobre del 1997, a Tromsø, la città più a nord del mondo, la città del sole di mezzanotte e delle aurore boreali, delle nevicate abbondanti che spesso arrivano oltre i due metri, qui la squadra locale giocò il secondo turno di Coppa delle Coppe contro il Chelsea – la neve trasformò l’incontro in una battaglia epica, tra le più famose del calcio nordico.

La partita, giocata all’interno del Circolo Polare Artico, per le forti nevicate venne sospesa due volte in modo che il personale potesse ridisegnare le linee, strisciando grandi scope. Gullit, allenatore del Chelsea, protestò contro l’arbitro polacco Jacek Granat, in quelle condizioni non era possibile giocare, quella sul campo era una farsa; non si vedeva quasi nulla, la neve entrava negli occhi eppure all’inizio del match il terreno, per quanto mezzo fangoso, pareva reggere, tanto che Nilsen Stainar e Frode Fermann portarono avanti la squadra norvegese nel gelo della sera, solo che a un certo punto il cielo polare provocò una bufera, il campo diventò bianco e i calciatori persero la loro identità.

Si faticava a stare in piedi, Gullit protestava di continuo, non era possibile proseguire con la neve che impediva i movimenti e si accumulava di lato, gli steward l’ammucchiavano facendo la fatica di Cenerentola – mentre la tempesta, ignorando la loro difficoltà, si faceva onnipotente su tutti. Le linee del campo dopo poco erano di nuovo invisibili, ricoperte dalla neve, il buio stringeva sugli uomini ma i calciatori provavano a correre e a tenere palla; la tormenta schiaffeggiava chiunque ne fosse coinvolto.

Gary M Prior/Allsport

“Ma la sera stessa fece un tempo spaventevole, infuriò una tormenta di neve, incalzata dal vento di sud – est, né il maltempo accennò di voler cessare. Era l’inizio di una di quelle nevicate che durano tre giorni. Questa volta essa fu accompagnata da un freddo terribile, da un tempo tempestoso e avvolse il cielo e la terra in una stessa nebbia. Il vento soffiava aspro e glaciale; tutto lo spazio non era altro che una tormenta sibilante”

Johannes Vilhelm Jensen, grande scrittore danese, in un suo potentissimo racconto, descrive il gelo e la morte, la minaccia e la paralisi – i calciatori e il pubblico quella sera parevano rimpiccioliti per il freddo, rappresi dentro la loro fragile resistenza. In panchina si moriva di ghiaccio, i cappelli erano ricoperti di bianco, gli spettatori lanciavano palle di neve e una, senza forza, sfiorò Zola vicino alla bandierina del calcio d’angolo.

Si vedeva pochissimo, quasi niente, Gullit continuava a chiedere la sospensione della partita senza che qualcuno lo ascoltasse davvero, le dita si erano gelate, negli angoli la neve si stendeva soffice, erano i punti in cui si scivolava di più mentre a centrocampo il terriccio provava ad affacciarsi, smosso dai tacchetti, prima di essere ricoperto dal ghiaccio. Quel Chelsea, che poi la coppa l’avrebbe vinta, aveva Leboeuf, Hughes, Vialli, Di Matteo, Sinclair ma quella sera soffriva, soffriva tanto perché i calciatori norvegesi arrivavano prima sul pallone, abituati al gelo artico.

Gary M Prior/Allsport

Gli inglesi erano arrivati in mattinata sotto una pioggia di fango e di neve con la convinzione di schiacciare la piccola squadra norvegese, decine di ragazzini all’aeroporto avevano chiesto autografi; a Gullit, assai perplesso per il tempo, venne mostrato un telo di plastica che avrebbe dovuto proteggere quel che restava del campo dai cumuli di neve. Il campo venne poi ripulito con rastrelli, pale, aspiratori e a sera la neve era più nell’aria che a terra, si decise di usare comunque il pallone rosso per renderlo meglio visibile.

A poco dall’inizio della partita Martin Årst bruciò una gigantesca occasione da solo davanti al portiere prima che il Tromsø segnasse due gol e quando il cielo cominciò a sbriciolarsi sulla terra i calciatori, come il pubblico, si tiravano manciate di neve addosso per scherzo, lo fece Wise su Kraemer che, dopo essersi girato sospettoso, sorrise e abbracciò il calciatore inglese; ci furono goffi salvataggi sulla linea sotto una neve che non lasciava capire chi fosse l’uomo che aveva colpito la palla; sugli spalti alcuni avevano addosso più vestiti per ripararsi dal freddo, altri parevano pupazzi imbacuccati.

Intanto Gullit continuava a urlare che quella non era una partita di calcio, si sbracciava, inveiva, c’era neve, neve e ancora neve. Quando la partita venne per la prima volta interrotta Reidar Hansen era tra i volontari che spalarono le linee per renderle di nuovo chiare, all’arbitro bastava questo, la neve era sopportabile, non avrebbe impedito alla partita di concludersi; Håkan Sandberg, l’allenatore norvegese, sperava di vincere almeno di quattro gol grazie anche alla tempesta a cui gli inglesi non erano abituati; solo che Vialli, dopo uno splendido dribbling, segnò per il Chelsea. Per scavalcare la neve, quando si fece fitta, si lanciava di continuo la palla, mandandola verso la porta avversaria, inutile provare gli schemi. Ole Martin Årst, però, mandò il Tromsø a tre gol e a quel punto Gullit e l’intera panchina ripresero a contestare l’assurdità di quello che stava avvenendo; nel finale ancora Vialli in rete. Tre a due. Quando l’arbitro fischiò il pubblico gioì per l’incredibile vittoria, il freddo rese più scura la notte, la neve, invece, indifferente, proseguì la sua caduta come se il cielo avesse intenzione di restituire alla terra tutte le colpe che non le aveva perdonato.

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