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Il Cagliari non ha le vertigini

By 4 Novembre 2019

Ecco come, in un solo anno, a Cagliari la parola Europa non è più un tabù

Nei piani alti della classifica di Serie A c’è un inquilino inatteso, uno che ad agosto non sembrava poter occupare un attico con vista panoramica sul campionato e che pure oggi risulta difficile pensare di sfrattare. Il quarto posto del Cagliari, pari punti con Lazio e Atalanta, non ha niente di casuale, non è frutto di un paio di episodi fortunati o di un calendario semplice, non è riconducibile a qualche variabile impazzita. Anzi, a ben vedere i sardi con la dea bendata sono pure in credito, considerando gli infortuni patiti da Cragno e Pavoletti, eppure sono lì, nel gruppo di testa, con pieno merito.

Per la terza volta in altrettante stagioni sono andati a vincere sul campo dell’Atalanta, non una cosa banale. Per uno strano scherzo del destino, anche l’anno scorso passarono in vantaggio con una punizione deviata da un difensore alle spalle del portiere, ma i corsi e ricorsi storici, le similitudini, si fermano qui. Quel Cagliari, dopo il gol di Barella e anche prima di esso, si produsse in una partita di sofferenza e sacrificio, respingendo gli attacchi dell’Atalanta, lasciando comprensibilmente l’iniziativa ai padroni di casa.

Quello di quest’anno, prima dell’autorete di Pasalic sul piazzato di Lykogiannis, aveva già creato almeno tre palle gol evidenti, imponendo dal primo minuto il suo ritmo alla partita. Tra le due partite c’è tutta la differenza tra due squadre che sono la stessa ma appaiono profondamente diverse, un enorme salto di qualità che coinvolge società, giocatori e allenatore.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images).

Com’è successo che il Cagliari, nell’arco di meno di una stagione, sia passato da lottare per la salvezza a cullare legittimi sogni europei? Come è nato e si è evoluto il progetto tecnico e tattico che ora affascina tutta l’Italia calcistica? I fattori che hanno portato a questa crescita sono diversi, e partono da una campagna acquisti dispendiosa ma intelligente. Partono dalla cessione di Barella e dalla volontà di utilizzarla per rilanciare la scommessa investendo su un reparto di centrocampo che oggi appare tra i più completi e qualitativi di tutto il campionato. Gli arrivi di Rog, Nandez e Nainggolan hanno ridisegnato profondamente la squadra, mutando gerarchie e logiche di sviluppo del gioco, ma tra l’avere degli ottimi giocatori e trovare l’alchimia giusta per farli funzionare insieme ce ne passa. Ed è lì che si inserisce il lavoro dell’allenatore.

Rolando Maran è sempre stato un profilo non troppo sponsorizzato tra i tecnici di Serie A. A Verona, sponda Chievo, è stato capace di costruire una continuità nel massimo campionato che si poggiava sulla stabilità difensiva e su un calcio speculativo e decisamente poco incline allo spettacolo. Persino a Cagliari, nella prima stagione, si è confermato per quello che si era visto al Chievo: schemi ripetitivi nel tentativo di sfruttare al massimo un potenziale minimo, tanti cross in mezzo all’area e poi speriamo che ci pensi Pavoletti. Maran è il primo che quest’anno è stato chiamato a un cambio di prospettiva, a fare i conti con ambizioni e potenziale diversi, e in pochi quest’estate lo ritenevano all’altezza della sfida.

Le perplessità si sono confermate con l’avvio del campionato: due sconfitte nelle prime due partite in casa. Particolarmente scottante (e brutta) quella col Brescia, arrivata per un rigore inesistente ma comunque al termine di una partita giocata male. L’ossessione di voler far giocare tutti insieme i tre nuovi acquisti del centrocampo ha portato forse a una limitazione del loro potenziale, con Nainggolan inventato regista davanti alla difesa, sacrificato lontano dalla porta e costretto a fare (peraltro molto più che dignitosamente) un ruolo che non gli appartiene del tutto.

 

(Photo by Enrico Locci/Getty Images).

Paradossalmente la svolta per il Cagliari è arrivata con l’infortunio del suo uomo chiave, il terzo nel giro di poco tempo dopo quelli di Cragno e Pavoletti. L’assenza del belga ha costretto Maran a ridisegnare la sua squadra ripescando Cigarini in cabina di regia. Contro Parma, Genoa e Napoli sono arrivate tre vittorie consecutive con 7 gol fatti, ma soprattutto la conferma che la strada da imboccare era un’altra, che non si costruisce una squadra a partire dai singoli ma i singoli si esaltano solo all’interno di una squadra.

Da quel momento Maran ha iniziato a ruotare i suoi uomini di centrocampo senza rinunciare mai a un regista vero. Soprattutto ha riportato il raggio di azione di Nainggolan venti metri più avanti, permettendogli di essere più efficace in fase di raccordo tra centrocampo e attacco. Oggi il belga è un punto fermo di un centrocampo che continua ad alternare i suoi uomini senza alcuna perdita di efficacia: Nandez, Castro, Rog, Ionita, Cigarini e Oliva si danno il cambio senza che il gioco a uno o due tocchi ne risenta minimamente. Un reparto in cui i movimenti senza palla ad attaccare la verticalità sono cruciali, e non è un caso che cinque dei 18 gol segnati dai sardi nelle prime 11 partite portino la firma di un centrocampista (8 sono quelli degli attaccanti, 3 dei difensori, 2 gli autogol).

Il Cagliari si è evoluto nel corso di questo avvio di stagione, passando dal 4-3-1-2 a cui era abituato a un 4-3-2-1 estremamente dinamico che in fase offensiva permette di riempire il campo con i movimenti ad allargarsi delle mezzali e le sovrapposizioni dei terzini (Pellegrini a sinistra e Faragò a destra) e che in fase difensiva si trasforma in un 4-3-3 con João Pedro e Nainggolan larghi davanti a creare una situazione di uno contro uno in pressing sulla costruzione dal basso dell’avversario che ha di fatto inceppato la macchina di Gasperini. Ma il calcio della squadra di Maran è molto più fluido di quanto i numeri possano raccontare, anche grazie all’arrivo di una prima punta di grandissimo movimento come Simeone, capace di dare profondità e allargarsi creando spazi per gli inserimenti dei compagni più di quanto non sarebbe stato in grado di fare un centravanti più classico come Pavoletti.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

Ma la metamorfosi del Cagliari è soprattutto un fatto di personalità. Quella portata da Nainggolan, quella connaturata nelle caratteristiche di Nandez, quella che Maran sta infondendo a tutto il gruppo. “Nessun obiettivo ci è precluso” ed “Europa non è una parolaccia” sono alcune delle ultime dichiarazioni rilasciate da un tecnico che non gioca a nascondersi dietro l’obiettivo di una tranquilla salvezza per poi vedere cosa succede, ma che ha deciso di assumersi totalmente la responsabilità del potenziale della sua squadra.

Parole che possono sembrare fin troppo temerarie esattamente come quelle pronunciate al termine della partita contro l’Atalanta, in cui l’allenatore veneto ha dichiarato di aver mostrato ai suoi giocatori la partita fatta dal Manchester City in Champions per capire come affrontare i bergamaschi. Tra il Cagliari e la squadra di Guardiola passano diverse categorie, è evidente, ma alla base della scelta di Maran (poi rivelatasi vincente) c’è la convinzione che un’idea di calcio non debba necessariamente restare confinata dentro ai recinti ideologici tracciati dalla qualità di una rosa, e che un calcio propositivo si possa fare anche in Sardegna.

Senza questo tipo di mentalità, senza il coraggio di andare a fare la propria partita su tutti i campi non rinunciando mai a un atteggiamento proattivo, il Cagliari non sarebbe dove è. Non avrebbe ottenuto 9 risultati utili consecutivi e non sarebbe imbattuto in trasferta, dove ha ottenuto 3 vittorie e 2 pareggi. Se fosse una squadra che si accontenta di puntare alla salvezza, non avrebbe cercato a Napoli una vittoria arrivata negli ultimi minuti e nel momento di maggiore pressione degli avversari, non si sarebbe riversato in avanti per provare a trasformare in una vittoria il pareggio ottenuto in casa del Torino, non avrebbe aggredito l’Atalanta in casa sua fin dal primo minuto.

(Photo by Enrico Locci/Getty Images).

Il primo passo per diventare una grande squadra è riconoscersi come tale. Guardarsi allo specchio e capire ciò che si è senza avere paura di osare. Se il Cagliari oggi si gode la migliore partenza in campionato dai tempi dello Scudetto e può seriamente pensare di tornare in Europa a 26 anni di distanza dalla Coppa Uefa sfiorata agli albori dell’era Cellino, è soprattutto perché pensa di poterlo fare.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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