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I gabbiani di Cantona seguono ancora il peschereccio

By 25 Gennaio 2020
QuattroTretre Quizzone Cantona

Il 25 gennaio del 1995, dopo essere stato espulso in casa del Crystal Palace, Eric Cantona colpiva un tifoso con un calcio volante. Ecco cosa resta, 25 anni dopo, di uno dei momenti più folli della storia del calcio che si è concluso con una delle conferenze stampa più belle della storia del calcio

 

 

 

 

«Giudicare i personaggi
vuol dire farne delle macchiette»
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere

 

Eric Cantona scosta la tenda e prova a guardare fuori dalla finestra della sua cucina. È giorno già da qualche ora, eppure il sole non riesce a filtrare fino a quel giardino. È come se all’improvviso qualcuno avesse tirato su una barriera. Un muro fatto di carne e di ossa, una parete dalla quale spuntano solo sguardi taglienti e sorrisi ostili. Ce ne sono a decine. Se ne stanno lì fuori, immobili. Con colletti inamidati e con i tailleur colorati. Giornalisti. Fermi, microfono in resta e telecamera appoggiata sulle spalle. Sono lì dio solo sa da quanto tempo. Nel tentativo di rubare un’immagine, di strappare un brandello di dichiarazione.

«Penso che bisognerebbe tagliare le palle a Eric Cantona». Brian Clough.

Perché sono giorni che non si parla d’altro. Per le strade, nei pub, in televisione. Ancora e ancora e ancora. Tutti sono invitati a esprimere la loro opinione. Nella maniera più colorita possibile. Brian Clough, uno che aveva preso a pugni Roy Keane ai tempi del Nottingham Forest, guarda in camera e dice che «bisognerebbe tagliare le palle a Eric Cantona».

Gli altri sono semplicemente più educati. «Sono disgustato dal fatto che un uomo della sua statura si sia abbassato a tanto. Non dovrebbe mai più giocare per lo United», tuona Alex Stepney. «Andando verso la folla si è comportato da hooligan. Non ha niente a che vedere con lo sport», sentenzia Bill Foulkes. «Tu, teppista!» titola il Sun. «Il gesto di Cantona mi ha disgustato. Per un professionista, perdere la testa in quel modo è imperdonabile. Molti ex giocatori lo difendono, ma sbagliano» garantisce Sir Stanley Matthews.

 Shaun Botterill/ALLSPORT

La processione davanti alle telecamere è iniziata quasi subito, fin dalle prime ore della serata. Perché non c’è niente di più maestoso di una divinità che cade nella polvere. E tutti vogliono avere un posto in questa storia.

Una storia iniziata a Londra il 25 gennaio del 1995. Un mercoledì come tanti in una serata qualsiasi dell’inverno più piovoso del Ventesimo secolo. Solo acqua e ghiaccio. Solo freddo che sega le ossa e vento che taglia le labbra. Si gioca a Selhurst Park, Bromley, la zona residenziale a sud della City. Un terreno che per secoli ha offerto rifugio agli zingari. Una foresta famosa per aver fornito legna allo scafo di sir Francis Drake.

È qui che il Crystal Palace riceve il Manchester United. Il calendario dice che si tratta della giornata di campionato numero ventisei. Quello che non racconta è che per la prima volta i Red Devils hanno paura. Dopo due scudetti consecutivi, ora Alex Ferguson si trova in difficoltà. Perché nella prima casella della classifica non c’è più scritto Manchester United, ma Blackburn Rovers. Non una squadra normale. La squadra di Kenny Dalglish, uno che ha scritto la storia del Liverpool. La squadra di Alan Shearer, l’attaccante che Ferguson aveva provato a portate a Manchester a ogni costo prima di ingaggiare Eric Cantona.

«Ho rifiutato il contratto del Manchester United perché, dopo aver parlato di un mio possibile trasferimento, non mi hanno chiamato una seconda volta». Alan Shearer

LaPresse.

Ed è proprio Shearer a soffiare sul fuoco della rivalità fra i due club. «Ho rifiutato il loro contratto perché, dopo aver parlato di un mio possibile trasferimento, non mi hanno chiamato una seconda volta». Dice ai giornalisti. E ancora: «Il Manchester United ha vinto due titoli di seguito. Non ha nessun diritto divino per vincere anche in questa stagione».

Poi era arrivato lo scontro diretto. Tre giorni prima, a Old Trafford. Un solo, misero, gol. E lo United aveva battuto la capolista. Solo un colpo di testa che finisce in fondo al sacco. Ed Eric Cantona aveva  dimostrato che Ferguson aveva fatto bene a non richiamare Shearer.

A Selhurst Park, però, va in scena una partita molto diversa. Negli spogliatoi Alan Smith prende in disparte Richard Shaw e gli spiega il copione da recitare. Vuole che il suo centrale sia attaccato a Cantona come “un cerotto”, che non gli dia un attimo di respiro. Shaw ripete e annuisce, ringrazia e rassicura il suo allenatore. Poi va in campo ed esegue alla perfezione.

Per tutto il primo tempo non perde di vista un attimo Cantona. Dove c’è il francese, c’è anche lui. Appoggia le mani sulla sua schiena, gli tira la maglietta, lo contrasta duro. L’arbitro, l’ingegnere elettronico Alan Wilkie di Newcastle Upon Tyne, non fischia praticamente mai. Lascia correre, dice a Cantona di non lamentarsi, di pensare solo a giocare. Il piano di Alan Smith è perfetto. In 45’ minuti il Manchester United non è mai pericoloso, non riesce mai ad arrivare dalle parti di Martin.

 Shaun Botterill/ALLSPORT

Le squadre stanno rientrando negli spogliatoi, quando Cantona si avvicina all’arbitro. «Nessun fallo nel primo tempo, vero?» grida. «Proprio così», risponde Wilkie. «Bene – aggiunge il francese – allora non fischiare nessun fallo anche nel secondo tempo». Subito dopo tocca a Ferguson. «Ma come fai a non ammonirlo – urla in faccia al direttore di gara – non vedi come sta entrando su Cantona? Devi solo fare il tuo lavoro».

La ripresa dura solo tre minuti. Peter Schmeichel calcia lungo un pallone che supera il centrocampo e plana verso Cantona. Richard Shaw gli sta addosso. Ancora. Con le mani. Con il corpo. Con i piedi. Stavolta è troppo. Stavolta Cantona non ha nessuna intenzione di aspettare un fischio che non arriverà. Il francese rallenta e scalcia il difensore avversario. Poi si ferma a guardare Shaw che perde l’equilibrio e ruzzola per terra. Alan Wilkie stavolta ha visto tutto. E tira fuori dalla tasca il cartellino rosso.

Cantona si porta le mani sui fianchi. Resta fermo ancora un attimo, poi si cammina verso il tunnel degli spogliatoi.

Un passo. Due passi. Tre passi. Quattro passi

Con lo sguardo che pettina l’erba di Selhurst Park. Con le mani che abbassano il colletto della sua maglia nera. È il segnale che il Re ha abdicato, che è finita davvero.

Diciassette passi. Diciotto passi. Diciannove passi. Venti passi.

Sembra frastornato, svuotato. Si ferma a pochi metri da Ferguson. Con la schiena verso la panchina e l’espressione torva rivolta ad Alan Wilkie. Passano cinque secondi. Solo cinque secondi di niente prima che Cantona riprenda la sua marcia, prima che esca di scena una volta per tutte.

Ventuno passi. Ventidue passi. Ventitré passi. Ventiquattro passi.

È allora che Cantona lo vede.

Il suo giaccone nero. La sua camicia bianca. I suoi pantaloni chiari. La sua cravatta improbabile.

Corre giù per venti file solo per urlargli qualcosa. Si precipita fino alla balaustra solo per recapitargli il suo messaggio. «Vattene affanculo, francese figlio di…», grida.

Shaun Botterill/ALLSPORT

Cantona si ferma davanti a lui. Con il cuore che pompa e con i denti che premono l’uno contro l’altro. Lo osserva per una frazione di secondo, poi si divincola dalla presa di Norman Davies, il magazziniere dello United che per tutta la vita sarà ricordato come “Vaselina”, e si lancia verso gli spalti. Prende la rincorsa con il sinistro e gli è addosso con il destro. Un calcio al centro del petto. E nel momento in cui i suoi tacchetti affondano in quel giaccone nero, due esistenze destinate a non incontrasi mai si annodano l’una all’altra. E si trascineranno giù verso un abisso fatto di lacrime e dolore. Ma a Cantona non basta. Chiude la mano destra in un pugno e prova a colpirlo. Con una furia tanto cieca quanto grossolana, una rabbia frustrata dalla repentina ritirata del suo bersaglio. Alla fine Peter Schmeichel afferra Cantona per il braccio destro e lo trascina via mentre Paul Ince urla ai tifosi del Crystal Palace «Venite pure, vi prendiamo tutti».

La gravità della situazione è chiara a tutti. Fin da subito. È chiara a tutti tranne che ad Alex Ferguson. Perché mentre Cantona esce dal campo, l’allenatore è girato di spalle. Sta cercando di lanciare qualche indicazione ai suoi, sta provando a convincerli che giocare altri quaranta minuti in inferiorità numerica non è poi un grande problema. Non si è accorto di niente, Ferguson. Non ha visto il suo attaccante saltare fra gli spalti. Non lo ha visto colpire un tifoso con un calcio. Non l’ha visto mandare in fumo una stagione intera.

Se ne accorgerà solo qualche ora più tardi, una volta tornato a casa, a Manchester. Suo figlio Jason ha registrato la partita. E gli domanda se ha voglia di vederla insieme a lui. Ferguson scuote la testa e sorride. È stanco. Troppo stanco per rivivere tutto un’altra volta. Troppo debole per guardare la sua squadra che si fa umiliare nuovamente. Ha bisogno di infilarsi sotto le lenzuola fresche, accanto al corpo caldo della moglie Cathy. Solo che non riesce a prendere sonno. Così decide di alzarsi. Va in salotto. Spinge la cassetta nel videoregistratore, si butta sul divano. Annota gli errori del suo Manchester United. Poi manda avanti fino all’inizio del secondo tempo. Si rivede a bordocampo, con la bocca espansa dal chewing gum e le mani che impartiscono ordini incomprensibili. Una posa ridicola una volta smaltita l’adrenalina. Ma è al minuto numero quarantotto che Ferguson capisce cos’è che non ha visto in diretta. È al minuto numero quarantotto che Ferguson vede il suo castello venire giù.

Mike Hewitt/ALLSPORT

La mattina successiva il Board dello United si riunisce all’Alderley Edge Hotel di Macclesfied Road. Pre tre, lunghissime, ore. Il club deve trovare una linea difensiva. E deve farlo alla svelta. Perché la Football Association ha fretta di parlare. Perché ogni trasmissione, ogni bar, ogni maledetto angolo d’Inghilterra si è trasformato in un tribunale del popolo. E la gente ha sete di giustizia. La Federazione, in via informale, ha sondato la disponibilità del Board a rescindere il contratto di Cantona. Ma non è questo il problema. Perché gli avvocati della FA si stanno spremendo le meningi già da qualche ora. Sono alla ricerca di qualsiasi cavillo che possa giustificare una squalifica a vita per il francese.

Alex Ferguson è deciso a scaricare Cantona. Troppo forti le pressioni esterne, troppo grande la macchia da lavare via. Poi, mentre raggiunge i vertici del club, telefona a un amico. «Ti ricordi John McEnroe? In campo si arrabbia e insulta gli arbitri – dice la voce dall’altro lato della cornetta – ma fuori dal campo è affascinante. Eric è lo stesso. Non abbandonarlo». E all’improvviso tutto è più chiaro nella sua testa. Per qualche minuto pensa di aver trovato una soluzione geniale. Si potrebbe affermare che l’aggressività di Cantona era dovuta a un calo glicemico. Oppure a un’infezione virale che potrebbe aver colpito il padre e ha messo in agitazione tutta la famiglia. Ma non è così che deve andare. Eric deve rimanere allo United. Ma deve pagare per quello che ha fatto, per il danno che ha procurato al club.

Alla fine a presentarsi davanti ai cronisti è Martin Edwards. Il Presidente del Manchester United Football Club. «Bene signori – dice – Il nostro Gioco è più grande del Manchester United e il Manchester United è più grande di Eric Cantona. Abbiamo deciso di fermare Cantona fino al termine della stagione. Si perderà fra le sedici e le venti partite, nel caso in cui riuscissimo ad arrivare alla finale di FA Cup». Ferguson, invece, si precipita al campo di allenamento per parlare con la squadra. Per rassicurare i suoi giocatori. «Signori – giura – sono qui per garantirvi che lotterò con tutte le mie forze per portare a casa Eric. Ieri sera ha commesso un grande errore. Ma lui resta pur sempre uno del Manchester United. E il Manchester United non abbandona un proprio giocatore. Figuriamoci il proprio capitano».

Clive Brunskill/Allsport

Poco più tardi la Football Association convoca d’urgenza i giornalisti. Il presidente ha una comunicazione ufficiale da leggere. Dopo una lunga attesa una falange picchietta su un microfono. È lui. È Graham Kelly. In tanta carne e poche ossa. «Per prima cosa, grazie per essere accorsi qui – dice il presidente della FA – Quello che è successo è una macchia per questo sport. Se il reato sarà provato, il giocatore andrà incontro a una severa punizione. La FA non ha il potere di imporre una sospensione immediata, ma siamo stati in contatto con il Manchester United e siamo ottimisti su una risposta appropriata del club». Fa una pausa, si interrompe per far aumentare la tensione. Poi riattacca. «Siamo fiduciosi sul fatto che il Manchester ammetta la sua responsabilità. Non tanto per il loro club, quanto per gli interessi più grandi che riguardano il nostro Gioco. Per il momento non posso dire altro. Dato che due tifosi hanno sporto denuncia contro Cantona, quanto successo ieri è al centro di un’indagine di Scotland Yard».

Passa giusto qualche ora ed ecco che Eric Cantona si rigira fra le mani una lettera. L’ha letta già una mezza dozzina di volte. Fino a quando non l’ha imparata a memoria, fino a quando non si è stampato bene in testa quelle lettere nere. «Egregio signor Cantona, in riferimento al suo comportamento di ieri sera, lo United Board ha deciso di sospenderLa fino a fine stagione. Per consentirLe di mantenere il suo stato di forma, il club sta pensando di farLe disputare, in futuro, una serie di partite con la squadra riserve. In seguito alla denuncia sporta da due tifosi, Scotland Yard ha avviato un’indagine sull’accaduto Le sono state concesse due settimane per preparare la sua difesa».

Cantona torna in camera da letto e si infila i primi vestiti che trova. Un paio di pantaloni neri. Una maglietta bianca. Una felpa nera. Quella giacca colorata che gli piace tanto. È gialla. È rossa. È blu. È nera. Con i teschi e le ossa e i fulmini e uno scarafaggio disegnati sul retro. Esce da casa e cammina in mezzo ai giornalisti riuniti nel suo giardino. Stando ben attento a non chiedere scusa. Facendo molta attenzione a non dire che gli dispiace. Dritto. Fino alla sua auto aziendale. Nessuna parola. Solo il rumore della portiera che si chiude e del motore che si accende.

LaPresse.

Una scena che si ripete anche il giorno successivo. Solo che questa volta Cantona decide di guidare fino al mega store del Manchester United. E di comprare una maglia da bambino dei Red Devils. È per suo figlio. Così chiede all’inserviente di stampare sul dorso della divisa il numero 7 sovrastato dal suo cognome. Poi ritorna alla sua Audi aziendale e guida fino al Cornerhouse Art Center per bere un bicchiere con un amico. Con l’unico amico che non ha millantato impegni. Quando sta per tornare a casa, Cantona viene circondato da sei persone. Lo insultano. Lo provocano. Gli chiedono di fare a botte. Lì davanti. A mani nude. Cantona ascolta e sorride. Ascolta e allarga le braccia. Poi capisce che è meglio tornare a casa, che è meglio lasciare perdere.

Quando imbocca il vialetto di casa li trova ancora lì. Sul suo prato. Davanti alla sua porta. Sotto alle sue finestre. È la banda di The World. Il programma notturno di Channel Four. Se ne stanno lì con le fiaccole in una mano e un mazzo di fiori nell’altra. Intonano canzoni di pace con un’espressione bellicosa sul volto. Vogliono solo che Isabelle apra la porta. Vogliono solo restituire la linea allo studio senza dover ammettere che non se li è filati nessuno.

«Ti consiglio di togliere quel microfono da davanti al mio naso. Perché con quella pelliccia intorno sembra un coniglio. E io ai conigli sparo». Albert Cantona.

I giornalisti, intanto, si arrampicano sulle Hautes-Alpes. Su. Ancora più su. Fino a casa di Albert Cantona. Di lui sanno poco o niente. Solo che ha origini sarte. Solo che è il padre di Eric. Solo che probabilmente ha abitato in una grotta. Piantonano la sua casa fino a quando non lo vedono uscire. Poi gli spingono un microfono davanti alla bocca. «Signor Cantona – domandando – non pensa che suo figlio abbia esagerato? Non pensa che debba delle scuse». Solo che Albert Cantona non è il genere di persona che gradisce le interviste. Soprattutto dopo che suo figlio ha preso a calci un tifoso in diretta. «Senti – risponde a denti stretti – quando mio figlio gioca bene nessuno viene qui. Ora invece siete corsi tutti. Ti consiglio di togliere quel microfono da davanti al mio naso. Perché con quella pelliccia intorno sembra un coniglio. E io ai conigli sparo».

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Sabato 28 gennaio il Daily Telegraph pubblica due editoriali in prima pagina. Il primo celebra il cinquantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. Il secondo attacca Eric Cantona. Niente in confronto al Manchester Evening News. Anche qui c’è una foto di Cantona. Una foto di Cantona che esce dalla doccia con una cuffia rosa in testa e un rasoio stretto nella sinistra. Si domandano perché alle ragazze inglesi piacciano così tanto i calci di questo francese.

Intanto in un appartamento di Londra c’è un telefono che non la smette un attimo di suonare. A qualsiasi ora del giorno. A qualsiasi ora della notte. Ogni volta che risponde, una voce diversa gli dedica un pensiero. «Stiamo venendo a prenderti», dicono. «Stiamo venendo ad ammazzarti, non ti piacerà per niente», garantiscono. Matthew Simmons aveva smesso all’improvviso di essere una persona invisibile. Perché il 25 gennaio del 1995 era andato allo stadio con il suo giaccone nero. Con la sua camicia bianca. Con i suoi pantaloni chiari. Con la sua cravatta improbabile. Si era precipitato giù per 20 file di seggiolini solo per insultare Eric Cantona. Solo che a quegli insulti aveva fatto seguito un calcio in pieno petto. E a quel calcio in pieno petto aveva fatto seguito una denuncia. Ea quella denuncia aveva fatto seguito una intervista.

A dire il vero non la voleva neanche fare quella intervista. Ma i giornalisti del Sun gli avevano detto che la popolarità che meritava sarebbe finalmente arrivata. E poi i giornalisti del Sun gli avevano promesso un assegno da 20mila sterline. Così si era fatto fotografare. Con la camicia aperta per mostrare qualche graffio sul petto. E si era fatto anche intervistare. «Vorrei delle scuse» aveva detto «allora potrei anche decidere cosa fare. Potrei anche far cadere le accuse». Poi era arrivato il titolo che copriva metà pagina. «I tacchetti di Cantona così vicini hanno picchiato contro il mio cuore». Simmons aveva stretto la mano ai giornalisti del Sun ma i soldi non erano ancora arrivati. Aveva ringraziato i giornalisti del Sun, ma la popolarità che meritava non gli era piaciuta così tanto.

 (Photo by Allsport/Getty Images)

Perché prima era arrivata una lettera. Quella del presidente del Palace che gli intimava di non presentarsi più a una partita fino a fine anno. Poi erano arrivate le magliette. Avevano la sua faccia stampata sul petto. Avevano il suo indirizzo stampato sul petto. Avevano il suo numero di telefono stampato sul petto. In quattro giorni, Matthew Simmons aveva perso la ragazza, il lavoro e gli amici. E il peggio doveva ancora arrivare. Perché il Mirror era andato a scavare nel passato di Matthew Simmons da Thornton Heath, South London. Era emerso che il ragazzo era stato condannato a due ani di libertà vigilata per aver tentato di rapinare una stazione di servizio e aver aggredito con una spranga un ragazzo dello Sri Lanka.

Mentre Simmons torna a vivere dalla madre, a febbraio Cantona decide di partire con la famiglia. Salgono su un aereo. Su, dritti nel cielo di Manchester. Lontano da quell’aria pesante come il piombo. Lontano da quelle gole assetate di giustizia. Lontano da quei giornali imbevuti di veleno. Dritti nel cielo della Guadalupa. Giù fino alla spiaggia di Saint-Anne. Il paradiso trapiantato sulla terra. Almeno fino all’11 febbraio. Perché mentre Cantona butta giù un drink, un giornalista comincia a firmare sua moglie Isabel. È bellissima. È in costume. È incinta. Il francese gli strappa il microfono e se la prende con l’operatore. Dopo neanche cinque minuti il giornalista è già in onda per raccontare l’ennesimo colpo di testa di Cantona.

Poco dopo il francese torna a Manchester. Deve presentarsi davanti alla commissione della FA. Ad accompagnarlo ci sono Alex Ferguson, Maurice Watkins, Gordon Taylor e Ned Kelly. Gli hanno spiegato dettagliatamente tutto quello che sarebbe successo. Gli hanno preparato un breve discorso, una piccola recita di Natale da ripetere a memoria. Cantona ascolta i membri della commissione della FA e poi prende la parola. «Vorrei chiedere scusa al presidente della commissione – pigola – Vorrei chiedere scusa al Manchester United, Maurice Watkins e Alex Ferguson». Ma non ha ancora finito. «Vorrei chiedere scusa ai miei compagni di squadra – sussurra – vorrei chiedere scusa ai miei compagni di squadra». C’è ancora una cosa che vuole dire. Qualcosa di essenziale. «E vorrei chiedere scusa anche alla prostituta che ha dormito nel mio letto la notte scorsa» (secondo la testimonianza dell’ex membro dell’esecutivo della FA David Davies, Cantona avrebbe pronunciato davvero questa frase).

 (Photo by Allsport/Getty Images)

La commissione annuisce e si ritira per deliberare. La Commissione sorride e torna in aula con la sentenza. Fanno 8 mesi di squalifica. Più del doppio rispetto a quella che gli aveva inflitto lo United.

Ma non è finita. Perché il 23 marzo inizia il processo. Nella sua stanza al Croydon Park Hotel di Londra, Cantona si prepara con cura. Indossa una t-shirt grigia e tira fuori la giacca dall’armadio. È di panno blu. Senza bavero. Senza risvolti. Con una striscia di cuoio che corre lungo il bordo. Con una spilla a forma di Statua della Libertà in bella mostra. Poco dopo Paul Ince bussa alla sua porta. Lo guarda perplesso, stira la bocca in una smorfia. «Ma come ti sei vestito? Mica puoi venire in tribunale vestito così», dice. «Io sono Eric Cantona – risponde il re di Old Trafford – e posso vestirmi come mi pare».

Il tribunale dista appena duecento metri. Eppure Ince e Cantona fanno fatica a camminare. Troppi giornalisti. Troppi flash. Troppe telecamere. Qualche cameraman ha affittato addirittura un piccolo ascensore idraulico. Vuole una visuale perfetta del re che va alla forca.

Una volta in aula il presidente, Mrs Jeane Pearch, legge la sentenza. Due settimane di prigione, dice prima di annunciare che l’attaccante verrà accompagnato nella cella del tribunale. Cantona annuisce e si mette in marcia, annuisce e va a sedersi sul lettino della sua nuova cella. Forse Ince aveva ragione a dire che non era il caso di indossare quella giacca. Dopo qualche minuto si avvicina un poliziotto. «Senta signor Cantona – sussurra – non prende niente da mangiare qui. Faccio un salto da McDonald’s all’altra parte della strada e prendo qualche panino e un po’ di patatine». Non serve. Perché poco dopo Ned Kelly entra in cella annunciando di aver pagato una cauzione di cinquecento sterline. Se ne parla nell’udienza di appello, 8 giorni più tardi.

Mike Hewitt/ALLSPORT

Venerdì 31 marzo Cantona entra di nuovo in tribunale. Subito dietro di lui c’è un gruppetto di tifosi. Prima che il giudice Ian Davies prenda la parola, un ragazzino di tredici anni picchietta sulla schiena di Cantona. Gli consegna un bigliettino. Dentro c’è scritto “Buona fortuna”. Dentro c’è scritto “Coraggio, re”. Il giudice Ian Davies chiede silenzio. Poi comincia a leggere. «Questa Corte crede che la pena debba essere commisurata al reato commesso. Non alla notorietà di chi lo compie. Per questo la Corte ha deciso di trasformare la pena detentiva in 120 ore di servizi sociali». Il giudice non ha neanche il tempo di finire che un tizio spalanca la porta e schizza fuori. «Ragazzi – urla – il Re è libero, libero! Ce l’abbiamo fatta».

Poco dopo Cantona si trasferisce nella sala conferenze del Croydon Park Hotel. Stavolta è lui a parlare. E gli altri non possono fare altro che ascoltare. E gli altri non possono fare altro che restare in silenzio. Sono tutti lì per sentirglielo dire. Per vedere con i propri occhi Cantona chiedere scusa. Il francese si schiarisce la voce e prende la parola. «Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che le sardine saranno gettate nel mare. Grazie». Poi si alza in piedi e infila l’uscita. Appena 17 parole. Diciassette parole sufficienti a formare una frase entrata nella storia.

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