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Il calcio è davvero un lavoro?

By 1 Maggio 2020

Come se la stanno passando giocatori, collaboratori e impiegati delle serie minori, lontani anni luce dai privilegi dei fuoriclasse della A?

 

È un gioco, anzi “giuoco”, come ancora compare nella dicitura che caratterizza la Federazione. È uno sport, e anche su questo non ci piove, un’attività fisica normata da regole ormai più che centenarie. Ma anche un lavoro, il calcio?

Dal punto di vista puramente formale, per quanto riguarda i professionisti, è indiscutibile che lo sia. Cosa sono, tecnicamente, i calciatori? Ai sensi dell’articolo 3 della Legge 91/81 sul professionismo sportivo, si tratta di lavoratori subordinati assunti a tempo determinato (i contratti dei calciatori maggiorenni possono durare sino ad un massimo di cinque anni, salvo rinnovi; non più di tre anni per i minorenni) che esercitano l’attività sportiva a titolo  oneroso  con  carattere  di  continuità e sottoposti a vincolo di esclusiva, ovvero un divieto di concorrenza inter pares che trova però una limitazione nel dovere di rispondere alla eventuale convocazione da parte della nazionale.

Dalla A alla Serie C è così, per tutti ma, se è vero che l’occhio cade sempre sul patinato mondo di fuoriclasse, campioni veri e fortunati presunti tali, è altresì vero che da una parte della B in giù il calcio è più lavoro di quanto non appaia. Certo, un lavoro che si basa su un gioco, che difficilmente provoca alienazione – inutile girarci attorno: la fabbrica, e non solo, è un’altra cosa rispetto all’essere pagati per giocare a pallone – ed è per tanti la realizzazione del sogno di una vita, insomma un lavoro speciale, per il quale tuttavia non tutti possono contrattare retribuzioni da favola.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Nei club meno ricchi di B e C, non è raro trovare calciatori i cui contratti siano al minimo previsto dall’accordo collettivo siglato nel 2012 dalla Aic e che ogni stagione si adegua sui dati Istat: per il 2019-2020, riferito agli atleti oltre i 24 anni, parliamo di 28.783 euro lordi per la cadette ria e di 26.664,10 euro lordi per la terza serie, cifre che diventano rispettivamente di 21.358 euro e 20.263 euro per chi è al primo contratto professionistico e chi ha fra i 19 e i 23 anni. Pur non avendo a disposizione il dato percentuale sui calciatori in regime di minimo, ci viene in aiuto quanto affermato dal presidente Aic, Damiano Tommasi, un mese fa, quando sostenne a La Gazzetta dello Sport che «più della metà dei giocatori di Lega Pro, senza dimenticare la serie D, con lo stipendio paga l’affitto o i mutui e mantiene la famiglia».

Ora, la D e il dilettantismo in generale rappresentano un mondo ben diverso, dove non vigono le regole del professionismo e le forme di lavoro autonomo e subordinato sono per natura escluse. Tuttavia, il denaro gira anche da quelle parti e, come è prassi comune, per diversi ex professionisti giocare in D può rivelarsi più remunerativo che restare al minimo in C, perché gli accordi possono prevedere sino all’erogazione di una somma lorda annuale pari a 30.658 euro (il cosiddetto rimborso misto) i cui primi 10 mila euro non sono soggetti a tassazione o indicazione nella dichiarazione dei redditi.

Per chi non ottiene il rimborso misto – la stragrande maggioranza dei calciatori delle 535 squadre dilettantistiche italiane – esiste un limite ai rimborsi spese forfettari e indennità di trasferta che possono arrivare a 61,97 euro al giorno (massimo di 5 giorni a settimana) e un massimo di 77,47 euro per ogni prestazione in campionato o coppa, come voce premiale. Per molti ragazzi si tratta di uno stipendio vero e proprio, per altri di un sostanzioso aiuto al reddito che arriva da un altro mestiere, un lavoro vero.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Anche per questo diventa facile intuire come, al di là delle categorie più importanti, la sospensione del calcio – anche e soprattutto di quello dilettantistico, il più vicino a chiudere i battenti – stia privando diverse persone di un reddito, o di una parte di esso, considerato più o meno garantito, dove la dicitura “più o meno” diventa necessaria in virtù delle non infrequenti crisi di società che lasciano i giocatori senza remunerazione.

Tuttavia quanto lavoro e quanti lavori ci siano dietro al calcio sta diventando evidente soprattutto in questa particolare fase delle nostre vite, con una quotidianità sospesa che, negli ultimi due mesi, per tanti ha significato anche la cassa integrazione dei dipendenti di alcuni club (le figure professionali che restano nell’ombra e svolgono uno svariato campionario di mansioni) e addirittura all’interruzione del rapporto professionale per tanti collaboratori. Alcuni di loro – e i titolari di collaborazioni coordinate e continuative di carattere gestionale-amministrativo con associazioni e società dilettantistiche – hanno teoricamente potuto avere accesso all’apposito bonus di 600 euro previsto dal decreto Cura Italia dello scorso marzo.

LE(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Dietro e oltre il campo, insomma, c’è molto lavoro, più di quanto si pensi, ma tornando ai professionisti il lavoro e gli aspetti giurisprudenziali ad esso associati in diverse occasioni sono saliti agli onori delle cronache, come ad esempio nei casi in cui alcuni calciatori si sono trovati in situazioni assimilabili al mobbing, trovandosi fuori rosa di fatto (il fuori rosa tecnico è regolato dell’accordo collettivo) ma non di diritto: fecero giurisprudenza, nel 2008, i casi che opposero Oshadogan, Fattori e Corrent alla Ternana, allora in C, e che portarono i giocatori allo svincolo d’ufficio, ma nel corso degli anni non sono mancate vicissitudini simili anche in A, si pensi a Pandev (che ottenne lo svincolo dalla Lazio), Ledesma (non ottenne la rescissione, poi fu reintegrato), o Marchetti che nel 2010 chiese la rescissione dal Cagliari.

Ma anche alcune forme contrattuali sono state oggetto di discussione. Nel 2012 infine, quando Elsa Fornero era Ministro del Lavoro, era stato chiesto da più parti l’allargamento allo sport (e dunque al calcio) della legge sull’apprendistato, che avrebbe esteso agevolazioni previdenziali e fiscali nei tesseramenti dei più giovani: ora gli effetti del coronavirus, verosimilmente, rimetteranno questa richiesta nell’agenda dei desiderata dei club.

Perché sì, alla faccia dei romantici, solo per amanti e amatori il calcio è “solo” un gioco.

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