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Il calcio italiano non cambia mai

By 22 Aprile 2020

Il calcio italiano ha avuto il tempo e la possibilità di distinguersi, anticipando la crisi e scegliendo per se stesso. Non è stato in grado, nemmeno stavolta.

In Nba ci hanno messo un minuto. Giocatore positivo? Fermi tutti. Anche se stavano per iniziare a giocare, anche se erano già in campo. Pochi fronzoli, nessuna incertezza: è stato possibile perché una sola persona ha potere decisionale in condizioni normali, figurarsi quanto si allarga questo potere nelle situazioni di emergenza. E perché questa persona rappresenta la Lega composta dai club, non i club che compongono la Lega: la differenza è sostanziale.

Nella lega italiana più importante, cioè quella di calcio, accade il contrario e infatti non stupisce che quel minuto per decidere sia un’utopia, e che puntualmente diventi un’eternità. Non solo: il numero uno della Nba, il signor Adam Silver, non solo è capace, ma ha anche un perimetro ben tracciato in cui muoversi, sia nella quotidianità che nei casi eccezionali come un’improvvisa pandemia. La Lega che dirige, infatti, è protetta da contratti collettivi ben confezionati, a tutela di tutte le parti in causa, e di protocolli utili nelle emergenze, figli di esperienze più o meno recenti, più o meno simili. Esiste quindi un protocollo che cancella l’improvvisazione, o comunque la circoscrive. E quando c’è da decidere, si decide.

Adam Silver (Photo by Stacy Revere/Getty Images)

In Italia, invece, si fanno riunioni in cui si fissano nuove riunioni. E quella decisiva è sempre la prossima. Per fermare il massimo campionato di calcio ci sono volute due settimane, nonostante il virus circolasse già alla luce del sole. Dissero: giochiamo, è solo un’influenza. Poi cambiarono: ne sospendiamo solo alcune, recuperiamo quelle perse. E infine: fermiamo tutto, forse è il caso.

Mentre il mondo del pallone pensava, discuteva, rimandava, il virus era diventato un’emergenza nazionale. Perché citiamo la Nba? Perché la differenza è evidente: si è fermata ben prima che il Paese si accorgesse della gravità della situazione. Vuol dire che il governo della Lega ha funzionato meglio di quello dello Stato, al contrario di quanto successo in Italia, a prescindere dai colori per cui si tifa su entrambi i campi di gioco.

Il governo di un’istituzione sportiva può prendersi delle libertà che il governo di un Paese democratico, di certo, non può avere. E queste libertà, in momento di emergenza, dovrebbe saperle sfruttare. Una di queste è l’accentramento dei poteri decisionali in capo ad una persona. Un’altra è l’alleggerimento della macchina governativa. Invece è tutto il contrario, infatti in principio nel calcio italiano non esisteva un’opinione uguale ad un’altra: la Lega di A procedeva a testa bassa verso il gioco, la Federazione temporeggiava, l’Assocalciatori alzava la mano e chiedeva sottovoce una sospensione delle attività, il Ministro Spadafora alzava la paletta dello stop ma non aveva tra le mani un decreto che lo legittimasse. Il Governo, nel frattempo, escludeva lo sport dai primi decreti di chiusura perché aveva altro a cui pensare, problemi più urgenti da risolvere, e ingenuamente immaginava che il calcio fosse in grado di decidere in autonomia. Macché.

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Le danze sono continuate a ritmo di dichiarazioni tambureggianti da fare invidia ai politici più accaniti. Dal Pino, presidente della Lega di A, sottolineava che continuando non si sarebbe infranta alcuna legge, e poi che il calcio anche a porte chiuse avrebbe dato speranza agli italiani, facendo loro compagnia. La Federazione cominciava a traballare, ammettendo sottovoce che sì, forse ci si potrebbe anche fermare, ma nonostante ne avesse potere non si immolava per la causa. I giocatori cominciavano ad avere paura e dubbi perfettamente umani e comprensibili visto che poi, alla fine della fiera, a rischiare di più sarebbero stati loro in caso di no-stop.

Il climax del teatro dell’assurdo si è raggiunto appena prima del turno a porte chiuse che, nelle prime intenzioni, avrebbe dovuto rilanciare il calcio verso una nuova normalità. Poco prima di entrare in campo per Parma-Spal i giocatori sono stati richiamati negli spogliatoi perché tra le stanze del governo del calcio stavano discutendo se far giocare o sospendere. All’ultimo secondo, nella fretta, si azzuffano: il più chiaro segnale del caos. Settantacinque minuti dopo, la partita è cominciata. In quello stesso pomeriggio, prima che le altre gare (le ultime) iniziassero a loro volta, andavano in scena i nuovi atti dello spettacolo, stavolta sotto riflettori ben accesi: la Lega emanava un comunicato, il Ministro dello Sport rispondeva a tono, Tommasi partecipava arditamente alla questione.

(Photo by Marco Rosi /Getty Images)

Insomma, Mamma Italia all’inizio ha lasciato che il pallone si gestisse da solo, ma i litiganti hanno continuato a prendersi per i capelli ed è finita come all’asilo: la maestra ha dovuto separare i contendenti. Solo dopo il decreto del grande stop si sono spente le polemiche nel calcio. Peccato: il calcio poteva dare un esempio. Peccato due volte: il calcio non sembra imparare dagli errori.

La diatriba si è spenta per qualche settimana, fino a che non si è dovuto discutere sulla ripresa. E a quel punto sono nate due fazioni: il “non si gioca più” e il “giochiamo a qualunque costo”, con capofila ben distinti (Cellino da una parte, Lotito dall’altra) e i presidenti in mezzo, strattonati per il bavero, a dar retta a tutti, a cercare impossibili compromessi. Di nuovo, il caos: nel giro di pochi giorni, tutti hanno detto il contrario di tutto perché immancabilmente tutti si sentono in dovere di dire qualcosa.

Si è passati dal “facciamo di tutto per continuare” al “cosa facciamo se non finiamo”, e poi di nuovo si è tornati al “giochiamo”. Siamo lì, ora. Tutto il calcio europeo è concorde forse perché sulle scrivanie sono passate le carte decisive: quelle dei conti. Non giocare avrebbe portato (porterebbe) ad un buco finanziario impossibile da tamponare, e seppur giocare rimanga una forzatura alla luce delle decisioni degli altri sport, il calcio può ritenersi un’eccezione.

 

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Il problema è lo spezzatino, si diceva. Che è anche interno alle singole entità: le Leghe e le “Asso” non rappresentano tutti coloro che dovrebbero rappresentare. A loro volta ospitano più voci, tutte in capitolo. Non tutti i calciatori si riconoscono nell’associazione, che in questi giorni è l’interlocutore accreditato per la trattativa sugli stipendi, e così si scatena il “fai da te”: nascono iniziative individuali come quella della Juventus, che raggiunge un accordo con i suoi tesserati da sola, arrangiandosi.

Così passa anche la lentezza delle istituzioni, impegnate alle guerriglie interne: in A, ad esempio, giorno sì e giorno no parla Diaconale, portavoce della Lazio di Lotito che sponsorizza la ripresa, e allora risponde Cellino che minaccia lo sciopero in caso di mancata sospensione. Il tutto perché chi dovrebbe esporsi, rappresentando la Lega per intero – il presidente (Dal Pino) e l’amministratore delegato (De Siervo) – rimane in silenzio.

Si espone il presidente del Coni, Malagò, nonostante sia uno spettatore della partita, seppur assai interessato. Si è alzato dal fondo dell’aula negli ultimi giorni. Ha sottolineato come “il calcio si stia differenziando” e lo ha invitato a prendersi le responsabilità delle sue azioni, aggiungendo che “dovrà fare percorso netto”. Poi è intervenuto Infantino, il presidente della Fifa, dopo un mese passato dietro le quinte. Ci si domandava dove fosse finita la Fifa e perché il suo numero uno non si palesasse con decisione in aiuto ai singoli governi del calcio, che da soli faticano a trovare soluzioni. La risposta è nel suo approccio, opposto a quello di molti suoi dirimpettai: meno parole, più fatti. Infantino ha prima impugnato il bastone per i colleghi assetati di calcio (“Nessuna partita vale il rischio di una vita e sarebbe più che irresponsabile riprendere se le cose non sono sicure. Piuttosto si aspetta”), poi ha offerto la carota a club e calciatori solidali (“Mi rende orgoglioso vedere come il calcio abbia aiutato la collettività”), e infine ha spiegato che la Fifa, essendo in “un ottimo momento a livello finanziario”, impegnerà i soldi in un fondo a sostegno dei club.

(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

Tutti più sereni? Figurarsi. La polemica è sempre fertile, basta che qualcuno trovi un modo per accenderla. È rispuntato Diaconale, che ha gridato al complotto contro la Lazio (“Tutti i media si muovono all’unisono per criticare la Lazio e il presidente Lotito”) e ha accusato la Juventus di aver barato. Perché, ha spiegato, “alcuni giocatori come Ronaldo si sono allenati tranquillamente all’estero, anche in campi di calcio, noi invece non abbiamo potuto”, anche se in fin dei conti “hanno fatto bene loro”. È una supercazzola? E comunque, ha aggiunto Diaconale, se si ricomincerà a giocare “sarà una vittoria della Lazio”.

Nessuno ce l’ha con la Lazio, figurarsi, ma il suo portavoce fornisce un esempio pratico della situazione: il fatto che associ la parola “vittoria” alla ripresa del campionato come se fosse una sfida, e elogi preventivamente un singolo club anziché un intero movimento capace di decidere nonostante le divisioni, la dice lunga sulle difficoltà del calcio di autogovernarsi. Si ripartirà, è ormai evidente: non resta che sperare che lo si faccia nel momento e nei modi giusti.

Stavamo per pubblicare questo pezzo quando il romanzo si è aggiornato. Gravina spaccia ottimismo: scommette sulla ripartenza degli allenamenti in data 4 maggio, “quella fissata dal decreto”. E aggiunge che “Serviranno tre settimane di messa in sicurezza”, quindi “a fine maggio o a inizio giugno si potrebbe iniziare a giocare”, a patto che il protocollo di sicurezza, che “dovrà garantire la negatività di tutti coloro che partecipano agli eventi”, venga approvato dal ministero.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Già, il protocollo: arriva sulla scrivania di Spadafora, emergono i primi dubbi. Oggi ne parleranno, quindi la corte si aggiornerà. Nel frattempo ne hanno dette di tutti i colori. Walter Ricciardi, rappresentante dell’Oms e consigliere del Ministro Spadafora e del Coni, l’ha buttata lì: “Meglio giocare al centro-sud dove non c’è stata l’esplosione di contagi”. Curiosità: poche ore prima, il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, si diceva pronto a “chiudere la regione in caso di riaperture affrettate”, come se non bastasse il governo del calcio ad alimentare la fiera dell’assurdo.

Nessuno decide e nessuno dice niente ai diretti interessati: gli allenatori confessano ad amici e conoscenti che non sanno nulla, e il poco che sanno lo leggono sui giornali e lo ascoltano in tv. Come tutti, insomma. E di trattative sul taglio stipendi, nemmeno l’ombra, se non in alcuni casi isolati. Pubblichiamo? No, c’è tempo per una svolta, un ribaltone, il gran finale: nella serata di lunedì, un’agenzia anticipa l’ammutinamento di 8 club di Serie A, decisi a non riprendere il campionato. Trattasi di Parma, Spal, Brescia, Torino, Sampdoria, Udinese, Bologna, Fiorentina.

Invece no, nulla di fatto, se è vero che poco dopo il consiglio di Lega Serie A dichiara che “l’unanime intenzione di portare a termine la stagione sportiva, qualora il Governo ne consenta lo svolgimento, nel pieno rispetto delle norme a tutela della salute e della sicurezza”. Ora pubblichiamo, altrimenti non lo facciamo più. Ma la sensazione è che non sia finita qui: c’è abbastanza materiale per un romanzo, nonostante non ci sia il calcio giocato. O forse proprio per quello.

One Comment

  • Francesco ha detto:

    Mi dispiace ma non sono d’accordo con te. Penso che il campionato italiano abbia preso una decisione giusta , si forse leggermente in ritardo ok ma non così in ritardo da meritarsi tale articolo. Vorrei farti notare come altri campionati e in questo ci aggiungo anche le competizioni UEFA si siano mossi molto più in ritardo di noi e con incoscienza. Nel nostro campionato gli stadi sono stati chiusi subito a differenza di altri paesi che hanno giocato a porte aperte e tali decisioni sono state giudicate in malo modo da tanti paesi. In Italia questo non è stato fatto, è vero c’è più burocrazia per prendere una decisone ma almeno nel campo dello sport siamo stati uno dei pochi paesi con il numero di contagi minori. Vai a vedere in Inghilterra quanti squadre sono state contagiate vai in Spagna. Quindi prima di giudicare con tali articoli infornati bene.

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