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Il calcio nella sua dimensione comica

By 12 Gennaio 2021

Da Fabrizi fino ad Aldo Giovanni e Giacomo, sono tantissimi i comici e gli attori che sono andati alla ricerca dell’essenza comica del pallone. Un viaggio fra sorrisi e riflessioni che conduce alla stessa considerazione: si ride per morire un po’ di meno

Quando Jacques Tati entra in campo la giornata è grigia oltre che ventosa, il comico francese si toglie l’impermeabile, mette sulla testa il berretto da portiere anni Trenta, va in porta e comincia a muoversi tra i pali proprio come un portiere di calcio: rilancia il pallone, segue l’azione, va avanti e indietro sulla linea, para chinandosi sul ginocchio, si sbraccia infine subisce gol e si fa male nel colpire la palla; a questo punto esce dal campo zoppicando. Un minuto e mezzo di pura riflessione mimica sul ruolo del portiere senza dire una sola parola, rimanendo imperturbabile o quasi di fronte agli eventi che accadono davanti a lui o che lo coinvolgono; la faccia è un quadro malinconico che rimanda alle nostre solitudini che camminano sulla linea tracciata tra un palo e l’altro della porta.

L’immobilismo di Tati richiama il volto di Zeman, l’allenatore boemo con il suo silenzio alla Harpo Marx e il laconico straniamento alla Buster Keaton è nel calcio poesia comica, forse l’unica vera espressione in tanto bailamme sguaiato, è sottrazione di ogni emotività e verbosità, lontano dai chaplinismi irriverenti del conterraneo Hrabal; che Zeman sia comico lo dimostra uno sketch in particolare, quello con Frengo e stop, ossia il personaggio di Antonio Albanese; l’esuberante, psichedelico, allucinato commentatore del Foggia anni Novanta del secolo scorso si agita, ride, parla, vaneggia mentre di lato, seduto a fumare piano, Zeman nemmeno lo guarda; il monologo di Frengo, tra risate, canzoni, sussulti, esaltazione delle droghe e malinconico riconoscimento di aver avuto un comune destino cattivo si appoggia sulla impassibilità del tecnico cèco.

“Il mondo non sa che quando la tua squadra prende un gol non è un errore della tua squadra o di una eventuale tua tattica ma una forma di maleducazione della squadra avversaria”
Zeman, invece di parlare, prosegue nel suo silenzio composto.
“Tu hai sempre insegnato ai tuoi giocatori che cercare di fermare l’avversario è sleale, così distruggi il gioco, è un’offesa alla bellezza del calcio”

Antonio Albanese strologa su un modo di vedere il mondo disprezzato dai lanzichenecchi della ragion pratica, prova a scuotere Zeman come si fa con gli alberi dopo la pioggia, più parla più va in estasi; il comico lombardo di origine meridionale usa il silenzio dell’allenatore cèco per provocare una ammuina nel calcio tanto banale quando parla di se stesso, lui ne fa arrevuoto, cioè lo capovolge, per sbrindellarlo e lanciarlo in aria con le sue parole carnascialesche.

“Rispettivamente sei attaccanti, due centrocampisti e in difesa hai sempre messo due assistenti degli attaccanti avversari ma non ti hanno mai capito. Why? Because tu sei troppo avanti, perché sei troppo vinto dalla bellezza e dalla verità e questo è un mondo senza verità e senza bellezza”
Zeman parla un’unica volta, quando Frengo gli chiede se nessuna squadra lo volesse, lui come la prenderebbe.
“Non c’è problema”

Risponde, seguendo il suo bellicoso zen esaltato dalla chiacchiera sconvolta di Albanese, il calcio diventa pantomima che perde il concetto stesso di temporalità, infatti per Frengo spesso il primo tempo non c’è o è un abbozzo gutturale o di tempi ce ne sono addirittura cinque, i minuti sono un più o meno e non hanno nulla di esatto; molti anni prima, nel 1939, Aldo Fabrizi scrive e recita un monologo, “Radiocronaca”, dove i protagonisti prendono il posto del tempo. Sul campo di Vattelapesca si scontrano Gorgonzola contro Zagarolo, formaggi (e pancetta e pomodoro) contro maccheroni. Fabrizi racconta con enfasi – simile a quella che trascinò nello stesso anno allo scoppio della seconda guerra mondiale – lo scontro, adoperando pantagruelici giochi di parole tra le azioni e i nomi dei calciatori.

Per Zagarolo segna Cannolicchio, la partita diventa sempre più una caciara, il pubblico rumoreggia fino a quando invade il campo per farsi una grande abbuffata di formaggio e maccheroni. Il grande comico romano straborda, esaspera la fame presente in Italia e negli stadi prima e dopo la guerra e ne fa una surreale lotta di sopravvivenza. Quella di Fabrizi è una comicità di sensi e di succhi gastrici, di umori che inumidiscono il corpo che si ingrifa di stracci e

si stende il corpo liquido
tra le scanalature delle
mattonelle
/ ora acqua che corre
nervosa
/ ora pigra lenta cera

Secondo i versi della poetessa perugina Elena Zuccaccia, ecco allora che in Fabrizi il calcio diventa secrezione umana, humus feroce, acqua che corre lenta o pigra. La comicità spesso oscilla tra scegliere di essere tifosi o calciatori, nel duo siciliano Ficarra e Picone pende dal lato degli atleti con i fratelli Corner, ora player interisti ora nazionali italiani; nel primo caso il duo spinge sulla esagerazione di avere in squadra soltanto calciatori stranieri per cui ti devi fingere straniero per poter essere ingaggiato; nel secondo Ficarra e Picone mettono in ridicolo la vanità di molti calciatori che fanno cerette, tatuaggi, bagni profumati e quando entrano in campo sembra stiano facendo una sfilata di moda invece che andare incontro a uno sport una volta brutale e oggi ridotto a un delicato correre e scontrarsi non troppo forte. Non a caso Checco Zalone, in “Quo vado?”, consiglia al figlio adottivo che sta giocando a pallone:

“Quando sei in area di rigore appena l’avversario ti sfiora tu cadi a terra, qualche convulsione e l’arbitro ti dà il rigore”

Foto Stefano Colarieti / LaPresse

Il comico pugliese esalta la furbizia, l’inganno che il bambino ritiene comportamento antisportivo, in realtà la scaltrezza sollecitata da Checco viene provocata da un calcio moderno che vuole sempre meno contatti fisici, contrasti violenti e allora basta sfiorare un calciatore che subito arriva la sanzione; ma il calcio, sempre nel film di Luca Medici, è anche mostra di assimilazione, si pensi alla scena quando va a prendere i genitori all’aeroporto di Bergen, dove Checco vive, e indossa la maglia della nazionale norvegese con dietro scritto ZALØNE.

L’aptang diventa Zelig fonetico più che umano, la barba e i radi capelli ossigenati di Checco, tra il raccapriccio dei genitori, sono la solita forma di servilismo italico che spesso emerge quando si incontrano culture ritenute superiori, è l’italiano medio che vuole subito essere il luogo che lo ospita. Il calcio è per la comicità di Luca Medici un improvviso apparire, si pensi alla scena in cui al centro di accoglienza per immigrati sceglie in base alle qualità pedatorie e non intellettuali tanto che decine di africani sventolano la loro laurea ma Checco cerca un mediano dai piedi buoni non gente che ha studiato. Luca Medici racconta l’Italia in bilico tra i suoi vizi e il mondo, che sembra sempre meglio apparecchiato della penisola – la comicità dell’attore pugliese fa a pezzi l’italiano che troppe volte si sente un’idea farlocca di Europa e di modernità.

La Norvegia ritorna in “Così è la vita” con Aldo, Giovanni e Giacomo quando i tre, ormai morti ma non ancora consapevoli, si trovano in un cimitero di campagna, parlano di soldatino Di Livio, idolo delle carceri e che all’evaso Aldo ricorda un serial killer rimasto nel braccio da cui è scappato, e del rammarico di non poter seguire la partita valida per gli ottavi di finale ai mondiali 1998 contro gli scandinavi. Dall’orologio di Giacomo, però, comincia a sentirsi la radiocronaca di Riccardo Cucchi: ansia, il pericolo Flo, infine il gol di Vieri che scatena la gioia al punto da far inginocchiare Aldo davanti a una tomba e carezzare la foto di un morto (ricorda tanto quel “Che vi siete persi” scritto sulle mura del cimitero di Napoli, dopo la vittoria del primo scudetto nel 1987).

Più famosa è la scena di Italia – Marocco sulla spiaggia nel film“Tre uomini e una gamba” – citazione della partita giocata in “Marrrakech express” di Salvatores – dove, per recuperare la gamba dello scultore Garpez che un gruppo di marocchini ha ritrovato dopo essere stata portata via dal fiume, il trio con Marina Massironi se la deve giocare se la vuole recuperare. Parata su rigore, gol in rovesciata di Giovanni, soprattutto il tuffo di testa di Aldo che esce all’improvviso dalla sabbia da cui è ricoperto come uno scorpione. Dentro la partita c’è la goliardia, l’enfasi, la passione, nel montaggio sembra una schiacciante vittoria e solo alla fine Aldo, amareggiato, si lamenta della pesante sconfitta. Comicità malinconica, quella del trio milanese, che nel calcio vede la rappresentazione dell’apoteosi e del declino, della speranza e della disillusione; emblema è la scena in cui Giacomo, ricoverato in ospedale, non avendo pigiama se ne fa prestare uno da Aldo, si scopre che è la maglietta numero 21 di Ciriaco Sforza, calciatore svizzero che aveva iniziato in maniera gloriosa e tra mille speranze la sua stagione all’Inter segnando un paio di gol sontuosi prima di svanire nel buio di prestazioni anonime. Si ride, infine, per morire un po’ di meno.

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