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Il calcio “realista” di Sergio Conceição

By 21 Ottobre 2020

Severo ed estremamente esigente, il tecnico del Porto ha in mente un’idea di calcio ben precisa, ma ha dimostrato di sapersi anche adattare ai suoi uomini

L’infanzia di Sérgio Conceição fu breve e felice. Finì a 15 anni, il giorno in cui venne portato di fretta fuori da un bar del paese perché suo padre, in moto, aveva appena perso la vita in un incidente stradale. Il papà di Sérgio era un muratore, sua madre una casalinga e la vita della loro numerosa famiglia scorreva tra tanti sacrifici a Ribeira de Frades, un paesino di duemila abitanti appena fuori Coimbra: nonostante ciò, l’eredità che il padre lasciò al figlio fu inestimabile.

Sergio giocava nelle giovanili dell’Académica di Coimbra – la città universitaria portoghese per eccellenza – ed era uno dei più forti della squadra. Convincere il Porto a puntare su di lui fu facile; fu molto più difficile far mandar giù a suo padre l’idea che Sérgio, per seguire il sogno di diventare un calciatore, se ne sarebbe dovuto andare da casa così presto, e vivere da solo nella grande città del Nord. Ci vollero tre mesi per convincerlo, ma alla fine cedette: lo accompagnò con la sua motocicletta al vecchio Estadio Das Antas, a firmare il contratto. Accadde esattamente il giorno prima dell’incidente. 

(Photo by Octavio Passos/Getty Images)

Il Porto, o meglio, il calcio fu una delle cose della vita in cui Sérgio Conceição si buttò a capofitto quando, adolescente, perse anche la madre. Rimasto orfano così giovane, lontano dal luogo in cui era cresciuto, il dolore lo spinse verso un’urgente ricerca di stabilità. Trovò conforto nella religione cattolica e nelle sue pratiche, lesse la Bibbia fino a consumarne le parole e darsi un equilibrio. Conobbe prestissimo la ragazza che tuttora è sua moglie, Liliana: lui aveva 17 anni, lei 14, e si sposarono nel giro di pochi anni. Oggi, quando Sérgio Conceição parla della sua vita, parla dei suoi due pilastri, la fede e la sua famiglia, come il porto sicuro che lo protegge da una tempesta da cui sa di non potersi liberare. “Sono spesso felice, per i titoli da giocatore e da allenatore che ho conquistato, ma non lo sono mai al cento per cento. Dentro di me ho un lato nero e morirò così, non se ne andrà mai da lì” ha detto. “Questa felicità non sarà mai totale, per quanto mi mancano i miei genitori”.

D’altra parte, però, quel vuoto e le difficoltà lo hanno reso più competitivo, lo hanno immerso fino al collo nel calcio, che oltre ad aver dato sostegno economico a lui e alla sua famiglia nei momenti più difficili, lo ha costruito emotivamente: dopo essere andato vicinissimo a mollare, ha imparato ad alimentarsene, a farsi assorbire anima e corpo fino a diventare il giocatore di alto livello che è stato e l’allenatore ossessivo che è ora.

Anche il Porto è stato una presenza costante della sua vita, perlomeno sportiva: è stata l’unica squadra portoghese a cui ha veramente legato il suo nome, ed è quella che lo ha visto diventare un allenatore di profilo internazionale. È un portista, è il figlio preferito dell’immortale Pinto da Costa, il presidente dalla cui elezione si iniziano a calcolare gli anni migliori della storia del Porto, ed è la figura che da tre anni sta facendo quadrare le cose nel club. 

LaPresse.

Quando si sedette per la prima volta sulla poltrona blu che fu di Mourinho, era l’estate del 2017 e le sanzioni del Fair Play Finanziario si erano appena abbatute su una squadra che non vinceva il campionato da quando le sue stelle erano James Rodriguez e Jackson Martinez. Senza un soldo da investire, con André Silva e Rúben Neves appena ceduti, Conceição fece per la prima volta la cosa che sa fare meglio: prendere una squadra, un gruppo di uomini e un blocco di talento, e lavorarla fino a darle una coesione profonda, che vada oltre il suo valore effettivo.

La sua idea di calcio si basa sul pressing continuo e ordinato, sull’uso dell’uscita bassa, sull’obiettivo di difendere lontano dalla porta e combinare nella maniera più rapida e verticale possibili, anche se lo status di squadra d’élite, per gli standard nazionali, gli ha imposto di affinare i suoi attacchi posizionali. A suo dire, a differenza di altri tecnici con principi di gioco simili, preferisce vincere 1-0 piuttosto che 4-3, perché “l’unico risultato che assicura punti è quello in cui non subisci gol”. Una frase che forse metteremmo più facilmente in bocca al suo ex allenatore Héctor Cúper, che al tecnico che ha reinventato un’ala pura ed entusiasta come Jesús Corona da terzino destro.

Il suo punto di riferimento dichiarato è il calcio tedesco, con i suoi ritmi esasperati e l’impulso di proporre, ma le sue squadre non oltrepassano sfacciatamente il confine del rischio come l’iperoffensivo Bayer Leverkusen di Bosz, che lo ha eliminato con una netta vittoria nella scorsa Europa League: il Porto di Sérgio Conceição è una squadra moderna, perché dimostra che si può partire dalla solidità senza appiattirsi in un atteggiamento passivo, rinunciare alle idee con il pallone, o lasciare all’avversario l’iniziativa, indipendentemente da chi tenga il possesso.

(Photo by Octavio Passos/Getty Images)

Dice quindi di amare un calcio “realista”, come se le partite storte del suo Porto, quelle in cui non riesce a mettere il baricentro dove vorrebbe e si ritrova a ripiegare e attendere più di quanto il suo calcio non preveda, fossero un compromesso da accettare pur di avere la situazione sotto controllo. Il suo primo Porto, quello 2017-18, è forse la versione migliore del suo triennio al Dragão, quella più pura dal punto di vista del gioco, e l’ha costruita scendendo a compromessi, adattandosi a quello che la situazione del club poteva offrirgli in quel momento: una squadra complessivamente molto buona, ma con dei buchi che potevano essere riempiti solo con il lavoro.

Il vuoto in attacco lo colmò puntando su Victor Aboubakar e Moussa Marega, entrambi reduci da una stagione da doppia cifra piena rispettivamente al Beşiktaş e al Vitoria Guimarães, entrambi considerati “di troppo” a Oporto: a fine anno, in due, avrebbero chiuso con 49 gol totali. Quest’estate, mentre Antonio Conte sembrava sul punto di rompere con la dirigenza dell’Inter, tra i nomi di possibili sostituti si sentì anche quello di Sérgio Conceição, che in fondo è un allenatore per diversi aspetti vicino a quello dei nerazzurri. Con Moussa Marega, in proporzione, ha fatto qualcosa di molto simile a ciò che Conte ha fatto con Romelu Lukaku: ha preso un centravanti fisicamente incontenibile nel corpo a corpo e in allungo e lo ha sfruttato al massimo, creandogli spazi da divorare fronte alla porta e usandolo come via di fuga a cui appoggiarsi con il gioco sul lungo, quando lo sviluppo dell’azione non riesce ad essere pulito. Sono due pilastri del loro gioco intenso, con e senza palla, e nel sistema riescono a mascherare il più possibile i loro difetti, piccoli (nel caso del belga) o grandi che siano. Al primo anno sulla panchina di un gigante del calcio portoghese – solo pochi mesi prima aveva portato il Nantes in poco più di mezza stagione dalla zona retrocessione al settimo posto – riuscì a vincere il campionato.

“Dobbiamo guardarci dentro, a cominciare da me. È difficile lavorare in queste condizioni. Il primo anno senza rinforzi e senza soldi. Il secondo, senza regolarità sportiva. Il terzo, senza unità all’interno del club. Così è difficile”. Dopo queste parole, Sérgio Conceição mise pubblicamente il proprio incarico a disposizione del presidente. Era la notte del 25 gennaio scorso e il Porto aveva appena perso con un gol nel recupero la Taça de Liga contro lo Sporting Braga. L’esperienza del tecnico di Coimbra al Porto sembrava sul punto di finire con quelle parole brutalmente oneste. L’anno precedente, il Benfica di João Félix e Bruno Lage – subentrato a Rui Vitória a gennaio – aveva polverizzato il girone di ritorno vincendo tutte le partite possibili (eccetto una, pareggiata) e demolito il vantaggio di sette punti dietro cui si rifugiava il Porto.

(Photo by Jan Kruger/Getty Images)

Dopo quella finale, la situazione era l’esatto opposto ed era il Benfica di Lage, ristrutturato con i soldi della cessione di JF, a essere a +7, in fuga. Sérgio Conceição non lasciò il Porto, ma si giocò quell’all-in nel tentativo di tenere tesa la corda ancora un po’ e salvare una situazione che sembrava completamente compromessa. Il gruppo portista era cambiato molto nel corso dei tre anni di gestione (non c’erano più Herrera, Brahimi, Militão, Felipe, Óliver Torres, Casillas, Ricardo Pereira) ma tutti i nuovi componenti si erano adattati al metodo del tecnico, al suo modo di vivere il calcio, e viceversa: Conceição ha ripetuto più volte quanto sia sua premura informarsi sulla storia di ogni nuovo acquisto, sapere come passa il tempo libero Luis Diaz e pensare al modo migliore per porsi con Matheus Uribe.

Forse anche per questo, oltre che per il suo carattere severo ed estremamente esigente, aveva ancora in mano la squadra emotivamente, e riuscì a pretendere uno sforzo collettivo per non cedere del tutto nel momento più duro della stagione. Anche il Benfica stava iniziando a sgretolarsi, prima di crollare una definitivamente dopo il lockdown: tra due squadre in crisi di gioco, riuscì a vincere quella più strutturata, quella con più certezze a cui aggrapparsi. La cura scientifica dei calci piazzati e le combinazioni continue sulle fasce, guidate da Alex Telles e dal Tecatito Corona – la grande intuizione dell’allenatore, schierato terzino destro per quasi tutta la stagione per rattoppare la scommessa persa con Renzo Saravia – furono la chiave della scorsa annata, chiusa vincendo l’altra coppa nazionale, la Taça de Portugal, sempre contro le Águias.

“Se fossi arrivato qui a fine estate e non mi interessasse il calcio, non avrei capito chi ha vinto la Taça de Portugal, con tutto il fumo che ha generato l’arrivo di Jorge Jesus”. Il ritorno dell’ex tecnico del Flamengo, con una Copa Libertadores vinta che lo ha ricollocato al suo posto, in cima alle priorità delle squadre portoghesi di élite, ha assorbito completamente l’interesse calcistico nazionale: dopo l’inaspettato naufragio tecnico di Bruno Lage, già accompagnato da ingenti spese sul mercato, il Benfica ha deciso di mettere in mano a Jorge Jesus un arsenale completamente fuori scala per il campionato portoghese. Cento milioni di euro di investimenti per giocatori potenzialmente destinati a squadre di primo piano come Éverton Soares, Darwin Núñez, Luca Waldschmidt, Nicolas Otamendi, Jan Vertonghen e Pedrinho. Nel frattempo Sérgio Conceiçao ha perso – oltre al titolare Tiquinho – Danilo Pereira e Alex Telles, due giocatori insostituibili, acquistati da PSG e Manchester United dopo anno di dominio tecnico.

(Photo by Sandra Behne/Bongarts/Getty Images)

Mentre Jorge Jesus rientra a Lisbona da re e ha in mano un’arma in grado di polverizzare la Liga NOS senza troppi sforzi, il tecnico di Ribeira de Frades dovrà rifare ciò che ha fatto gli scorsi tre anni: ripensare nuovamente il suo Porto, colmare con il lavoro ossessivo la differenza di mezzi tra una squadra che si muove da big europea e una che può permettersi di comprare dal mercato interno o da quello delle occasioni (vedi i prestiti di Grujić e Felipe Anderson) e provare a ribaltare un pronostico che, da quando allena i Dragões, non è mai stato così duro. Dopo quattro giornate, il Benfica è a punteggio pieno, gira a meraviglia e ha già cinque punti in più dei rivali. Sérgio Conceição sa benissimo che, mai come quest’anno, il successo del Porto può passare solo dalle sue notti insonni. 

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