Feed

Il calcio ridotto all’osso di questa Champions League

By 16 Agosto 2020

Non ha vinto chi aveva più fame, ma chi l’ha messa giù facile, chi ha riportato il gioco alle origini, chi aveva una idea efficace del calcio senza cicaleggiare né risparmiarsi. Insomma, ha vinto la vita, che poi è José Mourinho e quindi la ripartenza

Il calcio messo alle strette ha scelto la semplicità. È la Champions League che spesso parla difficile come fa l’Europa quando piove, si è trovata, di colpo, sotto la luna portoghese, a sciogliersi in una ripartenza. Niente giro palla, ma affondo. Lo strapotere inglese raccontato solo un anno fa, ora è un potere diviso a metà: franco-tedesco, come l’Europa politica, con uno sbilanciamento germanico e senza Inghilterra.

Il Bayern Monaco e il Lipsia da una parte, incarnazioni delle due anime tedesche unite nella cancelliera Merkel (quindi con una radice scientifica) contro Lione e Paris Saint-Germain, squadre macronesche (quindi con una scintilla d’effimero). Lasciano sul campo di battaglia: la seconda repubblica catalana quella d.C. (dopo Cruyff), la rivoluzione sarrjuventina affogata senza che fosse mai nata, l’Atalanta che a differenza del Lione non ha tentato né sognato ma solo sperato, e il cholismo dell’Atletico Madrid.

In molti hanno ripescato – come giustificazione – il calcio tedesco del mondiale brasiliano, dimenticando che l’ultimo l’hanno vinto i francesi, e che quest’anno non si possono fare paragoni. Hanno vinto i portieri e gli attaccanti veri, sulla partita secca, chi aveva una idea efficace del calcio senza cicaleggiare né risparmiarsi. Insomma, ha vinto la vita, che poi è José Mourinho e quindi la ripartenza.

 (Lluis Gene/Pool Photo via AP)

Alla fine questa Champions è diventata l’Europeo che non c’è stato, un torneo differente, dove non si poteva dividere la strategia in a/r, ma bisognava giocarsi tutto e subito, come una uscita di casa dopo un lockdown. Non ha vinto chi aveva più fame, ma chi l’ha messa giù facile, pochissime cose, il calcio ridotto all’osso e riportato alle origini, fosse vivo Gianni Brera sarebbe felicissimo. E quando tutto si riduce all’osso, vincono i tedeschi. Il loro calcio è aggressivo, efficace e potente. Non ha riflessioni, ma solo azioni.

In fondo, a parte l’Atalanta che lo faceva meno, hanno perso le squadre che provavano ad argomentare (Barcellona e un quarto di Juve: balbettando) o a temporeggiare (Atletico Madrid), per non dire del Real Madrid che aveva pure pochi pensieri ma erano tutti logorati. È probabile che con la vecchia formula tra le prime quattro ci sarebbe solo il Bayern Monaco, ma è inutile interrogarsi sul poteva essere, meglio fare i conti con quello che c’è.

Una Champions mediocre, che sembra lontanissima dal calcio del Liverpool di una stagione fa, dove ancora una volta il Barcellona ha mostrato di aver esaurito la riforma Guardiola e Guardiola di aver esaurito la spinta catalana, le loro sembrano nostalgie da Lucio Battisti. Anche Messi, senza la sua stanzetta catalana a centrocampo con Xavi e Iniesta ha subito una metamorfosi, tanto che ora in molti si accorgono della sua decisività ma non della sua indispensabilità, e anche lui comincia a ragionarci su, andasse all’Inter non sarebbe questo grande strappo, anche perché se Cristiano Ronaldo non dribbla un uomo da tre anni, Lionel Messi non corre da due, pur rimanendo il re di questi anni, col suo trono lontanissimo dagli altri: una specie di Federer.

Messi e Ronaldo, grandissimi collezionisti di Ballon d’or, piedi e teste per gol indimenticabili prima, ora “quasi” indimenticabili, entrambi al tramonto – con Messi che ha qualche anno in più da spendersi e forse ancora quattro assi di un colore solo – e quindi perfetti per la terra che ignora il futuro e ragiona solo sul presente: l’Italia.

Questa Champions con tre allenatori tedeschi su quattro discendenti da Jürgen Klinsmann a Joachim Löw e non da Adorno e Schopenhauer: nel senso che son più bravi a far di conto che a teorizzare, anche se non lasciano più indietro la tattica, e non sono nemmeno i freddi indicatori di obiettivi, no, si sono latinizzati nel senso che hanno preso il calore del sostegno al calciatore bambino, che mancava, e l’hanno aggiunto alla razionalità che era il marchio di fabbrica.

(Miguel A. Lopes/Pool via AP)

Il quarto è francese, ma gli somiglia, Garcia, non è così distante da Flick (Bayern Monaco) o da Tuchel (Psg), e nemmeno così distante da quello che tra i tedeschi è una mezza anomalia: Nagelsmann (Lipsia) uno che lotta contro i contrasti e contro la casualità del gioco causata da questi: che sembra l’applicazione della teoria delle ferrovie mitteleuropee  al calcio. Galeano perdonalo.

Questi tedeschi hanno unito l’Europa sui campi di calcio mettendo in panchina l’esperienza degli altri, semplificando l’eccesso tattico italiano, riducendo il palleggio spagnolo, regolarizzando il respiro agonistico inglese: arrivando a crossare il giusto, tirando e non spingendo il pallone in porta una volta in area, smorzando gli eccessi delle soluzioni di cui si appropriavano; insomma, hanno tedeschizzato il calcio, per ora funziona, domani chissà. Garcia è la linea debole, che prova a stare in scia e, complice la fortuna, per ora ci riesce. Fa la formica non avendo cicale. Ma, in fondo, questa è una estate strana e tocca accontentarsi.

Leave a Reply