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Il calcio sporco di Irvine Welsh

By 4 Agosto 2020

Il calcio, per Welsh, è questione di fede, di viscere, non di strette di mano. Ecco un viaggio nel pallone pieno di eccessi raccontato dal grande scrittore scozzese

 

Veniamo tutti alla vita come underdog, incapaci di ribaltare il risultato finale e destinati dunque alla sconfitta che tanto opprime l’umanità.

“Oggi ho deciso di annotare i miei pensieri contro la morte così come mi vengono, a caso, senza stabilire alcun nesso fra loro e senza asservirli al dominio tirannico di un progetto. Non posso lasciar passare questa guerra senza forgiare nel mio cuore l’arma che sconfiggerà la morte”

Scrive Elias Canetti nei suoi disperati pensieri contro la morte che toglie ogni cosa all’uomo, ciò che ama e ciò che gli è necessario; per molti unico underdog a sconfiggere la morte è stato Cristo, risultato però anche contestato perché non ci sono prove della sua resurrezione e dunque non è possibile registrarne la vittoria; tanti lo considerano un magnifico underdog, a cui rivolgere la preghiera più per la sua anima che per la nostra.

Il mondo, per credersi eterno, ha inventato le vittorie, quelle che secondo lo scrittore Sandro Bonvissuto sono relative come relativo è il tempo, non hanno mai lo stesso significato, la stessa intensità e comunque hanno meno valore di una sconfitta; ci sono uomini, città e squadre che della sconfitta hanno fatto una condizione esistenziale, una di queste è l’Hibernian di Edimburgo, destino da loser interrotta ogni tanto da qualche vittoria.

 (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

È la squadra di Irvine Welsh, lo scrittore scozzese è tifoso marcio degli Hibs che per tradizione appartengono alla working class, ai perdenti, agli ubriaconi, ai porti, ai cattolici poveri che del vino ne fanno scordanza e non memoria. Odiano gli Hearts, protestanti e borghesi, ricchi e cattivi, quando finalmente nel 2016 gli Hibs hanno vinto la Coppa di Scozia dopo una decina di finali perse il popolo di Welsh si è sciolto nel canto di “Sunshine on Leith”, che poi è il posto dove è nato e cresciuto il pelato Irvine, passato da spazzino, assistente sociale, punk e supermercato umano di ogni droga possibile nella Londra, dove si trasferì, degli anni Settanta e Ottanta.

I Cabbage, come pure vengono chiamati gli Hibernian per la maglia verde, non conoscono vera gloria dagli anni Cinquanta, languendo nel torpore di un mediocrità diventata tradizione; non importa, Welsh d’altra parte in Trainspotting, Colla, Porno descrive il mondo dei tossici, delle prostitute, dei falliti, difficile credere che possa fare il tifo per i Rangers uno cresciuto nei prefabbricati di West Pilton e nei palazzi anonimi di Muirhouse – il tifoso Welsh è dalla parte sbagliata, quella che porta ogni settimana a essere deriso per la sua appartenenza perché conta il risultato, come dicono oggi nei bar e in televisione i tanti che parlano manco fossero amministratori delegati di un’azienda.

Welsh è un Hibs, gli piace esserlo, lo descrive spesso nei suoi romanzi, il calcio è passione, appartenenza, emozione e non può ridursi a emotività da ragioneria. Da giovane giocava ala destra, il pallone lo appassionava ma non era bravo, se lo scordasse di diventare professionista, gli dissero, facesse altro, nel frattempo frequentare l’Easter Road, lo stadio degli Hibernian. Gli anni Ottanta sono gli anni degli scontri violenti del tifo che sostituiscono quelli politici del decennio precedente, i tifosi di calcio per Welsh sono spesso infantili, aggressivi, bevono, ruttano, magnano, bestemmiano, si accannano, scavalcano muri, recinzioni, si lamentano di tutto, offendono l’avversario, è un subbuglio di pulsioni e umori.

 (Photo by Scott Barbour/Getty Images)

“Non so mica se mi piace tifare una squadra che vince”

Riassume Mark Renton, uno dei principali personaggi di “Trainspotting” e “Porno”, e non solo, l’idea di calcio e di tifo che ha Welsh, schierandosi dal lato dove la vittoria, quando arriva, per il tempo passato e per quello che poi passerà, è già leggenda e non computo statistico. Begbie, il tifoso violento e fuori di testa di Trainspotting, riprende in parte un amico di giovinezza dello scrittore, si chiama Derek Dykes, nel 1984, in piena era Thatcher, fonda il CCS, Capital City Service, una delle firm di tifosi più violente del Regno Unito – inizia a scontrarsi con varie tifoserie, specie quelle di Glasgow, Millwall e West Ham. Il gruppo ha tattiche da guerriglia che si ispirano all’esercito e una folta Baby Crew che si riunisce nei pub dove organizzano gli assalti.

“Parlarono di calcio, e venne fuori che il padre era un tifoso degli Hearts. Renton andava per l’Hibernian, che aveva avuto una stagione tutt’altro che memorabile contro i loro rivali locali; anzi tutt’altro che memorabile e basta e il padre non perse tempo a ricordarglielo. “Non gli è andata tanto bene agli Hibbies contro di noi, eh?”. Renton sorrise, contento per la prima volta di essersi scopato la figlia di quell’uomo, per motivi che non avevano niente a che vedere col sesso. Era incredibile, pensò, come certe cose come il sesso e gli Hibs, di cui veramente non gliene fregava un cazzo quando si bucava, diventavano improvvisamente di un’importanza fondamentale quando era sobrio. Si chiese se magari i suoi problemi con la droga potevano risalire alle prestazioni scadenti degli Hibs negli anni ‘80”.

Il calcio, per Welsh, è questione di fede, di viscere, non di strette di mano, la sconfitta rende invulnerabili perché quando si perde non c’è più timore per niente; se si gioca a pallone, per quanto oggi sia fatto di calciatori asettici come una sala operatoria, il pallone resta sporco, ha addosso il sudore e i sogni dei bambini e dei grandi, delle partite giocate in strada, quella strada persa da decenni in cambio di illusorie scuole calcio.

(Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

La fede biancoverde pretende odio verso i borghesi degli Hearts, non a caso Sick Boy preferirebbe vedere la sorella in un bordello piuttosto che un fratello con la sciarpa dei rivali. Certo è un calcio anni Ottanta, quello di Welsh, quando era bello, sporco e cattivo e manteneva una relazione diretta con il mondo esterno. Nel 1990 il presidente degli Hearts, Wallace Mercer, per contrastare il potere di Glasgow propose di fondere il suo club con i rivali dell’Hibernian, si scatenò l’inferno: proteste di piazza, rivolte, addirittura un tifoso fermato mentre si dirigeva con l’accetta verso casa di Mercer. L’odio nel calcio è una parte essenziale, Welsh tracciando in vari romanzi personaggi estremi e sboccati dichiara la necessità di poter avere un nemico, senza allungare la rabbia e il disprezzo con il seltz dell’ipocrisia dei talk show televisivi. Per lo scrittore scozzese il senso sta nell’appartenere a una maglia che diventa città, spazio, identità e non semplice murale su cui attaccare il nome di uno sponsor o di un calciatore di passaggio.

“Di colpo sento come una roba dolce che mi si scioglie in pancia e una botta di euforia e guardo Sick Boy, e di profilo la sua faccia si deforma intanto che un assurdo, felice ruggito spasmodico sale e il tempo si ferma e CAZZO DI CRISTO ONNIPOTENTE LA PALLA É NELLA RETE DEI RANGERS! Hendo ha battuto un altro corner, l’ha messa al centro, qualche stronzo l’ha deviata di testa e i giocatori son tutti addosso a David Gray e i tifosi stanno sbroccando totale, cazzo!”

L’odio, nel calcio, appartiene a chi perde e a chi vince, il calcio è depressione, disincanto, rassegnazione, adrenalina e chissà quante volte Welsh si sarà detto.

“Non voglio essere qui. Sono completamente incazzato con la mia vita. un perdente completo, questo è stupido, non so perché non finisca tutto qui proprio qui”

Sono parole di Tony Hancock dette sul palco nel 1966 (tra gli spettatori un giovanissimo Al Stewart), il comico inglese si uccise due anni dopo in Australia ma le sue parole, senza saperlo, parlando della sua sofferenza, sono la confessione di ogni tifoso loser che non può fare a meno di essere crudele con la propria vita.

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