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A Cagliari non c’è nulla di normale

By 3 Dicembre 2019
Cagliari

Il 4-3 sulla Samp è la conferma che a Cagliari, quest’anno, succedono cose che non sarebbero mai dovute capitare se solo gli eventi avessero seguito un percorso lineare. Ecco perché i numeri non bastano a comprendere il segreto di Nainggolan e compagni

“La Sardegna Arena rende omaggio alle squadre di Cagliari (4) e Sampdoria (3), protagoniste nel campionato di Serie A 2019-2020 della ‘Partita del secolo’. 2/12/2019”. Ci perdonino i Numi del calcio per l’atto di hybris con cui affrontiamo un paragone improponibile, se parafrasiamo la targa che fuori dallo Stadio Azteca ricorda Italia-Germania 4-3, semifinale del Mondiale Messico ’70, se osiamo accostare Pellegrini e Burgnich, Nainggolan a Mazzola, João Pedro a Riva, la capocciata di Cerri al piattone di Rivera.

Il fatto è che a Cagliari, quest’anno, succedono cose apparentemente senza senso, cose che non sarebbero mai dovute capitare se solo gli eventi avessero seguito un percorso lineare, cose assurde, improvvise, inaspettate e imponderabili.

Forse è per questo che i tifosi sardi vivono questo momento sospesi tra l’ebrezza totale di un quarto posto totalmente al di là della loro stessa capacità di immaginazione e la sensazione che prima o poi, da un momento all’altro, tutto questo debba finire. È la realtà che supera la fantasia, inerpicandosi su montagne che sembrerebbe impossibile scalare senza le bombole d’ossigeno, e che invece il Cagliari affronta come se fossero morbidi sentieri di collina.

C’è un detto, in Sardegna, che recita così: spacciau su oll’e procu. Significa, letteralmente, è finito l’olio di porco, un alimento che in un’epoca non troppo remota simboleggiava benessere economico e giorni di festa. Il tifoso del Cagliari vive questo momento magico così, come se fosse un barattolo di strutto che prima o poi terminerà, o l’ultimo pacco di Nutella Biscuits raccolto con fatica dagli scaffali del supermercato, prima che la folla vi si avventasse sopra. Un qualcosa di prezioso, da preservare e godersi fino all’ultimo momento, con la consapevolezza che non potrà durare per sempre.

Ieri quel barattolo di strutto sembrava arrivato al fondo. Spacciau su oll’e procu è la frase che probabilmente serpeggiava alla Sardegna Arena, tra distinti e curve, tra il gol dello 0-2 di Gaston Ramirez e quello dell’1-2 di Nainggolan, tra il sinistro al volo di Quagliarella e l’esterno-tacco di João Pedro. Il sardo è umorale, cambia di disposizione d’animo come cambia il vento che spettina la sabbia del Poetto, da maestrale a scirocco. Così, anche all’interno della stessa partita può passare da uno stato d’esaltazione totale alla malinconia più cupa.

Il fatto è che a Cagliari non sanno come gestire queste situazioni, abituati come sono a vivere ogni partita con l’ansia di raggranellare i punti necessari per una salvezza che sia la meno affannosa possibile. Se si trovano a vivere una stagione che profuma d’Europa come non capitava da 26 anni è perché le cose sono andate in modo strano, in qualche modo innaturale, fin dall’estate. Negli ultimi mesi è stato tutto un rincorrersi di articoli che hanno provato a leggere e analizzare il Cagliari attraverso i dati statistici che lo vedono 14simo per possesso palla e tiri, sesto per parate, 17esimo per chilometri percorsi e corner battuti. Ma il Cagliari di oggi non si può misurare con i numeri, non è così che si costruisce un mito, non fu assediandone le mura con migliaia di soldati che Ulisse fece cadere Troia.

Cagliari

(Foto LaPresse/Tocco Alessandro)

Il Cagliari di oggi è piuttosto il prodotto di una serendipità allo stato puro, frutto del caso e della capacità che il club ha avuto di cavalcarne l’onda. Prendete Nainggolan, per esempio, migliore in campo per l’ennesima volta in stagione. Lo vedi giocare e continui a pensare che uno così a Cagliari, al Cagliari, in una condizione di normalità non sarebbe mai tornato. Ci sono volute difficoltà di ambientamento all’Inter, una serie di turbolenze tecniche e societarie che in qualche modo l’hanno travolto, la secca bocciatura di Conte e, purtroppo, una complicata situazione familiare per riportarlo in Sardegna. Era difficile persino pensare che Radja avrebbe trovato le motivazioni giuste per ripartire da dove aveva cominciato quasi dieci anni prima, che sarebbe stato in grado di avere un impatto così determinante.

Invece anche ieri, senza lui, sarebbe stata un’altra partita. Il belga ha segnato l’1-2 nel momento più difficile della partita, ha fornito a João Pedro la palla del 3-3, e sono già 4 gol e 4 assist in 12 partite. Ma più dei numeri, già eloquenti di per sé, può la mentalità che Radja ha portato a Cagliari. Sempre dentro la partita, sempre davanti a tutti, lui a guidare l’assalto e gli altri che lo seguono come si fa con un leader carismatico. Capitano, non solo per la fascia che porta al braccio, finalmente trascinatore, un ruolo che è nella sua natura e che forse avrebbe potuto essere suo da tempo se solo ne avesse avuto l’opportunità. Non esageriamo se diciamo che quella che sta vivendo ora, a 31 anni, è la miglior stagione della sua carriera, anche più di quella degli 11 gol con la Roma di Spalletti.

Tutto è serendipità nel Cagliari, una squadra che ha come suo marcatore migliore João Pedro, uno che doveva andar via in estate perché non si capiva bene se fosse un trequartista, una seconda punta o un centravanti. Maran ha trovato la soluzione costruendo un modulo fluido che lo fa giocare un po’ in tutte queste posizioni e un po’ in nessuna, che gli dà la libertà di muoversi tra le linee e attaccare gli spazi di mezzo, che gli chiede di muoversi più senza palla che con la palla. Ci perdonino ancora i Numi del calcio, ma è dai tempi di Gigi Riva che a Cagliari non si vede un giocatore in grado di segnare 9 gol nelle prime 14 giornate del campionato.

Cagliari

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Oppure Alberto Cerri, acquistato dalla Juventus per 10 milioni di euro. Un centravanti capace di segnare zero gol in 20 partite di Serie A di fila, di provocare un rigore (sfortunatissimo e ritenuto inesistente anche dal designatore Rizzoli) alla prima giornata con il Brescia, di entrare in negativo anche nel primo gol dell’Inter alla seconda giornata e di sparare a lato la possibile palla del potenziale 1-1 in quella stessa partita.

Un giocatore totalmente sfiduciato, subissato di fischi ogni volta che metteva piede in campo, che ha sparato in bocca a Dragowski il più facile dei rigori in movimento nel 5-2 di qualche settimana fa alla Fiorentina. Tutto era logico pensare meno che Cerri potesse rialzarsi così, con uno splendido gol di testa davanti al suo pubblico, al 96’ di una partita folle, a suggellare una rimonta dall’1-3.

Né lui né João Pedro avrebbero giocato, probabilmente, se solo non si fosse fatto male Leonardo Pavoletti a inizio stagione. Uno di quegli infortuni che sembrano come una maledizione, abbinato peraltro a quello del portiere titolare Cragno, e che invece alla fine rientrano perfettamente in quella serendipità di cui sopra. Se Pavoletti non si fosse fatto male, forse, non sarebbe arrivato Simeone. O forse sì e avrebbe fatto coppia con Leonardo, quindi niente 9 gol di João Pedro. Di certo Cerri, che il campo già lo vede poco così, non avrebbe giocato nemmeno il recupero della partita contro la Samp. Non ci sarebbe stato riscatto per lui e, forse, nemmeno i 3 punti per il Cagliari.

Non ci sarebbe stata un’altra serata di pura esaltazione per la Sardegna intera, che invece continua a fissare la classifica del campionato con occhi sognanti. Almeno fino a domenica prossimo, quando il Cagliari giocherà a Sassuolo, e tutti torneranno a temere che la sfiga torni a fare il suo lavoro gettando la maschera della fortuna e che finisca l’olio di porco.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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