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Il Depor non è più Super

By 18 Agosto 2020

Storia della surreale retrocessione in terza serie del club che venti anni fa ha vinto la Liga e stregato l’Europa

Proprio nell’anno del ventennale del titolo di campione di Spagna, il Deportivo La Coruña è retrocesso matematicamente in terza serie prima ancora di poter disputare l’ultima, decisiva, partita contro il Fuenlabrada (poi vinta 2-1). Per un po’ di tempo l’aggettivo “Super”, che viene automaticamente associato al nomignolo della squadra, il “Depor”, sarà solo un ricordo evocativo, un modo per dare nuova vita ad un’epoca lontana – nemmeno poi troppo, in verità –, una leggenda che non c’è più. Come quando anteponiamo l’aggettivo “Grande”, rigorosamente con la G maiuscola, davanti a Torino: una parola sola per ricordare qualcosa che per un motivo o per un altro non tornerà più.

Eppure, anche negli anni del SuperDepor, la squadra non è mai uscita dalla sua dimensione gallega. Un luogo unico al mondo, la Galizia, orgogliosamente indipendentista al pari della Catalogna e dei Paesi Baschi, ma meno rumorosa e pubblicizzata. C’è un’opera scritta da quello che è certamente l’artista gallego più famoso di tutti, il poeta e vignettista Alfonso Castelao, che si chiama “Cousas da vida”, e che celebra il carattere spigoloso, fiero ma sempre un po’ (anche troppo) rassegnato della gente del luogo. Rassegnati al potere politico della Castiglia, a dover parlare una lingua che non è la loro, il loro idioma infatti è molto più vicino al portoghese, persino a dover accettare di condividere con Madrid e Barcellona lo stesso fuso orario, pur essendo sul meridiano del Portogallo e del Regno Unito. Il giorno della retrocessione in terza divisione, il sole è tramontato su A Coruña alle 23 e 10 circa.

(Photo by Miguel Riopa/EuroFootball/Getty Images)

Cose della vita, scrive Castelao, come questa retrocessione assurda, avvenuta con una partita rinviata per la positività al coronavirus di sei giocatori avversari (poi diventati oltre una dozzina) e che vedrà certamente un’appendice in tribunale o come il pensiero di una squadra, unica al mondo, a dover disputare una Serie C annoverando una semifinale di Champions nel proprio palmarés.

Ma per capire cos’è il Depor per un abitante di A Coruña – si scrive e si pronuncia rigorosamente così da quelle parti, dimenticate la L – bisogna fare un giro dalle parti della Torre di Hércules, uno dei monumenti più importanti della città e patrimonio Unesco e provare a resistere al vento, sempre freddo e perfido che arriva dal mare Atlantico. Nessuno qui la chiama brezza, nessuno la gode a fondo, perché tutti sanno che prima o poi quel vento può soffiare così forte da diventare violento.

La caduta verticale del Deportivo è iniziata cinque anni fa. Finito il ciclo del Super Depor e del lungo interregno di Javier Irureta, un basco che da calciatore è stato un simbolo dell’Atletico Madrid, quindi un Don Chisciotte perfetto per questa storia, è iniziato il declino di una squadra che ha rappresentato tanto per la nostra generazione, tutto per la Galizia. Tanto che durante una conferenza stampa del 2009 un altro allenatore, Miguel Ángel Lotina, rivelò la formazione che sarebbe scesa in campo nel fine settimana. Citando, con un coup de théâtre, solo giocatori che avevano – o meglio hanno, perché sono giocatori che resteranno per sempre – fatto parte del Superepor (che si scrive tutto attaccato, proprio perché non divisibile): Djalminha, Tristan, Makaay. Forse per responsabilizzare i propri giocatori, magari per scappare da un presente insipido.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Tra il 2011 e il 2013 il club retrocede due volte in Segunda, tornando ad essere la squadra ascensore degli anni ’70. I nomi di Valeròn, Pandiani, Bebeto risuonano al Riazor come filastrocche nostalgiche, i debiti aumentano fino a schiacciare il club. Nel 2013 raggiungeranno quota 156 milioni di euro. Nel 2017/2018 un’altra retrocessione. Il Depor, non più Super, finisce terzultimo a 14 punti dal Leganés. Un anno fa l’occasione del riscatto: il Depor arriva sesto e si qualifica per i playoff. In finale affronta il Maiorca. I galleghi vincono 2-0 all’andata in casa, ma perdono 3-0 in trasferta buttando via l’occasione.

L’ultima stagione è quella della beffa: in un anno si alternano tre allenatori e – cosa ancora più incredibile – tre presidenti. Nelle prime 21 giornate arrivano solo 2 vittorie. Poi inizia una rincorsa contro la matematica e contro la logica, interrotta dai tre mesi di lockdown e da un finale che assomiglia quasi ad una barzelletta. Un evento shock soprattutto per gli aficionados della squadra che nel 1952 ha visto esordire Luisito Suarez (che del Depor è grande tifoso), che non hanno mai smesso di seguire la squadra e che sicuramente non lo faranno nemmeno in terza serie. Perché il Depor è qualcosa che va oltre il calcio. Il Depor è una lingua, una religione, un modo di camminare a testa alta ma con i piedi per terra, un culto, una rivincita. Immaginate cosa può aver significato, per la gente della Galizia, aver strappato un titolo e tanti giocatori a Real Madrid e Barcellona negli anni 2000. Ma perché tanti brasiliani sceglievano A Coruña? Uno dei primi fu Bebeto, poi arrivarono Mauro Silva, Rivaldo, Djalminha e molti altri.

(Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

È complesso trovare una spiegazione dietro al rapporto speciale che ha unito questi calciatori e la città in una terra, la Galizia, che parla una molto simile alla loro (il gallego portoghese) ma conta una media di sei giorni di pioggia al mese durante l’anno. Ma sono anni in cui i procuratori dei calciatori verdeoro più importanti consigliano ai propri assistiti di fare esperienza in città apparentemente meno ospitali, quasi fosse una sorta di allenamento all’esperienza europea e, soprattutto, con poche occasioni di svago: non è un caso che Romario sceglie di passare gli anni della sua formazione a Eindhoven, così come Ronaldo, e Rivaldo scelga la Galizia.

Eppure, nella piccola cittadina gallega con vista mare, tra cene con pulpo, percebes e vino bianco locale, rigorosamente, l’Albarino delle Rias Baixas, si crea un gruppo eccezionale. I brasiliani allacciano un legame incredibile con la gente, Djalminha arriva a dire: “Qui ho speso gli anni migliori della carriera e qui è dove sono stato più felice. Fuori e dentro dal campo, mi piaceva tutto. Quando abbiamo vinto il campionato la gente era contenta, mi ricordo Piazza Maria Pita gremita. Sono immagini che è impossibile dimenticare”. Che poi il rigore decisivo del titolo perso nel 1994, all’ultimo minuto dell’ultima giornata contro un Valencia che non ha nulla da chiedere, lo tiri (e lo sbagli) un difensore serbo, Miroslav Dukic, è una storia che meriterebbe un approfondimento a parte.

Allsport UK /Allsport

Impossibile dimenticare la squadra che il 19 maggio del 2000, festeggiava la storica conquista della Liga, primo e unico trionfo nel massimo campionato spagnolo, andato ad aggiungersi a due Coppe del Re (1995 e 2002) e a tre Supercoppe di Spagna (1995, 2000 e 2002). E alla storica campagna europea del 2003-2004 quando, in Champions, eliminò negli ottavi la Juventus (con un doppio 1-0, prima in casa e poi in trasferta), finalista della stagione precedente, quindi nei quarti estromise il Milan detentore della Coppa, con una grande rimonta al Riazor: dopo la sconfitta per 4-1 subita all’andata a San Siro, la formazione spagnola riuscì nell’impresa di battere 4-0 i rossoneri nella gara di ritorno, volando in semifinale, dove cedette al Porto di Mourinho, futuro campione d’Europa.

In panchina, a guidare questa squadra, Jabo Irureta. Un uomo che vive da solo nella stanza 514 dell’Hotel Maria Pita (la patrona della città), in centro, con vista mare. Arriva nel 1998 dai rivali della vicina Vigo, e nel giro di due anni trasforma una simpatica squadra di provincia in una grande d’Europa. Conosce un unico schema, il 4-2-3-1, la sua squadra ha la tecnica del Brasile e la garra charrua della Galizia da dove, per la cronaca, provengono molti discendenti degli uruguagi. Irureta indossa quasi sempre una tuta o una giacca pesante a seconda delle temperature, dimostra più anni della sua età, prende nota su fogli di carta e si basa poco sugli algoritmi e molto sulle sue sensazioni.

 

(Photo by David Ramos/Getty Images)

L’attualità dice che il Deportivo è retrocesso in terza serie. La società si è scagliata contro gli avversari del Fuenlabrada, che si sono presentati a A Coruña per l’ultima giornata rischiando di mettere in pericolo giocatori e staff della squadra di casa. “Sono stati irresponsabili a mettersi in viaggio con undici contagiati”, dicono i legali dei galleghi. “Erano asintomatici e non erano risultati positivi ai controlli effettuati, come da protocollo, 48 ore prima del match”, risponde la società di Madrid. Sarà un’estate calda per gli avvocati, con l’ipotesi di una Segunda División a 24 squadre. Magari non cancellerebbe l’onta della retrocessione, ma aiuterebbe la società a programmare la risalita e riportare il Riazor e La Coruña al centro delle attenzioni. Come in quel verso di una canzone di Manu Chao che di questa terra era figlio e del Deportivo un grande tifoso: “Me gusta La Coruña, me gustas tu”.

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