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Il fascino discreto di Hansi Flick

By 23 Febbraio 2021

Storia di un allenatore che all’esordio ha vinto sei trofei come Guardiola, ma che a differenza di Guardiola non è mai stato considerato un genio.

Sei titoli vinti in 70 partite. Hans-Dieter Flick, classe 1965, allenatore del Bayern Monaco che negli ottavi di Champions League sfida la Lazio, è numeri alla mano uno dei migliori tecnici esordienti della storia del calcio europeo. In poco più di un anno ha conquistato tutti i titoli che poteva vincere (l’ultimo è stato il Mondiale per club in Qatar),  come nel 2009 aveva fatto Pep Guardiola, al debutto alla guida del Barcellona. A differenza dell’attuale tecnico del Manchester City, Hans-Dieter per tutti Hansi, però non è mai stato considerato né un predestinato né un genio.

Cresciuto a Neckargemünd-Mückenloch, nel Baden-Württemberg, nel sud della Germania, dopo gli inizi nelle squadre locali, Hansi, centrocampista più di quantità che di qualità, si fa notare nel Sandhausen, che militava nel girone locale della Oberliga, all’epoca la terza serie del calcio tedesco. A 18 anni lo vuole lo Stoccarda, uno dei top club della Bundesliga Hans-Dieter sta completando il suo stage in banca e la dirigenza degli “Schwaben”, che vinceranno il campionato nel ’84, gli spiega, come ha raccontato in un’intervista al magazineRund nel 2014, che se non l’avesse lasciato avrebbe giocato con le riserve. Flick rifiuta e rimane a Sandhausen.

Due anni dopo lo scova il Bayern Monaco. Stavolta Hansi, che ha tra i suoi sostenitori l’allora general manager Uli Hoeneß, dice sì. Starà in Baviera fino al 1990, conquistando quattro campionati tedeschi, una Coppa e una Supercoppa di Germania, dividendo lo spogliatoio con campioni come Lothar Matthäus e Klaus Augenthaler. Giocherà pure una finale di Coppa dei Campioni, quella contro il Porto nel ’87, in cui Flick non riuscirà ad evitare il “tacco di Allah” di Rabah Madjer.

(Photo by Lars Baron/Getty Images)

Quel periodo in Baviera sarà il punto più alto della sua carriera. Il suo più grande avversario sono gli infortuni, che gli faranno terminare la sua carriera ad alto livello a 28 anni, nel 1993, con la maglia del Colonia. Flick, che non gioca dal settembre ’92, riceve la Sportsinvalidität, l’invalidità sportiva. Il pallone lo continuerà inseguire tra i dilettanti a Bammental, il paese dove si stabilisce. È il suo “luogo del cuore”, dove inizia ad allenare e dove insieme a sua moglie Silke apre il “Hansi Flick Sport und Freizeit”, un negozio di articoli sportivi.

Oltre a essere lo sponsor di diverse squadre locali è un luogo d’incontro per la comunità. Si chiacchiera, ci si beve un caffè e spesso dietro al bancone c’è Hansi. Nel 2000 Flick riceve l’offerta dell’Hoffenheim per guidare la prima squadra in Oberliga, la quarta divisione. È un club ambizioso, anche perché dal 1989 è arrivato in società Dietmar Hopp, multimilionario locale, intenzionato a sostenere l’ascesa della squadra di Sinsheim. Hansi, che nel 2003 è stato insieme a Thomas Doll il migliore del supercorso allenatori della Federcalcio tedesca, conquista una promozione in Oberliga, elimina nel dicembre 2003 il Bayer Leverkusen dell’ex compagno Augenthaler dalla Coppa di Germania ma nel novembre 2005 viene esonerato per i risultati deludenti in Regionalliga Süd, la terza serie.

Per Flick rimarrà una ferita aperta per anni. Nel 2006 fa una brevissima esperienza, undici partite, al RB Salisburgo come assistente di Giovanni Trapattoni, insieme all’ex compagno Lothar Matthäus. Dal Trap ha raccontato di aver imparato tanto sull’importanza dei dettagli e sulle relazioni con i giocatori. Poi al termine del sogno di mezza estate del Mondiale giocato in casa e terminato al terzo posto, una proposta. È quella di Joachim Löw, che gli offre di diventare suo vice sulla panchina della Nazionale tedesca.

(Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images)

I due, oltre a provenire entrambi dal Baden-Württemberg, si conoscono da anni. Nel 1985 quando il Bayern ha comprato Flick il Sandhausen l’ha sostituito con Markus Löw, il fratello di Joachim, con cui Hansi è rimasto in contatto. Con Jogi invece si erano rivisti nel 2004 quando l’allora assistente della Nationalmannschaft aveva accompagnato Jürgen Klinsmann a visitare il centro sportivo dell’Hoffenheim.

Flick accetta l’offerta e per otto anni è il braccio destro del ct, con cui condivide un dettaglio, che è però anche un segno del “nuovo corso” dei tecnici tedeschi. Löw e Hansi, pur essendo stati buoni calciatori, non hanno mai giocato nemmeno una partita con la Nazionale maggiore. Tra il 2006 e il 2014 la sintonia tra Jogi e Flick è perfetta. Se stilisticamente sembrano uguali, con abbigliamento scuro d’ordinanza, i ruoli sono diversi ma complementari: il ct è il “frontman”, l’uomo che ci mette la faccia, l’ex centrocampista del Bayern quello che lavora dietro le quinte. È capace, tranquillo ed estremamente leale. Sul campo l’allenatore nato ad Heidelberg lavora in particolare sulle cosidette Standardsituationen, le situazioni da palla inattiva, fuori dal terreno di gioco Hansi si concentra su un aspetto in quel momento relativamente nuovo: la raccolta e la creazione di banche dati, dove vengono raccolte informazioni sui giocatori e sul loro sviluppo. Un tecnico preparato che gioca anche un ruolo fondamentale nella gestione delle dinamiche di spogliatoio. Come accade ai Mondiali 2014, quando è Flick a parlare con Per Mertesacker all’indomani della sofferta vittoria agli ottavi contro l’Algeria e spiegargli la sua esclusione per il quarto di finale con la Francia.

(Miguel A. Lopes/Pool via AP)

Sulla vittoria mondiale c’è anche la firma del vice, che però contrariamente a quanto vuole la tradizione tedesca dei ct, non eredita il ruolo di capoallenatore. Preferisce fare una nuova esperienza, quella di DFB-Sportdirektor, ovvero di direttore sportivo della Federazione. Non più lavoro in campo, ma dietro una scrivania. Ci starà per due anni e mezzo. Un periodo intenso che termina a inizio 2017 con la risoluzione del contratto, motivato con il desiderio di stare più vicino alla sua famiglia.

Molto di meno durerà la parentesi come dirigente dell’Hoffenheim, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018. Flick, che nel 2017 ha chiuso anche il suo negozio di articoli sportivi a Bammental, è fermo, studia, si aggiorna. Poi nell’estate 2019 il ritorno a casa, al Bayern Monaco, come assistente di Nico Kovač. Nessuno si aspetta però che pochi mesi dopo, a novembre, quando il croato di Berlino perde 5-1 con l’Eintracht Francoforte, la dirigenza del Bayern pensi a lui, che non ha mai allenato in Bundesliga, come successore.

Inizialmente sembra debba rimanere solo qualche giorno, poi fino alla fine del girone d’andata e poi a dicembre viene annunciata la sua riconferma fino al termine della stagione 2019/2020. Ad aprile 2020, quando il campionato è ancora fermo per l’emergenza Covid ma il Bayern è tornato in testa alla classifica, la dirigenza guidata da Karl-Heinz Rummenigge gli prolunga il contratto fino al 2023. I vertici societari si convincono vedendo i risultati e soprattutto la trasformazione anche mentale della squadra. Il sito tedesco Spox.com ribattezza Flick “Jupp Guardiola”, Jupp, come Heynckes, tra l’altro allenatore di Hansi tra il 1987 e il 1990 per la sua capacità di relazionarsi con la squadra (si veda tra gli altri il recupero di Jérôme Boateng) e Guardiola come il tecnico spagnolo, da cui ha ripreso l’idea di dover dominare il gioco.

I suoi calciatori lo adorano, anche perché dà istruzioni e direttive e precise, i tifosi pure, perché il Bayern comincia una marcia trionfale. Vince tutto quello che può vincere, in molti casi dominando. La difficoltà per il discreto Flick, allenatore tedesco ed europeo dell’anno per il 2020, sarà quello di confermarsi, con una squadra che ha perso Thiago Alcántara e che non avrà Alaba dalla prossima stagione, pur avendo tanti campioni e tanti giovani in rampa di lancio. Ma è bene fare un passo per volta. A partire dall’ottavo di finale con la Lazio.

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