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Il flop tecnico ed economico del Manchester United

By 18 Marzo 2021

Dopo anni di spese piuttosto discutibili, ora i Red Devils stanno per perdere il titolo di club più ricco d’Inghilterra

Un miliardo abbondante di euro in nuovi acquisti per due coppe nazionali e un’Europa League: il Manchester United dell’era post-Ferguson è un ottimo esempio di come risorse quasi illimitate, se non accompagnate da una visione progettuale forte, siano destinate a partorire il classico topolino. Dopo Ferguson, la cui linee programmatiche non si limitavano al rettangolo di gioco ma toccavano ambiti manageriali a tutto tondo, non è più esistito un Manchester United di “qualcuno”.

Nelle ultime stagioni ci sono stati il Manchester City di Guardiola e il Liverpool di Klopp, ma anche allargando il discorso ad altre corazzate europee, il Bayern Monaco di Heynckes, il Real Madrid di Zidane, la Juventus di Allegri, il Barcellona di Luis Enrique. Poco o nulla da segnalare invece sul fronte United: i vari Moyes, Van Gaal, Mourinho e (finora) Solskjaer sono stati per i Red Devils materiale da statistiche, non da libri di storia. Non è un caso, tornando all’Inghilterra, che il Manchester United sia in procinto di perdere, proprio a favore di City e Liverpool, la corona di club più ricco del calcio britannico.

(Photo by Dave Thompson – Pool/Getty Images)

Gli inglesi usano il termine juggernaut per indicare qualcosa dotato di una forza inarrestabile. Il Manchester United è uno juggernaut calcistico, in quanto è, proprio come le unità juggernaut presenti in numerosi wargames e videogiochi strategici che hanno sdoganato il termine a livello globale, talmente robusto, nel suo caso a livello finanziario, da risultare apparentemente impermeabile ai mutamenti del contesto circostante.

Lo aveva espressamente ammesso nel maggio 2018 il vice presidente del club Ed Woodward di fronte all’assemblea dei soci. Le prestazioni sul campo, sosteneva Woodward, non avevano alcun impatto significativo sui risultati commerciali della società. I Red Devils avevano appena chiuso la Premier League al secondo posto, miglior piazzamento post-Ferguson, ma il bilancio stagionale faceva registrate zero titoli in bacheca.  È vero che un anno prima gli uomini di Mourinho avevano centrato la piccola doppietta Europa League-Coppa di Lega, ma per una big non sono quelle le competizioni che muovono i soldi. Eppure, per l’ennesima volta, fatturato e profitti erano cresciuti.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Per quanto solido e corazzato, anche uno juggernaut può essere scalfito e perdere pezzi, ed è ciò che lo United ha cominciato a fare proprio a partire dal giorno della dichiarazione di Woodward. Le partecipazioni saltuarie alla Champions e le precoci eliminazioni privano il club di introiti compresi tra i 35 e i 60 milioni di euro annui, ai quali va aggiunto il nodo sponsor. Nel 2014 i mancuniani strapparono alla casa automobilistica americana Chevrolet un lucroso accordo da 525 milioni di euro per la sponsorizzazione delle proprie divise. Un introito stagionale pari a 74 milioni,  che viene sommato a quelli  versati da Adidas (87 milioni) e Kohler (23 milioni). Ma il contratto con Chevrolet è in scadenza e attualmente non esistono i presupposti per un rinnovo alle stesse cifre di quelle pattuite oltre cinque anni fa. C’è la pandemia, già di per sé fonte di sofferenza per i bilanci delle big, ma soprattutto c’è una storia recente del Manchester United non all’altezza della propria fama.

Se nella stagione 2016/17 il fatturato del Manchester United ammontava a 676 milioni di euro, nel 2019/20 tale cifra è scesa a 509 milioni, il peggior risultato dalla nascita del Football Money League, il report annuale prodotto dalla Deloitte. Nel medesimo arco temporale lo United è stato l’unico top club a contenere l’esplosione dei costi legati ai salari, facendo addirittura registrare una lieve diminuzione (da 293 a 284 milioni, pari al 3%) e attestandosi su un rapporto costo del personale/fatturato pari al 54% (per ogni euro incassato, 54 centesimi servono a pagare gli stipendi), quindi ben al di sotto della soglia del 70% consigliata dalla Uefa. Ma la contrazione delle entrate è destinata a ritoccare al rialzo questa percentuale, salvo che nel frattempo Woodward non si inventi altre operazioni commerciali vincenti come la partnership con la nigeriana Chivita 100%, società produttrice di succhi di frutta, o quella con la cinese Mlily, produttrice di materassi e cuscini. Piuttosto improbabile, visto ciò che sta accadendo nel mondo.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Dopo aver perso, a favore di Barcellona e Real Madrid, la corona della Money League, il Manchester United sta per abdicare anche a livello nazionale. Una prospettiva impensabile solo una decina di anni fa, quando tra i Red Devils e le rivali non c’era gara in termini di profitti generati. Tim Bridge, uno degli esperti Deloitte che ogni anno stila il citato report, ha definito “sismica” questa prospettiva. Il Manchester United rappresenta l’esempio di quanto poter contare su un appeal globale, nonché sulle competenze e sulle intuizioni necessarie per sfruttarlo a dovere, sia indispensabile oggigiorno per sostenere i bilanci delle big, sempre più zavorrati dall’esplosione dei costi (e il covid-19 renderà applicabile anche al calcio la massima del turbocapitalista Warren Buffett: “solo una volta abbassatasi la marea potremo vedere chi ha nuotato nudo”). Ma nel medio periodo, senza più il riscontro del campo, anche l’impero più ricco non può evitare il proprio declino.

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