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Il giorno in cui Bernd Schuster si è preso la Germania

By 7 Giugno 2020 Giugno 10th, 2020

Il 14 giugno del 1980 la Germania batte 3-2 l’Olanda nella seconda giornata degli Europei italiani. Il migliore in campo è un ragazzo con un caschetto biondo e il numero 6 sulle spalle. Un centrocampista dal talento fuori dal comune ma con un carattere particolarmente spigoloso

 

Klaus Allofs, 24 anni da compiere e un triste baffo nero sotto il naso appuntito. È uno dei nomi nuovi della Germania Ovest a Euro 80, insieme a quelli del portiere Harald Schumacher, erede del grande Sepp Maier, Hans Peter Briegel, Felix Magath, i fratelli Forster (Bernd e Karl Heinz) e la stella nascente Lothar Matthaus, che debutterà in Nazionale proprio in quell’Europeo, a 19 anni e 3 mesi. Una squadra fresca, nuova, giovane guidata dal CT Jupp Derwall, subentrato ad Helmut Schön dopo le delusioni del mondiale argentino. Allofs, che ha un fratello minore di nome Thomas, per gli almanacchi è un centrocampista. Di fatto gioca all’attacco e segna con puntualità: 22 gol in Bundesliga con la maglia del Fortuna Dusseldorf  nella stagione 79-80. È lui il nuovo partner di Kalle Rummenigge in Nazionale. Un’investitura non da poco, con la critica che lo attende al varco, adesso che reciterà per la prima volta sul palcoscenico continentale.

Campionati Europei di calcio. Quinta edizione quella del 1980 che si disputerà in Italia, dall’11 al 22 giugno. Nuova formula, con la fase finale allargata a otto squadre divise in due gironi. Partite secche e le prime in classifica di ciascun gruppo si sfideranno per il trofeo. Gara inaugurale all’Olimpico di Roma, nel pomeriggio dell’11 giugno 1980. Fa caldo. Arbitra Michelotti di Parma. Si affrontano Cecoslovacchia e Germania Ovest, remake della finalissima del 1976. Partita bruttina, davanti a poca gente. Vincono i tedeschi grazie a Rummenigge (golletto all’inizio del secondo tempo). Quanto ad Allofs, non pervenuto. E vai col fuoco incrociato di voti bassi e giudizi definitivi: “Il peggiore in campo”. Triste lui, che percepisce il flop, e ancora più triste il suo baffo.

Tre giorni dopo, a Napoli, la Germania batte l’Olanda di Krol per 3-2 e ipoteca la finale. I gol sono tutti di Allofs, il “bocciato”. Una tripletta da urlo che gli basterà per risultare il miglior bomber dell’Europeo. Gli Orange riusciranno solo a ridurre il peso della sconfitta, con due reti sul finire. Sorride il numero 11 tedesco (e anche il mustacchio ne trae un minimo giovamento, ma solo per poco). Si capovolge totalmente il quadro: per Allofs, vedi Napoli e poi… vivi. Ma come è stato possibile tutto ciò?

La formazione iniziale della Germania durante gli Europei italiani del 1980 (Photo by Keystone/Getty Images).

La soluzione ha un nome e un cognome. Bernd Schuster. E’ una delle due novità nella formazione tedesca rispetto a quella dell’esordio. Ed è un trionfo di Bernd tra “in” e “out”. Fuori Cullmann e il Forster maggiore. Dentro Schuster e l’esperto panzer Hrubesch, che si chiama Horst. C’è bisogno di un centravanti d’area per impegnare di più le difese ed aprire varchi ai compagni; così come serve maggiore ordine e freschezza a centrocampo. Lo pensano (e lo dicono) Kalle Rummenigge e Hansi Muller, fra i pochi confermati del passato e che hanno voce in capitolo. Derwall li ascolta e alla fine decide per i cambi. Hrubesch boa d’attacco, arretramento di Uli Stielike nel ruolo di libero e Schuster a comandare in mediana.

14 giugno 1980. San Paolo di Napoli. Dirige il francese Wurtz. Germania-Olanda, una partita da seguire. Il ricordo vola al 1974, ma di quella finale mondiale sono rimasti solo tre olandesi: Krol, Rep e Renè Van de Kerkhof. Tra i tedeschi, invece, spicca il caschetto biondo di Schuster. Ha il 6 sulle spalle. Numeri fissi, come era uso fare un tempo (solo) nelle competizioni internazionali. L’Olanda è sorpresa. Ma la sorpresa è di tutti, perché di Schuster si sa poco o nulla. Appare all’improvviso in Eurovisione e buca lo schermo all’istante. Certo funziona molto il suo essere ovunque con quella scia dorata che resta nell’aria a dare traccia di ogni suo passaggio. Ma chi è?

E’ un giovane promettente, un paio di campionati tedeschi alle spalle, un po’ di nazionale giovanile  e un carattere niente male. Dinamismo, ma anche piede, specie il destro. Ottima visione di gioco e spiccato senso tattico. Incontrista e incursore. Ruba palla e sprinta subito in direzione opposta. Sa fare tutto, bene e molto rapidamente. E’ nato il 22 dicembre 1959 ad Augsburg, Augusta,la stessa città di Helmut Haller. Del classico uomo teutonico ha tutto, capello biondo compreso, fluente il tanto che basta per l’effetto onda quando corre. E corre tanto. Gioca nel Colonia, ma ha forti attriti con il suo club che lo ha anche messo fuori rosa. Ha già una moglie, da un anno, ed un figlio di pochi mesi. La signora Schuster si chiama Gabriella e anche lei come il congiunto, ha tutte le caratteristiche della tipica (bella) ragazza tedesca, dal biondo dei capelli al seno da playmate (non è pruderie, tra qualche riga scoprirete il perché). Le cronache riferiscono che Gaby sia più grande di lui di sei anni, che il loro amore sia esploso all’istante e che, altrettanto fulminea sia stata la decisione di convolare a nozze. Raccontano poi che la bella Gaby abbia lasciato il centro estetico di Colonia presso il quale lavorava per dedicarsi a tempo pieno alla cura degli interessi del maritino, novella Wanda Nara (della serie, nel calcio non si inventa nulla).

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Torniamo al campo. Il talentuoso Schuster a 16 anni debutta in Seconda divisione tedesca con la squadra di casa, l’Augsburg. Nel corso del 1978 è in Israele con la rappresentativa Juniores della Germania Ovest. Da quelle parti c’è anche il Colonia, in procinto di giocare un’amichevole con la Nazionale locale. I dirigenti della squadra tedesca lo vedono, prendono nota e, un mese dopo, lo chiamano al telefono di casa. Affare fatto. Galeotto fu il torneo giovanile e Schuster, diciannove anni ancora da compiere, viene acquistato dal Colonia che ha appena vinto la Bundesliga e che conta sui vari Schumacher, Cullmann, Heinz Flohe e Dieter Muller.

Impiega poco a mettersi in mostra, perché è veramente bravo. Lo allena Hennes Weisweiler che nell’ottobre del ’78 lo fa esordire nel massimo campionato tedesco contro l’Eintracht di Francoforte. Debutta in Coppa dei Campioni e sul finire della stagione, maggio 1979, arriva anche il primo gettone con la Nazionale maggiore nell’amichevole di Dublino contro l’Eire, vinta per 3-1. In una stagione Schuster ha fatto salti da gigante. Salgono le sue quotazioni, aumentano le attenzioni e il numero dei pretendenti, club italiani compresi vista la riapertura delle frontiere che scatta proprio nel 1980. E Gaby può così scendere in pista con il suo nuovo lavoro di agente-procuratrice del giovane coniuge. Primo passo: astuta operazione di pressing sul Colonia. Gaby bussa a denari, chiedendo un aumento dell’ingaggio, ma il presidente, Herr Peter Weiand non ci sente. Allora l’alternativa è la cessione. Il clima si fa teso e la temperatura sale, mentre sopra il labbro superiore del giovane Bernd spuntano dei peletti biondi che si fa fatica a chiamare baffi (vero Lele Oriali? Ma questa è un’altra storia, magari ne riparleremo).

Schuster e il Colonia litigano. Il matrimonio (quello sportivo), dopo un paio di anni è già in crisi e il divorzio è dietro l’angolo. Intanto arrivano le convocazioni per Euro 80 e Jupp Derwall lo inserisce nei 22 eletti, con tanto di figurina nel primo album che la Panini dedica agli Europei. Il CT tedesco ha un debole per lui: “E’ un buon giocatore che migliorerà nel tempo. Vedrete ai mondiali in Spagna”. Ma intanto, nella prima gara lo tiene fuori. Poi, dopo la faticosa partenza con la Cecoslovacchia, ecco aprirsi per Schuster le porte dell’undici titolare. La sera prima del debutto europeo, Bernd telefona alla moglie. “Qui in Germania non fanno che parlare di te – sussurra Gaby alla cornetta – Dicono che sarai un sicuro protagonista del torneo”. La conversazione era terminata con un affettuoso incoraggiamento al marito, pregustando le nuove e magnifiche cifre per il futuro contratto del biondo congiunto.

(Photo by Ruediger Fessel/Bongarts/Getty Images)

Schuster spacca la partita. Fin dal primo minuto impone i suoi ritmi ad una gara che la Germania vuole chiudere il prima possibile. Anche perché i due punti profumano di finale. Il numero 6 è nel cuore del gioco. Tocca mille palloni, la sua presenza è incombente, si becca pure un giallo perché la grinta non gli difetta. Ma quel che più conta è che entra da protagonista in tutte e tre le azioni dei gol. Il palo dal limite dell’area, preludio all’1-0 al 19’, lo colpisce lui con un magnifico destro, dopo secco dribbling sul diretto avversario per liberarsi al tiro. Il raddoppio è tutto nelle gambe e nella testa del biondo mediano. Minuto 58. Rincorre un avversario fin oltre la linea della propria metà campo. Lo raggiunge con falcate ampie e armoniose, lo costringe alla virata improvvisa e, nella sbandata che segue, gli soffia il pallone con maestria e astuzia. Quindi riparte velocissimo verso la porta avversaria. Scarica con modi e tempi giusti ad Hansi Muller, spostato sulla destra, che appena entrato in area, innesca il sinistro di Allofs che batte Schrijvers per la seconda volta.

Il 3-0 nasce da un gioiello di tecnica pura. Confusione in area arancione. Il portiere esce su un attacco avversario, la palla s’impenna altissima e scende a palombella sulla destra dell’area di rigore. Olandesi con il naso all’insù, mentre Schuster ha già chiaro in mente cosa fare. Stop a seguire di controbalzo per saltare il primo difensore (che è ancora lì che lo sta cercando), quindi cambio di passo in due metri per superare il secondo ostacolo arancione e, in prossimità della linea di fondo, cross arretrato verso il centro dell’area a mezza altezza. Allofs ha il merito di aver intuito l’idea del compagno e di fiondarsi sul pallone prima di tutti. Gli basta il ginocchio destro per colpire il pallone e indirizzarlo in fondo alla rete. Trionfo tedesco. 3-0. Siamo al 66’, è ancora presto per tirare i remi in barca, ma la sensazione che la partita sia chiusa c’è tutta, in campo e sulle tribune (che sono desolatamente mezze vuote).

L’Olanda non molla, arriva a farne due a Schumacher negli ultimi 10 minuti. Ma di più non può. Tedeschi con un piede all’Olimpico per la finale del 22 giugno e fari puntati sul protagonista principale della giornata, Bernd Schuster. Il palcoscenico è tutto suo. E lui dà l’impressione di saperci stare, soddisfatto come è del suo impatto su un Europeo che si sta tingendo del giallo, rosso e nero della bandiera tedesca. “Ho giocato con disinvoltura – dichiara nel post gara – tutto mi riusciva più semplice del solito e non mi sono mai sentito stanco. Avrei continuato a giocare per tutta la notte”. Ha il morale a mille il nuovo biondo della Nazionale tedesca che, adesso in molti, sovrappongono a Gunter Netzer, altro capello dorato di altissima qualità. A dare i giusti equilibri ci pensano Jupp Derwall e il calendario, visto che lo scontro diretto tra Olanda e Cecoslovacchia – in programma il giorno prima di Germania-Grecia – finisce in parità e garantisce quindi l’accesso alla finale ai tedeschi con un turno di anticipo. Il CT, che non può rinunciare adesso alle illuminazioni e agli strappi di Schuster, linfa vitale per il gioco della sua squadra, gestisce alla perfezione la situazione.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

E siccome sul giovane centrocampista pende il rischio squalifica per l’ammonizione presa contro l’Olanda, lo risparmia nella inutile gara contro la Grecia, per ritrovarselo fresco, ancora più carico e brillante la sera del 22 giugno 1980. Novanta minuti (al netto di supplementari e rigori) per decidere a chi andrà la Coppa Delaunay. L’avversario sarà il Belgio di Pfaff, Van Moer e Van der Elst che ha conquistato il diritto alla finale solo per la miglior differenza reti nei confronti dell’Italia padrona di casa (che chiuderà quarta, deludendo abbastanza). Arbitra il romeno Rainea. La Germania è nello stesso undici che ha battuto l’Olanda. L’unica differenza è il font dei numeri, sempre neri sul bianco della maglia. Non quelli pieni e con effetto “tridimensionale” delle altre gare, ma con strisce nere appiattite sulla schiena, il tutto sempre made in Adidas, benché l’Uefa abbia vietato la mostra dello sponsor tecnico, obbligando l’oscuramento del logo con delle pecette. Altri tempi.

Schuster conferma di essere al top. E di essere presente nei momenti decisivi. E’ lui a dare il via a Hrubesch per l’1-0 dopo dieci minuti di gara. Il Belgio pareggerà, con un rigore a dir poco generoso. Ma gli uomini di Derwall hanno il gran pregio di non mollare mai e a un minuto dai supplementari, il perentorio colpo di testa del centravanti dell’Amburgo, regala alla Germania Ovest il punto del game, del match e di tutto il cucuzzaro. Secondo successo continentale per i tedeschi occidentali e primo trofeo di prestigio per il biondo Schuster, rivelazione dell’Europeo, che sarà poi votato il miglior giocatore dell’intera edizione e finirà addirittura secondo nella classifica del Pallone d’Oro di quel 1980.

E qui, inizia un’altra storia. Fatta di soldi e trasferimenti clamorosi. Litigi e gambe spezzate. Successi e tradimenti. Sorrisi e perizie psichiatriche per un puledro del pallone che, dovunque sia stato, ha lasciato tracce indelebili. Nel bene e nel male. Spesso, per non dire sempre, con la regia della moglie (che sarà tale fino al 2011).

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Dopo il brillante Europeo, l’unica cosa certa è la fine della storia con il Colonia e con la Bundesliga. C’è bisogno di nuovi orizzonti e, soprattutto, di altra valuta. Gaby tratta in dollari con i Cosmos di NewYork, allenati da Weisweiler. Può anche darsi che ci sia qualche abboccamento in lire italiane. Alla fine avranno la meglio le pesetas spagnole e Schuster per quasi due miliardi, si trasferisce  a Barcellona. Proni via, ed entra in rotta di collisione con buona parte dei nuovi compagni. Litiga con Migueli durante un allenamento (ma dico io, è il più grosso di tutti, con i baffi spioventi e l’aria truce tipica dei terzini degli anni Settanta, oltre ad essere il leader indiscusso dei blaugrana). Se ne torna sdegnato in Germania e quando rimette piede nello spogliatoio, lo trova tappezzato da decine di foto della sua bella Gaby desnuda. Nessuna violazione della privacy o peggio. La bella “Schusterova” anni prima aveva posato senza veli per una rivista. Ma il messaggio dei compagni è chiaro: testa bassa e rispetto per tutti.

Ma Schuster è fatto così. Tanto morbido e rotondo è il suo gioco, tanto pieno di spigoli è il suo carattere. Ha classe, carisma, personalità. Ma anche cadute di stile, pretese e bizze bambinesche. Otto anni rimane in Catalogna Bernd Schuster, dal 1980 al 1988. Arrivano i successi: la Liga che mancava da undici anni, una manciata di coppe domestiche e la Coppa delle Coppe. Gioca con Maradona, ma è con il mite Archibald che va meglio. Adora Helenio Herrera, ricambiato (“Schuster vale Pelé e Cruyff”) e dà dello sbronzo a Udo Lattek. Dopo il settimo anno, la crisi esplode. La fine con il Barça è in perfetto Schuster-Style e si chiude con il passaggio agli eterni rivali del Real Madrid. Due anni con i Blancos, due campionati vinti e altri trofei accessori per il secondo tradimento al quadrato, il passaggio all’Atletico Madrid nel 1990. Saranno 13 gli anni globali in Spagna per Bernd Schuster, per due volte eletto miglior straniero della Liga e proclamato in un sondaggio il miglior giocatore straniero di sempre, battendo mostri sacri come Alfredo Di Stefano e Johan Cruyff. Prima di chiudere con il calcio giocato ed iniziare l’avventura come allenatore, c’è il ritorno in patria con il Bayer Leverkusen (tre stagioni e nel 1994 il gol più bello dell’anno in Bundesliga) e l’esperienza finale in Messico con l’Unam.

E la Nazionale? Ad Euro 80 era arrivato a quota nove presenze. Tutti, Jupp Derwall in primis, lo attendevano ai Mondiali spagnoli, dove avrebbe sicuramente primeggiato. La storia ci ha detto che il “Golden Angel” di Augusta al Mundial di Spagna non ci sia mai andato. Vero è che il 13 dicembre del 1981, il raffinato difensore basco Andoni Goikoetxea (lo stesso che due anni dopo gambizzò Maradona), gli sfece i legamenti di un ginocchio per un regalo che gli valse due operazioni e otto mesi di stop. Ma è anche vero che il nostro aveva già trovato modo e tempo per inimicarsi una buona fetta dello spogliatoio della Nazionale, mancando ad una festa di compleanno di Hansi Muller, nel luglio 1981. Motivo? Lo disse lui stesso, con la solita diplomazia e l’uso della metafora che gli era tipico: “Non mi piace Hansi Muller”. Dovette intervenire Derwall con tutto il comando dei pompieri di Germania per domare l’incendio. Fiamme spente, ma clima arroventato per i successivi due anni e mezzo di convivenza, chiusi il 29 febbraio 1984 dopo l’amichevole contro il Belgio. E’ lui a dare l’addio dopo 21 partite con la maglia bianca della Germania Ovest. Due anni dopo, alla vigilia del Mondiale in Messico, in molti lo rivogliono in Nazionale, Franz Beckenbauer in testa. Ed ecco, magicamente, rispuntare la bionda Gaby che fa il prezzo. Volete che torni? Un milione di marchi possono bastare. In Federazione si arriva addirittura a chiedere un finanziamento all’Adidas che butta sul tavolo un due di picche. Ventuno erano e ventuno rimangono le presenze in Nazionale per Bernd Schuster, “il talento più puro del calcio tedesco dopo Beckenbauer e Netzer”.

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