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Il giorno in cui Djalminha ha perso la testa

By 4 Maggio 2020

Nel 2002 il brasiliano comincia a giocare sempre meno. Durante un allenamento scoppia un battibecco con Irureta e Djalminha colpirà l’allenatore con una testata. È l’inizio di un veloce declino che metterà fine alla sua carriera

È un tranquillo pomeriggio di primavera galiziana, ad Acea de Ama, uno di quelli in cui il cielo è terso e la temperatura ideale per giocare a pallone. Il Deportivo la Coruña è impegnato in una partitella di allenamento in preparazione della trasferta sul campo del Betis Siviglia. Djalminha gioca in maniera nervosa, è spazientito, quella che si avvia alla conclusione è stata una stagione tutt’altro che positiva per lui. Le gerarchie di squadra sono cambiate e lui, nel 2002, ha visto pochissimo il campo, scavalcato ormai definitivamente da Juan Carlos Valeron, che forse ha meno talento di lui ma certamente è più affidabile.

Paco Melo, l’allenatore in seconda che in quell’occasione interpreta il ruolo di arbitro, lascia correre su un contatto in area ai danni della squadra di Djalminha e, poco dopo, fischia un fallo nei sedici metri per gli avversari. Il brasiliano non ci vede più, perde completamente la testa, comincia a spostare con insistenza il pallone impedendo a Makaay di calciare il rigore, lo fa una, due, tre volte. Melo gli chiede di lasciarlo battere, i compagni gli si avvicinano per pregarlo di finirla, interviene pure Javier Irureta, l’allenatore che un paio di stagioni prima ha portato il Depor al suo unico titolo di campione di Spagna.

Djalminha non dà ascolto a nessuno, nemmeno a lui, e lo colpisce con una testata. Per la verità non lo fa con violenza, ci mette semplicemente tanta arroganza e mancanza di rispetto. Appoggia la fronte sul volto dell’allenatore che lo ha appena spedito a farsi la doccia. Col Betis andrà in tribuna, per la terza partita di fila, chiederà scusa e sarà parzialmente perdonato, ma quel gesto gli costa il Mondiale. I media brasiliani ironizzano: Scolari ha due alternative, non portare Djalminha in Giappone e Corea del Sud o attrezzarsi con un casco da motociclista per seguire gli allenamenti. Felipão sceglierà la prima opzione e il Brasile sarà campione del mondo per la quinta volta.

 Laurence Griffiths/ALLSPORT

La carriera di Djalminha non si ferma lì, ma è una pura formalità. Va avanti ancora per un paio d’anni. Verrà ceduto in prestito all’Austria Vienna e tornerà ancora al Deportivo, giocherà un minuto solo nel 4-0 che il Depor rifilerà al Milan al Riazor nel ritorno dei quarti di finale di Champions League, e sarà la sua unica presenza in Champions League in quella stagione. Di fatto, ormai, la sua storia è finita quel primo maggio del 2002, con quella testata abbozzata a Irureta.

La fine di Djalminha è ingloriosa, eppure necessaria per potere raccontare il resto della storia. Quella di un ragazzo nato col pallone incollato al piede, con un papà difensore della nazionale brasiliana e uno zio di nome Carlos Alberto, il terzino capitano della Seleção a Messico ’70. A 16 anni, ben prima di diventare famoso in patria, Djalminha è solo il figlio di Djalma Dias, che solo porta dietro a una partita tra vecchie glorie del Brasile e riesce pure a farlo giocare. In mezzo a Pelé e Garrincha, Djalminha finisce per essere il migliore in campo, e se non è una profezia poco ci manca.

Firo Foto/ALLSPORT

Il fatto è che Djalminha è uno di quei talenti purissimi che però non hanno necessariamente tantissima voglia di stare ad ascoltare le indicazioni tattiche degli allenatori, né di impegnarsi particolarmente negli allenamenti. Ha un sinistro incantevole, però, e cominciano a chiamarlo Dio, Mago, Genio, non proprio i più originali dei soprannomi, ma insomma, rendono l’idea. Al Flamengo vince un campionato carioca, una Copa Rio, una Taça Rio, due Taça Guanabara, ma il mondo non si accorge di lui. Va prima al Guaraní e poi addirittura in Giappone, allo Shimizu Pulse. Gli serve tornare in patria, al Palmeiras, per far emergere tutto il suo talento.

In una rosa fortissima, con Rivaldo e Cafu come compagni di squadra, è lui il migliore. Non del Palmeiras, ma di tutto il Brasile, tanto da vincere la Bola de Ouro. Vince anche il campionato e nel 1997 si trasferisce al Deportivo per sostituire Rivaldo, passato al Barcellona. È l’inizio di uno show itinerante che durerà tre anni e culminerà con la Liga vinta nel 2000.

Quello che Djalminha fa sul campo non ha eguali. Non corre, non è velocissimo, ma pensa cosa che gli altri non credono nemmeno possano esistere. Accarezza il pallone in tutti i modi leciti. Con l’interno del piede sinistro, con cui dipinge traiettorie magnifiche su punizione, ma anche in modi molto meno convenzionali. Col petto, la spalla, il tacco, trovando sempre il compagno libero.

1AllsportUK /Allsport

Nell’anno di grazia 2000, quello in cui il Depor conquisterà la Liga, si inventa una cosa assurda. Contro il Real Madrid, davanti a una difesa schierata e con tre uomini addosso, si lancia in una bicicletta perfetta: col piede sinistro manda il pallone sul tacco del destro, poi da dietro se lo fa passare sopra la testa. Non è un dribbling, però, è un assist. Preciso al millimetro per Victor, che calcia addosso a Roberto Carlos in spaccata. Non tutti la prendono bene, a fine partita Raul gli si avvicina e gli chiede: “Perché fai queste fesserie?”. Lui gli risponde nel modo più provocatorio possibile: “Perché sono un giocatore di calcio. Tu fai gol, io invece sono un giocatore di calcio”. A Raul.

Pochi mesi dopo, a due giornate dal termine del campionato, con la squadra in piena lotta per il titolo, Djalminha riassume perfettamente il suo poter essere tutto e il contrario di tutto nello stesso momento. A 10 minuti dalla fine della partita col Saragozza, mentre il punteggio è fermo sull’1-1, scambia il pallone con un compagno, si libera per il tiro e con il sinistro fulmina il portiere avversario sul primo palo. Sarebbero tre punti fondamentali e Djalminha non riesce a contenere la sua reazione, si toglie la maglia e comincia a correre per il campo a petto nudo. Già, peccato che sia già ammonito e che quell’esultanza gli costi il rosso. In dieci, il Depor subirà il pareggio nelle battute finali dell’incontro, ma alla fine sarà comunque campione di Spagna, grazie, soprattutto, al suo numero 8 brasiliano.

Le cose cominciano a cambiare proprio l’anno dopo, con l’arrivo di Valeron. Djalminha non è più titolare inamovibile, segna comunque nove gol in Liga e tre in Champions, compreso un delizioso cucchiaio su rigore al Milan, e appena può mostra che la sua classe non è affatto calata. Lo fa, per esempio, in un derby contro il Celta. Entra in campo al 57′ al posto di Valeron e diciotto minuti dopo si inventa una giocata delle sue. Controlla il pallone con lo stesso tacco destro con cui aveva scavalcato al difesa del Real un anno prima, effettuando uno stop orientato che gli permette in un sol colpo di mandare a vuoto l’avversario e portarsi la palla sul sinistro per calciare di interno a giro all’incrocio opposto.

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

È forse l’ultimo lampo di classe autentica. L’anno dopo Djalminha scivola sempre più in basso. Segna alla Juve in Champions ma gioca pochissimo. Il primo maggio tira una testata a Irureta, che lo perdona solo per fargli giocare gli ultimi sedici minuti dell’ultima partita di stagione contro il Real Madrid, mandandolo in campo sul 2-0 (Pandiani, nel recupero, arrotonderà ulteriormente il risultato). Eppure anche in questa stagione vince un trofeo, il 6 marzo solleva la Copa del Rey e si prende una bella rivincita. Flavio Conceição, connazionale ed ex compagno di squadra passato ai blancos, lo invita prima della gara alla festa del Real. Lui accoglie la provocazione e lo avvisa di non vendersi la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato. Alla fine ha ragione lui, perché il Depor vince 2-1. Djalminha gioca appena due minuti, Conceição nemmeno quelli.

Due anni dopo, lasciata la carriera da calciatore, Djalminha torna a indossare la maglia del Deportivo. Gioca, infatti, un torneo di calcio indoor, con gli ex compagni di squadra Fran, Donato e il Turu Flores. Trasporta in un campo al coperto la classe di un giocatore che avrebbe potuto vincere un paio di mondiali, e che invece si è accontentato di una Copa America da coprotagonista. Sacrificando tutto il resto sull’altare della sua follia.

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