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Il giorno in cui nacque la stella di Paolo Maldini

By 19 Gennaio 2021

Il 20 gennaio 1985  il Milan gioca in trasferta a Udine. In panchina si siede un ragazzo di 16 anni dall’aspetto mite e dalle generalità ingombranti. Perché quello di Maldini è un cognome difficile da portarsi dietro.

Quel giorno la squadra di casa è orfana di Zico, ma in campo l’assenza non si avverte. Il primo tempo finisce 1-0 per l’Udinese, rete di Selvaggi, e il passivo per il Milan potrebbe essere peggiore. A inizio ripresa, complice l’infortunio del centrocampista Battistini, Liedholm deve ridisegnare le geometrie tattiche e fa scaldare il ragazzino. Longilineo, scattante, di una naturale eleganza nei movimenti. Il piglio è un po’ quello di Cesare Maldini, suo padre: grinta, umiltà, capacità di farsi trovare pronto in ogni momento. La voglia è quella di dimostrare al tecnico che avere 16 anni non è una colpa: su di lui si può contare già da ora.

Sarà forse un caso ma nel secondo tempo è un altro Milan. La partita finisce 1-1 grazie al pareggio dell’inglese Hateley, la squadra rossonera ha una certezza che va oltre il risultato. Il ragazzino entrato in campo nella ripresa farà strada. Unisce senso tattico e forza fisica, manca l’esperienza ma di certo non ha paura di nessuno. Sembra possedere una personalità strutturata e dalla linea della difesa non sbaglia un intervento. In anticipo è impeccabile, così come nel gioco aereo. Giocherà perché è bravo, non perché di cognome si chiama Maldini.

Quella di Udine sarà l’unica presenza nel campionato 1984/85. La concorrenza è spietata e Liedholm non vuole mandare allo sbaraglio un esordiente di quelle potenzialità. Il ragazzo è intelligente, capisce e non se la prende. Anzi, seguendo la filosofia di famiglia, continua a lavorare sodo e a farsi trovare pronto. Il momento giusto è in agguato e qualche risultato, come la Coppa Italia Primavera, già c’è. Ne risente il rendimento scolastico ma nella vita non si può avere tutto. «Avrei voluto finire la scuola ma avendo esordito in Serie A a 16 anni era veramente un casino. C’era allenamento tre volte al mattino e tre volte al pomeriggio ogni settimana e a volte si tornava dalle trasferte di domenica a notte fonda, era durissima andare al liceo scientifico, il lunedì mattina. Ho provato anche qualche mese di scuola privata, poi ho mollato».

L’anno successivo Maldini non ha ancora raggiunto la maggiore età ed è già titolare fisso. Destro naturale, l’allenatore preferisce schierarlo terzino sinistro. Liedholm sa perché. 27 presenze nella stagione 1985/86 e nessuno pensa più a possibili favoritismi, in campo il ragazzo è quasi sempre il migliore. Non ci si scandalizza nemmeno quando nel 1986 suo padre lo convoca nella Nazionale Under 21. Da questo momento, per un qualsiasi giornalista scrivere di lui in termini non agiografici diventa pressoché imbarazzante: Paolo Maldini sembra un uomo privo di difetti. Difensore elegante e spietato, ragazzo disciplinatissimo, il figlio che ognuno vorrebbe avere. La persona giusta sempre al posto giusto. A volergli trovare un limite si fa fatica: è perfino gradevole d’aspetto e, da quel che si dice, non fa pesare mai i propri talenti ai compagni. Praticamente perfetto.

LaPresse.

L’esperienza con la Under è l’anticamera della Nazionale maggiore, alla quale Maldini jr. arriva a 19 anni. È un’amichevole nell’allora Jugoslavia. Anche quell’esordio finisce 1-1. Negli anni successivi il Milan si trasforma nel fiore all’occhiello della galassia berlusconiana e il giovane Maldini è uno dei pilastri del progetto sportivo. Tant’è che a 20 anni non ancora compiuti Paolo è un leader in difesa della squadra campione d’Italia. Nella stagione 1987/88 segna perfino due volte (contro Avellino e Sampdoria). Soprattutto, Maldini è una sicurezza per il reparto arretrato e un punto di riferimento per tutto l’ambiente. Non si lamenta mai, neanche quando ce ne potrebbe essere motivo. Agli allenamenti è il primo ad arrivare e l’ultimo ad andar via. Appare consapevole della propria grandezza ma l’umiltà ereditata e un’inossidabile etica del lavoro lo portano ogni volta a non dare nulla per acquisito e a rimettersi in discussione. È così nel Milan, diventa così in Nazionale.

Nel 1990 ha 22 anni ma ai Mondiali italiani sembra un veterano. La vittoria finale sfuma, non certo per colpa sua. Non sono sfumate nel frattempo due Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali con la squadra di club. Passano gli anni, cambiano i compagni ma il numero 3 del Milan rimane sempre lui. È uno dei pilastri della difesa che il quel decennio neutralizza qualsiasi avversario. Dalle parti della linea a quattro Maldini-Baresi-Costacurta-Tassotti non si passa ed è da quella certezza che riparte il gioco a favore delle punte stellari che il Milan può permettersi. È l’epoca d’oro del berlusconismo applicato al calcio: opulenza, sì, ma anche filosofia del lavoro, capacità di sacrificio, ricerca del risultato applicato all’estetica. Il tutto, in un mix equilibrato ma imprevedibile di fantasia e razionalità. Paolo Maldini è il vero trait d’union fra allenatore, squadra e vertici societari. È l’esempio per tutti, rappresenta la capacità di adattamento da un ruolo all’altro e alle varie situazioni anche fuori dal campo. E se può adattarsi uno come lui, possono anzi devono farlo tutti. Dalla stagione 1997/98 diventa capitano, dopo avere ricevuto la fascia da Franco Baresi, giunto ormai al termine della carriera.

©lapresse archivio storico

Nel 2004 Paolo Maldini risulta decimo nel Golden Jubilee Poll, un sondaggio condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d’Europa nei cinquant’anni precedenti. Tra gli italiani è secondo soltanto a Dino Zoff. Un’attestazione che a livello temporale si inserisce fra due eventi sportivi molto importanti: uno gioioso, l’altro poco felice. Nel 2003 il Milan vince la Champions League battendo in finale la Juventus ai rigori, mentre nel 2005 la sconfitta contro il Liverpool ha il sapore della beffa. Il 25 maggio a Istanbul tutto è pronto per la finalissima. Passano 51”20 e il Milan è in vantaggio. Il gol è di Paolo Maldini. Con un colpo solo il numero 3 rossonero fa suoi due record: è allo stesso tempo il giocatore più anziano ad aver segnato in una finale di Champions League e l’autore del gol più rapido durante una finalissima. Al termine del primo tempo la squadra rossonera conduce per 3-0 e la ripresa sembra presagire calcio puramente accademico. In realtà, in un quarto d’ora la formazione inglese si porta sul 3-3 e saranno i tiri dagli 11 metri a stabilire quale dei due capitani alzerà la Coppa. La felicità di Steve Gerrard ricorderà sempre a Paolo Maldini uno dei peggiori smacchi subiti su un terreno di gioco.

Ma la vendetta è un piatto saporito solo per chi sa attendere. Passano due anni e nel 2007 le due formazioni si incontrano di nuovo. Finisce 2-1 per il Milan e stavolta è Paolo a fare il giro di campo con la Coppa in mano. Alla fine della stagione, il capitano taglia un altro traguardo: il 13 maggio di quell’anno, al termine di Catania-Milan, Paolo gioca la sua partita numero 600 con la stessa maglia. Per arrivare alla presenza complessiva numero 900 in rossonero bisogna arrivare al 16 maggio 2009. La storia di un fuoriclasse ha a volte una sua circolarità: nell’occasione lo stadio è ancora una volta quello di Udine, quello dove nel gennaio di 24 anni prima era iniziata l’avventura di un ragazzo promettente. Solo due settimane e Paolo Maldini decide di smettere. È il 31 maggio 2009 e il Milan vince a Firenze per 0-2, come per omaggiare il capitano. Il vero omaggio giunge però da tutto lo stadio. Anche chi non tifa Milan riserva al difensore rossonero una standing ovation degna di lui.

Ben Radford/Allsport

Terminata la carriera di calciatore, la casa madre non dimentica uno dei suoi figli più illustri. Nell’estate del 2018 il Milan lo accoglie in una nuova veste, quella di direttore per lo sviluppo strategico dell’area sport. Paolo Maldini ha appena compiuto 50 anni ma il piglio è quello di sempre: positivo, sempre sorridente ma anche serio e determinato sugli obiettivi prefissati. La squadra sta vivendo gli stessi anni di anonimato che la caratterizzavano quando lui esordì in prima squadra, servono energie nuove e nel contempo antichi punti di riferimento. Poi nel 2019, così come avveniva in campo, Maldini cambia ruolo. L’organigramma societario lo vede alla voce “direttore tecnico”. Ed è proprio da qui che riparte un altro Milan: sorprendente, combattivo, capace (almeno finora) di superare qualsiasi ostacolo, in Italia e all’estero. Proprio come il suo ex capitano.

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