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Il lato oscuro di Bernd Stange

By 2 Gennaio 2020

Bernd Stange è stato legato alla Stasi, ha lavorato per l’Iraq di Saddam, per Bachir Al Assad in Siria e per la Corea del Nord. Una carriera da romanzo che, tuttavia, presenta qualche ombra

Ha lavorato per la Germania Est di Honecker, per l’Iraq di Saddam, per Bachir Al Assad in Siria e da un po’ è il nuovo consulente della federcalcio della Corea del Nord. Quando a Bernd Stange gli viene domandato se si sente una sorta di “ambasciatore del diavolo”, soprannome affibbiato a Rudolf Hess, il numero tre del partito nazista, lui serafico risponde: “La valuta e le nazioni non hanno alcuna importanza nel calcio. Non c’è differenza se vieni pagato in dollari, euro, sterline o in dinari iracheni. L’unica cosa che conta davvero è lavorare per portare a casa uno stipendio che ti consenta di vivere”.

Tenta l’approccio amichevole e disincantato, ben sapendo in cuor suo di non essere un semplice allenatore giramondo come tanti colleghi. Le sue avventure meriterebbero di essere raccolte in un romanzo, perché Stange, 71 primavere sulle spalle, sembra un personaggio partorito dalla penna di Henning Mankell. Diventa persino facile immaginarlo nei panni del cospiratore, oppure dell’uomo di collegamento tra gli 007 deviati della Lettonia e la mafia russa, come i protagonisti che popolano il romanzo “I cani di Riga”.

Bernd Stange

Stange con la nazionale irachena nel 2003 (Photo by Sandra Behne/Bongarts/Getty Images).

Quello tra Stange e i servizi segreti non è un accostamento fantasioso o campato in aria. Per anni il suo nome è stato legato alla Stasi, la temuta organizzazione di sicurezza e spionaggio dell’ex Germania Est. “Roba vecchia che risale a prima della caduta del Muro – taglia corto – storielle che nessuno è mai riuscito a dimostrare in modo concreto”. E qui si sbaglia, perché nei documenti desecretati dopo il novembre del 1989 e appartenenti all’allora ministro per la Sicurezza Erich Mielke, il nome di Stange viene fuori tra quelli a libro paga della Stasi nel mondo dello sport. C’è il suo, quello di Matthias Sammer, così come addirittura il nome di Jan Tomaszewski, portiere della Polonia anni Settanta, solo per citare alcuni tra i più famosi.

Stange venne nominato ct della Germania Est non solo per le sue indubbie capacità sportive, ma anche per controllare i calciatori e riferire se qualcuno di loro avesse intenzione di attraversare il confine o di vendere informazioni a ovest. Un’etichetta che gli è rimasta incollata come una seconda pelle. Ed è così che nel febbraio del 2003 venne contattato da Saddam Hussein in persona per guidare l’Iraq. Siamo in un momento cruciale per il futuro di Baghdad. È in pieno corso l’operazione “Shock and awe” e il “rais”, messo alle corde dall’avanzata americana, ha bisogno di sorvegliare tutto, compresi i “Leoni della Mesopotamia”, gli atleti della nazionale. I dossier redatti da Stange finiscono direttamente sulla scrivania del sanguinario Uday, figlio di Saddam, quello che si era fatto un certo “nome” sbattendo in galera i reduci della disastrosa trasferta iridata in Messico nel 1986.

 (Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Stange è abile a negare l’evidenza e a giocare con le parole, si difende invitandoci a “chiedere spiegazioni direttamente ai protagonisti di questa storia, ma dubito che abbiano la possibilità di farlo”. Sostiene di avere un solo “datore di lavoro”, la Fifa, che finanzia allenatori disposti a lavorare all’estero per nazioni del terzo mondo. “Il mio nome era inserito su quella lista di missionari del pallone. Ero disoccupato e non ho mai conosciuto qualcuno che vivesse d’aria”.

A Baghdad le difficoltà per Stange erano all’ordine del giorno, ma il peso della responsabilità non lo schiacciarono. “Non c’è scritto da nessuna parte che allenando in Iraq si debba morire sotto le bombe, oppure essere sbranato da un leone in Camerun, o morsicato da un serpente velenoso in Australia. Sono fatalista”. E anche fortunato, perché un gruppo di rivoltosi tentò di assassinarlo sulla strada che portava dall’albergo al centro federale. La pallottola destinata allo 007 tedesco finì per conficcarsi nella testa del suo autista. A quel punto Stange fuggì in Giordania, non prima di aver regalato alla famiglia Hussein il nominativo di una decina di giocatori non proprio fedelissimi al rais.

A distanza di tre lustri la storia si è ripetuta in Siria. Anche nei momenti più drammatici, quando il sedicente Califfato dettava legge su un’abbondante fetta della nazione, Al Assad non volle fermare il campionato di calcio, che alla fine si era trasformato in una sorta di torneo interno tra le squadre di Damasco. Quando il 31 gennaio 2018 Stange atterrò in Siria in molti si trovarono di fronte a un film già visto.

(Photo by Paul Kane/Getty Images)

La locale nazionale di calcio è strutturata in buona parte da calciatori dell’Al Jaish, la squadra dell’esercito. Il presidente siriano, soprattutto dopo la clamorosa diserzione del suo amico d’infanzia, il brigadiere Manaf Tlass (fuggito prima in Turchia e poi riparato in Francia), aveva bisogno di avere la situazione sotto controllo e il tecnico tedesco si è mosso per smascherare eventuali oppositori annidati nel mondo dello sport.

Damasco come Baghdad e Berlino, quello che conta per Stange è il risultato, non quello sportivo. Il recente passaggio a Pyongyang porta a una sorta di chiusura del cerchio per l’ambasciatore del diavolo. La mano longa di Stange è arrivata anche quelle latitudini, dove lavora un uomo di fiducia. È Harald Irmscher, già suo vice in Bielorussia, ma soprattutto altro pezzo da novanta della collezione Stasi. Sembrano storie partorite dal film “Le vite degli altri”. All’atto pratico sono esistenze violate e controllate, scevre dall’effetto cinematografico, spesso sbriciolate quando sport e politica si intersecano sulla rotta di nazioni dove la democrazia è merce rara.

Luigi Guelpa

About Luigi Guelpa

Luigi Guelpa è nato nel 1971. Giornalista professionista, da 30 anni racconta l'Africa e il Medioriente per alcune tra le più importanti testate italiane.

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