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Il lungo addio di André Schürrle

By 20 Luglio 2020

L’approdo nei top club, l’assist per Gotze nella finale dei Mondiali del 2014, poi il blackout dovuto alla salmonella. Ecco la storia di André Schürrle, il ragazzo che si è ritirato a soli 29 anni anni dicendo di non aver più bisogno di applausi

Una fuga sulla sinistra e un pallone messo in mezzo, addomesticato di petto e trasformato in gol. 13 luglio 2014, Stadio Maracanã di Rio de Janeiro. Minuto 113. André Schürrle, subentrato al 31′ all’infortunato Christoph Kramer serve a Mario Götze l’assist per la rete che dà alla Germania la vittoria nella finale contro l’Argentina e il titolo mondiale. È il suo momento di gloria, non ha ancora 24 anni e in quel torneo ha anche realizzato tre gol, uno di tacco negli ottavi contro l’Algeria, due nella sera del Mineiraço, il 7-1 inflitto dai tedeschi al Brasile. André Schürrle non sa però che la rassegna iridata è forse l’ultimo grande momento della sua carriera.

Un percorso, il suo, cominciato a Ludwigshafen am Rhein, la città della Renania-Palatinato, nel sud della Germania che ha dato i natali anche a Helmut Kohl, il cancelliere che nel 1990, l’anno di nascita di André, ha portato a termine la Riunificazione tedesca. Qui inizia a fare sport, calcio, anche se in famiglia è di casa l’atletica, visto che sua sorella Sabrina ha gareggiato anche a livello nazionale.

Il piccolo Schürrle è uno dei talenti del settore giovanile del Ludwigshafener SC, lo stesso dove inizierà qualche anno più tardi, un altro futuro Nazionale, Nadiem Amiri. Ha talento, è veloce, sa dribblare e segnare. I suoi vicini si ricordano quando bambino, nell’intervallo delle partite della Nazionale, usciva in giardino per riprodurre finte e movenze dei suoi idoli. Schürrle detesta perdere, quasi quanto sua madre non ama vederlo atterrato dagli avversari. A seguirlo c’è sempre qualcuno, mamma, sorella o il papà Joachim.

 (Photo by Marc Atkins/Getty Images)

A sedici anni, la chiamata del Mainz. André accetta anche se i suoi, nonostante le due città distino circa 80 chilometri, decidono di non mandarlo nel pensionato del club, ma di  farlo vivere con loro per altri tre anni, anche per fargli concludere gli studi superiori. Nel club di cui Jürgen Klopp è stato bandiera, incontra la persona che lancia la sua carriera. È Thomas Tuchel. È il tecnico dell’Under 19, ha poco più di 35 anni e un sacco di idee, molte innovative. Nella sua carriera da calciatore, interrotta a 25 anni per i ripetuti infortuni alle ginocchia, ha conosciuto Ralf Rangnick, che è stato suo allenatore ai tempi dell’Ulm e Helmut Groß, i due profeti del “Gegenpressing”.

Ed è stato proprio il “Professore”, ad avviarlo al lavoro con i giovani, ai tempi dello Stoccarda. Tuchel vince nel 2009 il campionato tedesco di categoria contro il Borussia Dortmund (per i gialloneri segna in finale un certo Mario Götze…) e Christian Heidel, il ds del Mainz, lo stesso che aveva lanciato Klopp, gli affida la prima squadra, dopo l’esonero di Jørn Andersen. Per Schürrle sono due stagioni eccezionali. Soprattutto la seconda. I biancorossi raggiungono il quinto posto e una clamorosa qualificazione all’Europa League, stupendo con un gioco offensivo e propositivo, giocato a ritmi folli. A Mainz è scoppiata la Fußballfieber, la febbre del calcio, in una città che fino a qualche anno prima non aveva mai visto la Bundesliga.

André Schürrle

(Photo by Stuart Franklin/Bongarts/Getty Images)

André in quel magnifico 2010-2011 serve assist, tra cui quello a Szalai per battere a domicilio il Bayern Monaco e realizza quindici reti, capocannoniere della squadra. Tanti per uno che non è una vera punta. Da una vittoria 4-2 contro l’Hoffenheim i gol li festeggia con i suoi compagni Ádám Szalai e Lewis Holtby, mimando una band che suona. Sono nati i “Bruchweg-Boys”. Dove “am Bruchweg” è il nome del vecchio stadio del Mainz. Nel novembre 2010 arriva per un match contro la Svezia anche la prima convocazione della Nazionale di Joachim Löw, che dopo il Mondiale 2010 sta lavorando per ringiovanire la rosa.

Schürrle è uno dei migliori prospetti della Bundesliga e d’Europa, quando lo chiama il Bayer Leverkusen. È l’occasione per il 21enne di avere anche un palcoscenico europeo. La stagione, che era cominciata con un gol in Champions League contro il Valencia, non è delle migliori per la squadra e per lui. André segna la sua prima rete in Bundesliga con il Werkself a ottobre ed entra in forma sul finire di stagione, con quattro gol nelle ultime sei partite, tra cui quello che consente al Leverkusen di strappare il biglietto per l’Europa League.

Löw lo chiama all’Europeo di Polonia e Ucraina, dove gioca solo due partite. Il 2012/2013 è l’anno della consacrazione. Nonostante il Bayer sia in una situazione tecnica non ideale, Schürrle e la bandiera Kießling trascinano le “Aspirine” al terzo posto in Bundesliga. André ne fa quattordici, di cui undici in campionato, mostrando il suo repertorio di finte, velocità, tecnica e anche capacità realizzativa. È un personaggio, anche fuori dal campo, con la passione per le auto costose.

André Schürrle

(Photo by Marc Atkins/Getty Images)

A cercarlo è il Chelsea di José Mourinho. I Blues vorrebbero una stella internazionale, invece arriva un 23enne, con tanto talento, ma alla prima prova in una squadra con ambizioni di successo. L’anno e mezzo a Londra, dove Schürrle ha dichiarato sì di aver apprezzato l’affetto dei tifosi ma anche di essere stato vicino a odiare il calcio, sarà un’esperienza in chiaroscuro come da lì a quel momento sarà tutta la carriera di André.

La prima stagione a Stamford Bridge è di grande livello, con nove gol, alcuni molto pesanti, come uno dei due che consente agli inglesi di eliminare nei quarti di finale il PSG in Champions League. E poi c’è il Mondiale. In Brasile André, titolare con i Blues, si ritaglia un ruolo importante. È un perfetto “Joker”, un “jolly”, il modo in cui i tedeschi chiamano i giocatori che vengono dalla panchina. Löw lo utilizza per “spaccare” le partite con i suoi cambi di ritmo e la sua tecnica. E il ct avrà ragione.

Poi un episodio, che secondo le parole del giocatore gli cambia la carriera. E non in positivo. Nell’ottobre 2014, mentre è in trasferta con la Germania per le qualificazioni europee, mangia del pollo contaminato. I medici pensano sia un brutta forma influenzale, invece è salmonella. Da quel momento Schürrle, che a un paio di mesi dal Mondiale aveva dichiarato a “Der Spiegel” di “essere caduto nel buco più profondo che ci sia”  parte titolare in solo una delle quindici partite seguenti con il Chelsea.

 (Photo by Maja Hitij/Bongarts/Getty Images)

A gennaio 2015 viene ceduto dai Blues, che qualche mese dopo vinceranno la Premier League (Mourinho lo inviterà addirittura alla festa per il titolo). André torna in Germania, al Wolfsburg. Il club legato alla Volkswagen, guidato da dietro la scrivania da Klaus Allofs, lo acquista per 32 milioni di euro, la cifra più alta mai pagata dalla società per un giocatore.

L’ex Chelsea è così convinto di fare bene che pensa (scrivendole) tutte le formazioni dei “Lupi”, con lui, in campo. Nella realtà il biennio a Wolfsburg, dove incrocia Ivan Perišić e Julian Draxler e dove Schürrle a volte fa il “falso nove”, va tra alti e bassi. Vince per esempio la Coppa di Germania 2015, il suo primo trofeo, si ripete con la Supercoppa nazionale qualche mese dopo, in alcune prestazioni in Europa fa la differenza, come contro il Gent in Champions League, ma offre anche diverse prove opache. Che gli valgono le critiche, anche aspre, del suo allenatore Dieter Hecking. Gli rimprovera lo scarso impegno e l’attitudine sbagliata. “Si analizza tanto, si arrovella troppo il cervello” è la valutazione del tecnico dei Lupi.

Nell’estate 2016, dopo un opaco Europeo, sembra esserci l’opportunità per André di un nuova sfida. Al Borussia Dortmund, che lo acquista per circa 30 milioni di euro, arriva Thomas Tuchel, il suo mentore, l’uomo che ai tempi del Mainz per caricarlo gli aveva fatto vedere un foglietto, che il giocatore conserva tuttora, con le caratteristiche di Raúl, allora attaccante dello Schalke, dicendogli che gli assomigliava.

André Schürrle

(Photo by Joern Pollex/Bongarts/Getty Images)

Nella stessa estate il BVB ha riaccolto Mario Götze, il migliore amico di André. Ci sarebbero gli ingredienti per un rilancio in grande stile, ma in una squadra con un ottimo organico funziona poco o niente. Innanzitutto si raffreddano i rapporti con Tuchel, che secondo i media avrebbe preferito Karim Bellarabi. In più, oltre a una situazione tecnica che vede nei due anni di permanenza al BVB avvicendarsi quattro tecnici e l’attentato al bus della squadra nell’aprile 2017 che scuote i giocatori anche a mesi di distanza, ci si mettono gli infortuni, di cui due, a cavallo della stagione 2016-2017 e 2017-2018 gli fanno perdere sei mesi di campo.

Ha pochi momenti di continuità, sotto Peter Stöger, nella primavera del 2018, ancor meno di luce. Qualche buona prestazione in Europa, per esempio contro il Real Madrid al suo esordio in Champions con la maglia del BVB, un paio di reti in Europa League. Poi buio, con l’amministratore delegato Hans-Joachim Watzke che critica apertamente il giocatore. Che “fugge” in prestito in Inghilterra, stavolta al Fulham. Anche lì sarà un campionato tra luci e ombre per André, che a fine 2017 ha chiuso con la Nazionale, definito da lui da sempre un “nido” con una doppietta contro l’Azerbaigian. Con la neopromossa in Premier League segna sì sei gol, di cui uno bellissimo al Burnley, quattro nel girone d’andata, poi affonda con il club di Craven Cottage retrocesso in Championship.

André Schürrle

 (Photo by Pool/Getty Images)

C’è l’ultimo valzer, con lo Spartak Mosca, ancora in prestito a partire dall’estate 2019, dove trova Domenico Tedesco, ex allenatore dello Schalke. Schürrle fa da comprimario, prima che la pandemia fermi tutto. Torna in Germania e dopo settimane di voci e speculazioni, si accorda con il Borussia Dortmund per la rescissione del contratto. Qualcuno ipotizza un possibile approdo in Italia, al Benevento. Lui spiazza tutti. Con un post Instagram e un’intervista al “Der Spiegel” dove annuncia e spiega il ritiro, a soli 29 anni. “Bisogna avere sempre un certo ruolo per sopravvivere nel business, altrimenti si perde il lavoro e non se ne ottiene uno nuovo. Conta solo la prestazione in campo. La vulnerabilità e la debolezza non sono mai ammesse. Ora non ho più bisogno di applausi. Di recente le ombre sono state più delle luci, ci ho pensato a lungo. Per la critica o sei un pazzo o sei un eroe, non ci sono vie di mezzo”. Diretto e sorprendente come in campo.

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