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Florenzi e la Roma non si sono mai capiti

By 30 Gennaio 2020

Negli ultimi mesi l’esterno è passato da jolly a esubero. Ma il suo malinconico arrivederci, forse, è la soluzione migliore per tutti

Da jolly a indefinito è un attimo, come da imprevedibile ad esubero. Consumati gli esperimenti, completato il ciclo, segnato il gol della vita, a trent’anni, Alessandro Florenzi è apparso alla Roma un pezzo dispari che non serve, non combaciando più con il puzzle della squadra di Paulo Fonseca, come sembrava non dovesse combaciare con quello che aveva in testa Rudi Garcia, e, invece, poi era diventato uno che serviva messa tutte le domeniche quando c’era da rimettere la chiesa al centro del villaggio: chierichetto con grande avvenire.

«Una volta quelli come me si chiamavano jolly, era una figura un po’ strana. Forse lo è anche adesso, ma mi adeguo alle esigenze. Però ha i suoi pro e i suoi contro, come molte cose. A favore c’è che puoi giocare in qualsiasi posizione si liberi durante una stagione, ma in contrario c’è che non hai un ruolo fisso, quindi puoi essere il primo ad andare fuori». Il suo nomadismo tattico è risultato un di più, la sua flessibilità un difetto, la sua adattabilità una eccentrica vaghezza.

Il più olandese dei calciatori italiani (un Arie Haan d’Acilia) per la capacità di cambiare fascia, accentrarsi, rientrare e pure segnare – mancava solo che offrisse anche una mountain bike al catalogo di posizioni e ruoli – vola a Valencia, se ne va come un Amedeo Carboni o un Antonio Cassano quando sembrava che avesse ereditato lo scettro della romanità attraverso la fascia da capitano, dopo le uscite di Francesco Totti e Daniele De Rossi.

Florenzi

Foto Luciano Rossi/AS Roma/ LaPresse

Ora, il primo gioca a calcetto con gli amici e aspetta di capire cosa fare da grande, il secondo si trucca come un tempo Luca Barbareschi per andare in curva con Valerio Mastandrea e farne un post su Instagram, mentre gli ex compagni del Boca Juniors gli danno dell’abuelo. È l’inverno del loro scontento. E Florenzi sembrava dovesse farsi carico dell’eredità diarchica trigoriese, segnando ogni tanto qualche gol da fuori area per evocare Totti e spendendosi ad evitarne altri come De Rossi, invece, come loro, viene abbandonato dalla Roma, ma prima del tempo, abdicando e lasciando non si sa bene se a Lorenzo Pellegrini o ad altri la difficile successione.

A differenza degli altri due, Florenzi, non era il prescelto, tanto che gli era toccato andare in esilio a Crotone per rimediare alla sua vaghezza, e gli era riuscito di farne una forza, tanto che poi Zdeněk  Zeman l’aveva promosso e Aurelio Andreazzoli lasciato in campo. Il ragazzo correva e corre, qualche volta a vuoto, ma gioca sempre da maratoneta, è un vagocampista per come riesce a stare a suo agio in ogni parte del campo – gli manca solo di giocare in porta e come centroattacco – per il resto anche se per poco ha visto quasi tutto, facendosi reduce, logorandosi in questa disponibilità operaia, accettando i cambi quotidiani, le rotazioni, i sacrifici, fino a non avere più un centro di gravità permanente e quindi un ruolo fisso e di conseguenza una certezza tattica.

Florenzi

Foto Luciano Rossi/AS Roma/ LaPresse

A forza di muoversi s’è sfocato, e sfocandosi non l’abbiamo visto più, vittima anche della sua immagine verdoniana: con la nonna da abbracciare in tribuna, il sorriso per ogni occasione, un po’ boyscout con la playstation e un po’ guida con un tweet per tutti gli infortunati, i caduti alla difesa, i trasferiti, gli sfollati, i senza porta e gli odiati, insomma, Florenzi tra il gazometro e la Caritas, un film di Özpetek e una carezza del papa, un azzardo di indolenza fregnacciara alla Fausto Brizzi (in Svezia con l’Under 21, non avendo in hotel televisori adatti per le prese della playstation, ne comprò una, non di prese di tivù), e poi romanità in ogni dove: dal Vaticano agli ammicchi andreottiani al pallone e agli allenatori. Troppo. Melassa e cross. Nutella e gol. Fino al vaccino valenciano, che poi era un sogno fatto dal Gran Maestro dell’Ordine Jedi: Arrigo Sacchi, cinque anni fa, quando disse a Vittorio Zincone: «Per Alessandro Florenzi, che è un campione, sarebbe meglio lasciare Roma».

Le cessioni fanno grandi giri e poi ritornano, come cantava, ma per gli amori, Antonello Venditti. È probabilmente tardi per il trentenne Florenzi, che arriva male a questo cambio di squadra, una bandiera stropicciata dentro la quale ci sta un gol in rovesciata – non proprio una cosa consona per uno che parte terzino – contro il Genoa e uno che vale una carriera contro il Barcellona, un “cruise” da basket, che umiliò Ter Stegen e avvolse nello stupore l’Olimpico, una uscita dal tempo, evidentemente cercata oscillando sulla linea della fascia destra, in bilico tra l’illusione e la cattiveria.

Florenzi

Foto Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse

Quel gol sembrava l’ultimo scalino che portava alla fine dei giri, che lo faceva approdare alle certezze assolute, almeno quelle di Trigoria, ma non è stato così. Non era abbastanza, quasi che a Florenzi sia toccato in sorte un filo d’orizzonte di gloria calcistica che proprio quando sembra che sia lì per toccarlo, si sposta e lo lascia fuori come accadeva ad Archibald “Moonlight” Graham nel film “L’uomo dei sogni”. Gli manca sempre qualcosa, come a molti calciatori italiani – da Insigne a Immobile – che rimangono dei decimali calcistici senza mai farsi veri campioni.

A questa generazione manca la vera ambizione, lo scarto che separa la normalità dal tottismo, che pure ha avuto dei momenti di buio. È evidente che, come in altri ambiti e non solo nello sport, ci sia un deficit di carattere e intenti, che alla fine porta al naufragio. Quello di Florenzi è avvenuto nella piscina di casa, mentre difendeva come un terzino così così, e attaccava come un esterno così così, un “nonostante calcistico”, con la generosità che arriva prima dei cross o dei tackle in rientro, ci fosse un Ligabue scriverebbe di lui come dell’Oriali di oggi, anche se lui ama Junior ed Evani, i giornali lo vedono tra Tardelli e Marchisio, mentre la sua anima vintage se ne sta tra un Neeskens e un Haan, a ulteriore dimostrazione d’essere un ibrido, tra il sacrificio della marcatura e la liberazione del dribbling, tra le chiusure e le ripartenze, una cerniera lampo che vuole aprirsi nella metà campo avversaria, in continuo movimento, una natura zingara che è stata pregio e difetto.

Foto Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse

In questi anni l’abbiamo visto correre in lungo e largo, sperperandosi, molto più del corriere di Ken Loach in “Sorry We Missed You”, e alla fine rimane uno sconfitto, seppure di lusso. Scivola via dal sogno fatto da bambino, si toglie la maglietta con la quale è nato calciatore e posa lo zaino con tutto il carico di romanità esibita, difesa e coltivata, e se ne va mugugnando, poi dirà, con calma, tutto quello che c’è da dire, e lo farà mediando – come ha sempre fatto – perché Florenzi è un cuscinetto tra centro e periferia, quella che resta alla Roma in sua assenza, come ha detto Walter Sabatini, altro esiliato, insomma, una diaspora, sì, ma di gladiatori che non trovavano gli spazi adatti perché tutti occupati da arcigne potenze straniere, entità al limite dell’invisibile che sospingono altri calciatori, e, ovviamente, cattive verso i figli della città, della curva e della squadra.

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