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Il lungo inverno di Clint Dempsey

By 13 Agosto 2020

È cresciuto in una baraccopoli, ha dovuto affrontare il lutto di sua sorella e del suo migliore amico, ha provato l’avventura europea portandosi dietro tanti rimpianti prima di chiudere la carriera sotto la pioggia di Seattle. Ecco la storia di uno dei migliori giocatori degli Stati Uniti

Quando cresci in una roulotte, tra la povertà e il deserto, non sai se ci sarà più spazio per la morte o per la vita, non sai ancora se i sassi, la polvere, le piante, il vento saranno qualcosa di diverso da quello che vedi, quando cresci in una roulotte, tra fratelli e sorelle, accanto a altre roulotte che tutte insieme sembrano una baraccopoli più che un Trailer Park, ti dicono che non ci sono soldi per la benzina e per la scuola, al massimo la domenica si va a messa con la nonna; giochi a pallone con i ragazzini ispanici, loro si sentono eredi dei fuoriclasse sudamericani invece Clint è statunitense, senza alcuna grandezza calcistica da raccontare ma è caparbio e prova a imitare il suo idolo assoluto: Maradona.

Clint e il fratello Ryan giocano a pallone nel prato dei nonni, passando ore a impolverarsi. Un giorno, a dodici anni, però ti ritrovi inginocchiato davanti alla tomba di tua sorella più grande, aveva appena sedici anni, fortissima a tennis, ti dicono che un aneurisma cerebrale l’ha uccisa, nemmeno sapevi cosa fosse e al massimo poteva essere una malattia per vecchi. Niente più tennis, confidenze notturne, sogni di gloria, promesse.

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Sulla tomba, dopo il bacio, posi una margherita che copre in parte il nome: Jennifer Dempsey. La sua faccia, una volta grande, il fratello Clint se la farà tatuare sul petto e ogni gol realizzato lo indirizzerà con due dita verso il cielo a lei. Nacogdoches, nel deserto texano, che seppellisce qualsiasi età, Naogdoches piccolo paese di Clint e Jennifer, tanto stretto che crescere sembra una fuga da quel luogo.

Lascio me stesso alla terra per nascere dall’erba che amo,
Se ancora mi vuoi cercami sotto le suole delle scarpe.
Difficilmente saprai chi io sia o che cosa significhi,
E tuttavia sarò per te salutare,
E filtrerò e darò forza al tuo sangue.
Se non mi trovi subito non scoraggiarti,
Se non mi trovi in un posto cerca in un altro,
Da qualche parte starò fermo ad aspettare te.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Sono versi di Walt Whitman ma si sente la voce di Jennifer che suo fratello Clint ricorda nel finale di un video musicale cantato con Big Hawk nel 2006, ucciso quello stesso anno in agguato; lui, Clint, è cattolico, cerca una vita che piaccia a Dio, che non lo incollerisca come succede nell’Antico Testamento ma dopo la fine di Jennifer da Dio s’è allontanato, offeso dalla sua strafottenza poi, piano, il riavvicinamento.

“La Parola di Dio mi ha dato pace e mi ha trasmesso il desiderio di entrare in relazione con Lui … Interrogarlo e cercare le risposte attraverso la Scrittura mi ha aiutato a crescere a trovare la giusta direzione. Ora è la fede in Cristo ciò che mi dà fiducia per il futuro. So che sia nei tempi buoni o cattivi Lui è fedele e veglia su di me”

In una nazione in cui il soccer è sport minore, Clint vuole giocare a pallone ma soldi non ce ne sono nemmeno per accompagnarlo al campetto di allenamento. Lui però è determinato, riesce ad arrivare a un provino con suo fratello Ryan, i Dallas Texans restano impressionati dalla velocità e dalla tecnica di Clint, i genitori degli altri ragazzini, venuti a conoscenza delle sue difficoltà economiche, lo aiutano a raggiungere gli allenamenti quando non può il padre; cresce Clint, passa ai Furman Palladins poi ai New England Revolution.

(Photo by Otto Greule Jr/Getty Images)

Gioca, segna, si rompe la mascella, incanta per la sua visione del campo; lo cercano in Inghilterra, la squadra chiede troppo, niente da fare, Clint è infuriato, lui vuole andare in Europa dove il soccer diventa calcio. Non è solo un calciatore raffinato, fa pure a botte, viene spesso espulso e ammonito, in allenamento si prende a pugni con il compagno di squadra Joe Franchino.

Arriva un’altra chiamata dall’Europa, il Fulham. Anno 2007. Sta diventando un calciatore vero, dopo un faticoso inizio diventa idolo dei tifosi per classe e grinta. Si sente rap, canta canzoni, si fa chiamare Deuce, ha voce ruvida, lui viene dalla baraccopoli texana dove i lamenti dei prefabbricati si sentivano di notte quando la povertà te la sentivi addosso e ti minacciava; ai Mondiali del 2010, dopo aver segnato a un imbranato Green, non alza le dita al cielo ma fa segno 13. Il numero di maglia di un carissimo amico d’infanzia, Victor Rivera jr, erano inseparabili, giocavano assieme contro chiunque, picchiandosi pure se era il caso, solo che a un certo punto Rivera smette di giocare, sposa la ragazza incinta, si arruola in polizia e un giorno al poligono la pistola per errore lo uccide. Come un incidente d’auto ammazzò un suo compagno e Clint solo per caso non era a bordo.

(Photo by Michael Steele/Getty Images)

Il corpo muore, la bellezza dura.
Muoiono le sere nelle loro vie,
In verdi flutti d’infinite scie.
Muoiono gli orti, dando il loro odore
Al freddo inverno, ormai senza rancore.

Wallace Stevens, a raccontare la vita di ognuno. Dopo il Fulham Clint va al Tottenham, esperienza sbiadita dopo le tante luci, meglio tornare a casa, negli Stati Uniti, Seattle, ci resta pochi mesi, di nuovo Fulham ma è come un amore ormai spento, è stato inutile riprovarci, non funziona più, come back Seattle e gioca ancora alla grande anche se ogni tanto si scorda di Dio e si lascia prendere dall’ira, per un’ingiustizia (almeno lui la ritiene tale) commessa dall’arbitro a un suo compagno gli strappa di mano il taccuino e lo fa a pezzi; l’Inghilterra è lontana, per un paio di anni è stato tra i migliori della Premier League, arrivando anche in finale di Europa League contro l’Atletico Madrid; finisce piano la carriera di Clint Dempsey nella città più piovosa degli Stati Uniti, se Seattle si capovolgesse cadrebbe tanta di quell’acqua da lavare le colpe o ricoprirne di nuove.

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