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Il maledetto Koeman, 28 anni dopo

By 19 Marzo 2020
Koeman

Richard Witschge rivela che Ronald Koeman non avrebbe dovuto giocare la finale di Coppa dei Campioni del 20 maggio 1992 contro la Sampdoria. All’ultimo Cruijff cambiò idea ed escluse proprio Witschge

Il colpo di pistola di Ronald Koeman segnò la fine di un sogno e l’inizio di un incubo per la Sampdoria. A 28 anni di distanza dalla finale di Coppa dei Campioni a Wembley, quando Gianluca Vialli e Roberto Mancini sfiorarono il tetto d’Europa, è partito un altro colpo di pistola dritto al cuore blucerchiato.

Le rivelazioni di Richard Witschge sono sorprendenti. «Gran gol quello di Koeman, ma non avrebbe dovuto giocare la partita. Cruijff aveva in mente una formazione più offensiva. Evidentemente arrivarono ordini dall’alto e la maglia destinata ad Alexanco tornò a Ronald».

Nel 1992 il regolamento Uefa prevedeva la possibilità che potessero scendere in campo solo tre stranieri. Witschge sembrava destinato a giocare nella bolgia di Wembley, con Hristo Stoičkov e Michael Laudrup. «Cruyff voleva aggredire la difesa della Sampdoria e colpirla in rapidità. Con me, Hristo e Laudrup la gara avrebbe avuto un’impronta diversa. Poi cambiò tutto e si affidò a Julio Salinas, che era troppo statico per sfuggire a un mastino come Vierchowod».

Richard Witschge oggi ha 51 anni e allena i ragazzini dell’Ajax, nel laboratorio di piedi educati più prestigioso al mondo. L’ha voluto Marc Overmars, altro lanciere doc, nel segno di una continuità di rapporti tra il club e chi per anni ha messo a disposizione la propria arte. La grande famiglia insegna ogni giorno pallone a giovani talenti al centro “De Toekomst” di Duivendrecht, nella periferia sud est di Amsterdam. Ci sono Michael Reiziger, John Heitinga, e c’è appunto Richard Witschge, fratellino di Rob, ma con maggior talento.

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Ronald Koeman e Richard Witschge nel 1991 con la maglia del Barcellona (Photo by VI Images via Getty Images).

Una carriera cominciata all’Ajax e proseguita a Barcellona, Bordeaux e terminata nel 2003-04 a suon di yen in Giappone, all’Oita Trinita. Doveva giocare la finale con la Sampdoria, nell’ultima edizione della Coppa Campioni, spedita in soffitta qualche settimana dopo dalla Champions League. «Era meglio ai miei tempi. Almeno sapevi che a sfidarsi per trasformare un sogno in gloria erano le squadre che avevano vinto i rispettivi campionati. Oggi, per assurdo, può alzare la coppa al cielo anche la quarta classificata della Liga».

Il 20 maggio 1992 alberga con intatta vivacità nella mente di Witschge. «Il gol di Koeman ha deciso tutto, per il resto non c’era la minima differenza tra un Barcellona carico di storia e di gloria e una Sampdoria che non aveva quarti di nobiltà. Non ci sarebbe stata partita se noi avessimo avuto Vialli, con tutto il rispetto per “El Torpe” (Julio Salinas, ndr)».

Witschge tesse poi le lodi di Vujadin Boškov, «un maestro che praticava un calcio totale. Era la Samp a sembrare olandese e noi gli italiani. Nando non si staccò mai da Vialli, idem Juan Carlos da Lombardo e Ferrer da Mancini. Boškov ordinò una sola marcatura, quella di Katanec su Guardiola, per chiudere il nostro gioco».

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Ronald Koeman e Hristo Stoichkov il 20 maggio 1992 allo stadio di Wembley (Photo by VI Images via Getty Images).

Come tutte le finali, la sfida si trasformò in una scorbutica partita a scacchi, con torri, alfieri e cavalli mossi non senza un briciolo di ansiosa cautela. Fino al raggio laser di Koeman in zona rigori, il “rambo” invocato dai piani alti della dirigenza catalana. «Non è vero che mi imposero di dire ai giornali che non stavo bene. Decise Cruijff e stop».

Witschge però qualche sassolino dalle scarpe se lo vuole proprio togliere e quando parla della sua esperienza in maglia orange (31 presenze e 1 gol in nazionale olandese) aggiunge: «Sono stato messo da parte perché nella guerra dei clan tra bianchi e giocatori colored della nazionale io mi sono schierato con Davids, Seedorf, Kluivert, Reiziger e Bogarde. Rifarei le stesse scelte». Sull’attuale situazione surreale del calcio europeo non ha dubbi: «Giusto fermare tutto. Ripartiremo con maggiore entusiasmo e la consapevolezza del valore delle vite umane».

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