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Il Manchester City prima dell’era Mansour

By 17 Febbraio 2020

Prima degli investimenti massicci dello sceicco Mansour, tifare per il City voleva dire condannarsi a una vita sportiva fatta di subalternità e livore. Perché il City era una squadra invisibile, schiacciata dalla gloria dello United

 

“Essere un tifoso del Manchester City in una giungla di tifosi del Manchester United è come essere un animale a rischio estinzione, qui alla Greenock High School”. C’è stato un tempo nemmeno troppo lontano, prima che arrivassero i soldi dello sceicco Mansour mascherati da sponsorizzazioni munifiche, in cui il Manchester City era esattamente come Jimmy Grimble. Una esigua minoranza vessata, bullizzata dai compagni di classe più fighi, coi capelli biondi alla Beckham e la maglia rossa del Manchester United.

Un vicino rumoroso e fastidioso, come lo descrisse Sir Alex Ferguson, davanti a cui dover semplicemente alzare il volume della tv. Una vita di sofferenze e frustrazioni, perennemente all’ombra della rivale cittadina, con qualche eccezione così sporadica da finire per smorzare persino i giorni di festa, nella consapevolezza che presto si sarebbe tornati a quella quotidianità fatta di sudditanza e livore.

Alex Livesey/Allsport

“Il Manchester City Football Club ha una storia piuttosto normale, speziata da qualche sorpresa lungo il cammino. Essere un Citizen è credere sempre che tutto ciò sia troppo buono per essere vero”. Questa definizione data da un tifoso su Quora, in risposta a un utente che chiedeva perché si dica che il City non ha una storia nonostante sia stato fondato nel 1880, riassume in sé veramente tutto.

È la vera ragione per cui i tifosi del City, ancora oggi, alternano Blue Moon a Invisible Man. “We are not really here”, dice il canto che, secondo la ricostruzione fatta dal tifoso del City Don Price nel suo libro “We never win at home, we never win away...”, sarebbe stato originariamente dedicato a un giovane scomparso da parte dei suoi amici, ma ritenuto perfettamente adattabile alla storia del club e del suo tifo.

Secondo una vulgata particolarmente diffusa, il Manchester City non avrebbe tifosi. Colpa di uno dei pochi stadi di Inghilterra che non registra sempre il sold out, specie nei mercoledì di coppa. Lo chiamano Emptyhad, i detrattori, ecco perché loro cantano “non siamo davvero qui”.

Manchester City

Clive Brunskill /Allsport

Cosa significhi crescere in questo continuo clima di bullismo calcistico lo ha spiegato perfettamente Liam Gallagher in un’intervista a Copa90: “Guardo i risultati dello United prima di quelli del City. Se vengono sconfitti, non sono arrabbiato. Dopo puoi anche dirmi cosa ha fatto il City, di quanti gol ha vinto, mi capisci? Fino a quando lo United è fottuto, sono felice. E lo so che è sbagliato, che sono cattivo e tutto il resto, e che è stupido e devo crescere, ma loro mi hanno fatto andar via, mi hanno trasformato in un londinese, capisci? Hanno rovinato la mia cazzo di vita negli Anni 90”.

Anche il fratello Noel ha raccontato più volte quanto sia stato difficile essere un tifoso del City: “Quando ho iniziato a fare il tifo, il Manchester United era in Seconda divisione e noi siamo stati la prima squadra in città per circa 10 anni – ha spiegato in un’intervista del 2000 al Guardian – Poi però, quando abbiamo iniziato a soffrire e lo United è diventato la migliore squadra in Europa, ho iniziato a chiedermi perché mio padre mi aveva portato a Maine Road e non a Old Trafford”. Che poi la spiegazione c’è, la dà lui stesso, ed è una roba da far impazzire i genetisti: “Mio padre odiava i fratelli, loro tifavano United, lui scelse il City solo per farli incazzare”.

Manchester City

(Photo by Clive Mason/Getty Images)

Che essere Citizen sia innanzitutto odiare lo United e vivere una vita condizionata dai successi dei Red Devils lo spiega molto bene Colin Shindler nel suo “La mia vita rovinata dal Manchester United”: “Il City e lo United hanno causato alcuni tra gli alti e bassi che si possano raggiungere senza far ricorso agli stupefacenti. Sono convinto che nulla di ciò che puoi ficcarti su per il naso o iniettarti nelle vene possa in alcun modo eguagliare la gioia di battere lo United all’Old Trafford”. Nessun titolo nazionale, nessuna coppa europea, potrà mai valere quanto il tacco con cui il grande ex Denis Law  fece retrocedere lo United nell’ultima partita della sua carriera, il 27 aprile 1974.

La subalternità allo United è stata costruita ovviamente sul diverso peso delle bacheche (20 titoli di campione d’Inghilterra contro sei, solo due dei quali prima dell’era Mansour) che ha costruito due capacità di attrazione decisamente diverse. Così, quando gli emissari del Manchester United arrivarono dal giovane Ryan Giggs nel 1987, non fu difficile convincerlo a togliersi la maglia celeste per indossare quella rossa.

Rolando Bianchi (Photo by Ian Walton/Getty Images)

Alla fine del millennio scorso, mentre il Manchester United alzava la sua seconda Champions League con i gol di Sheringham e Solskjaer nell’assurda finale di Barcellona contro il Bayern Monaco, il City si apprestava a disputare (e poi vincere) i playoff per la promozione della Second alla First Division. Giocava, in buona sostanza, nell’equivalente inglese della Serie C, lontano anni luce da quegli ultimi trofei vinti a cavallo tra la fine degli Anni 60 e la metà dei 70. Nel 2000 sarebbe tornato in Premier, nel 2001 di nuovo in First Division, poi un’altra promozione, con Kevin Keagan in panchina.

Nicolas Anelka, Peter Schmeichel e Marc-Viven Foé furono tra gli acquisti fatti quell’anno per rinforzare la squadra e garantirle una permanenza più duratura in Premier. Ma più del buon nono posto frutto di alti e bassi come la vittoria di Anfield e i 5 gol incassati in trasferta dal Chelsea e in casa dall’Arsenal, a pesare furono i quattro punti ottenuti contro lo United. All’andata, nell’ultimo derby disputato a Maine Road prima del trasloco al City of Manchester, finì 3-1. La prima vittoria dopo 13 anni di sudditanza assoluta. Due gol li fece Shaun Goater, bermudiano di nascita, Red Devil per crescita calcistica. Ventinove anni dopo il tacco di Law, un altro ex colorava di blu il cielo di Manchester. Goater, l’eroe di Maine Road, con un nome che suona come un comparativo di maggioranza dell’acronimo GOAT, più del più grande di tutti i tempi.

Manchester City

Peter Schmeichel  (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

In quegli anni, tra alti e bassi, il City trovò la sua dimensione di squadra da mezza classifica, fastidiosa per le grandi ma non abbastanza forte da competere per il titolo. Una società ideale per campioni a fine carriera, come Anelka e Schmeichel, McManaman e Seaman. O comunque già in parabola discendete, come Robbie Fowler. Ma anche una squadra di temperamento, figlia delle sue origini proletarie, perfettamente impersonata in quegli anni dallo spirito di Joey Barton. Una squadra di talento e temperamento, imprigionata però nel suo complesso di inferiorità, come Jimmy Grimble prima di indossare gli scarpini di Robbie Brewer.

Eppure visse momenti di pura esaltazione, come la rimonta di White Hart Lane, dal 3-0 per il Tottenham al 3-4 finale, nel replay del quarto turno di Fa Cup 2003-04, in una stagione altrimenti negativa, conclusa al sedicesimo posto. O come la rincorsa alla qualificazione in Coppa Uefa dell’anno dopo, con Stuart Pearce in panchina.

Manchester City

Paulo Wanchope (Photo by Tom Shaw/Getty Images)

Il City arrivò allo scontro diretto dell’ultima giornata con 3 punti in meno del Middlesbrough, ma un gol in più di differenza reti. Serviva una vittoria e per ottenerla Pearce scelse la strada più contorta. Sull’1-1, con la punta Macken in panchina, decise di far entrare il secondo portiere Nicky Weaver al posto del centrocampista Claudio Reyna, per spostare David James in attacco facendogli indossare una maglia da giocatore di movimento con sopra stampato il numero 1 e il suo nome. Un cambio che generò una tale confusione tra le file del Boro che alla fine il City ebbe pure l’occasione per vincerla con un tiro dal dischetto, ma Robbie Fowler mancò il bersaglio. In una sorta di rimborso dei crediti accumulati con la sfiga, il City riuscì comunque a partecipare alla successiva edizione della Coppa Uefa grazie alla classifica del fair play.

Ma fu solo un’illusione. Le due successive stagioni furono segnate da un quindicesimo (con nove sconfitte nelle ultime dieci partite) e un quattordicesimo posto (con appena dieci gol segnati in casa, zero dopo l’1 gennaio del 2007) in Premier League, e da due premature eliminazioni in Coppa di Lega contro due squadre di League One: il Doncaster Rovers e il Chesterfield. Il City era tornato a fare il City e di lì a poco avrebbe anche cambiato proprietà, passando all’ex premier tailandese Thaksin Shinawatra.

Manchester City

Kevin Keegan. Mandatory Credit: Stu Forster/Getty Images

Il nuovo proprietario portò una nuova ventata di ambizioni, puntò sull’ex ct dell’Inghilterra Sven Goran Eriksson per la panchina, acquistò Martin Petrov, Gélson Fernandes, Rolando Bianchi, Valeri Bojinov, Elano, Javier Garrido e Felipe Caicedo. Partita bene, la squadra rallentò nella seconda parte di stagione. Vinse due volte con lo United ma perse 6-0 col Chelsea e 8-1 all’ultima giornata col Middlesbrough. Di lì a poco, anche il City avrebbe trovato le sue scarpette magiche nei soldi dello sceicco Mansour, che nel settembre del 2008 rilevò il club.

 

Nel giro di 10 anni anni, gli Sky Blue sono passati da Hart a Ederson, da Micah Richard ad Aymeric Laporte, da Stephen Ireland a Kevin de Bruyne, da Jô al Kun Aguero. Ma ora che l’Uefa ha buttato i loro scarpini nel canale, devono di nuovo aggrapparsi alla loro identità.

Due anni senza Champions League, e il rischio concreto di perdere persino il titolo di campioni d’Inghilterra conquistato nel 2014 sembrano un clamoroso contrappasso dantesco per chi ha dimenticato da dove proviene. Una sorta di punizione del fato per dei parvenu che hanno osato entrare nel circolo elitario delle grandi della Premier. Jimmy Grimble, alla fine del film, trova la forza di superare le sue paure ed emerge anche senza scarpette magiche. Il City sarà capace di fare altrettanto rinunciando ai trucchetti usati per aggirare il fair play finanziario?

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