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Il meraviglioso egoismo di Romário

By 29 Gennaio 2020 Gennaio 31st, 2020
Romario

I 54 anni e  1.000 gol di Romário de Souza Faria, che ha trascorso una vita in campo pensando solo a se stesso e al fondo della rete

“Baixinho, passe a bola”. Un gruppo di ragazzi gioca a calcio sulla spiaggia di Copacabana. Il più piccolo di loro porta palla, testa bassa, un dribbling dopo l’altro. Lo chiamano “baixinho”, bassottino, per prenderlo in giro. Ma lui non si offende, quel nomignolo lo fa sentire più forte, perché è lo stesso del suo idolo: Romário de Souza Faria. Se un metro e 67 centimetri non sono stati un limite per lui, si dice il ragazzo tra sé e sé, non lo saranno nemmeno per me. Prosegue la corsa, salta il portiere e appoggia in rete.

Romário faceva così. Ha passato una vita a fare così. Tutto quello che contava, per lui, era il gol. Dal primo al millesimo, tutti uguali, tutti diversi. È così che è diventato capocannoniere di 26 tornei diversi nell’arco di una carriera lunghissima, conclusa a 43 anni con la maglia dell’Ámerica di Rio de Janeiro. Soltanto 25 minuti in campo, all’ultima giornata del campionato di Serie B, senza nemmeno un gol, solo per realizzare il sogno del papà. Probabilmente è stata quella l’unica volta in cui Romário ha pensato a qualcuno che non fosse se stesso, a qualcosa che non fosse il fondo della rete.

A 19 anni già giocava nel Vasco: 11 reti in 28 presenze alla prima stagione, 29 in 48 alla seconda. Due volte campione Carioca, due volte capocannoniere del campionato. Segnava già con semplicità ed eleganza, uno stile di gioco essenziale eppure accattivante. Ogni movimento, ogni giocata, finalizzata solo allo scopo ultimo del gioco, mai una leziosità fuori posto. Baixinho, sì, ma forte pure nel gioco aereo. Rapidissimo e astuto, semplicemente immarcabile.

Romario

(Credit: Simon Bruty/Allsport)

A 22 anni la prima vetrina internazionale. Viene convocato dall’Olimpica per i Giochi di Seoul ’88. Per regolamento, non può scendere in campo nessuno che abbia disputato precedentemente i Mondiali. Ma le norme nulla dicono su chi li vincerà in futuro. Così Romário gioca con Taffarel, Jorginho, Bebeto, che saranno con lui anche a Usa ’94, in quella finale disputata nel catino rovente e appiccicoso del Rose Bowl, a Pasadena. Orrenda, per il risultato finale ma non solo. Chiusa con una palla spedita alle stelle da Roberto Baggio, il volto incredulo di Arrigo Sacchi, la gioia dei brasiliani meno brasiliani di sempre o giù di lì.

A Seoul Romário è capocannoniere, tanto per cambiare. Ne fa sette, ma non bastano a vincere il titolo. Segna anche il gol del vantaggio nella finale che l’Urss vince 2-1 in rimonta. Si accontenta del secondo posto, ma la sensazione è che il Brasile stia per risvegliarsi da un letargo in cui è entrato dopo il successo a Messico ’70. Quello che non sappiamo ancora è che a passarci sarà di nuovo l’Italia. Sempre l’Italia. Maledetti brasiliani. L’estate dopo, infatti, arriva il successo nella Copa America giocata in casa. Il Brasile vince 5 partite su 6, Romário segna nelle ultime tre. È suo anche il gol decisivo nell’ultima partita contro l’Uruguay, vendetta del Maracanaço del 1950.

L’Olimpiade coreana è il trampolino verso l’Europa. Lo chiama il Psv Eindhoven, con cui mette insieme cinque stagioni, 142 partite, 128 gol, tre campionati d’Olanda, due Coppe dei Paesi Bassi, una Supercoppa nazionale. Poi passa al Barcellona. Il primo anno si chiude con una Liga conquistata all’ultimo respiro grazie a un rigore sbagliato dal Deportivo nell’ultima giornata contro il Valencia. Dovrebbe calciarlo Bebeto e invece dal dischetto va Djukic, che sbaglia. Per Romário arriva anche il titolo di Pichichi con 30 gol. Tre li fa al Real Madrid, nel suo primo Clasico, terminato 5-0 per il Barça al Camp Nou.

Il primo di quei tre è una sorta di manifesto del suo calcio. Romário è spalle alla porta quando gli arriva il passaggio di Guardiola, ma gli basta un movimento, mezzo tempo di gioco, per trovarsi solo davanti al portiere. Non colpisce il pallone, lo accompagna spostandoselo sull’interno del piede, come se quest’ultimo fosse rivestito da un guanto. Poi, come se si trattasse di una fionda, lo sposta in avanti il tanto giusto per poterlo raggiungere di nuovo e appoggiarlo in rete con l’esterno. Sono gesti come questo che fanno a dire a Cruijff “è il miglior giocatore che abbia mai allenato”. Peccato che fuori dal campo i due si prendano poco e a metà della stagione successiva si consumi l’inevitabile divorzio.

È un gol diverso, eppure simile, a quello che segna contro l’Uruguay nel 1993. Non gioca in nazionale da nove mesi e tre giorni, da quando ha pubblicamente detto che se avesse saputo che avrebbe iniziato dalla panchina l’amichevole contro la Germania, non si sarebbe nemmeno scomodato a lasciare Eindhoven. Il Brasile però ha bisogno di lui per qualificarsi ai Mondiali. C’è solo una partita e bisogna vincerla. Romário sa che la vincerà e lo dice. Poi entra in campo e segna due gol alla Celeste.

Uno dei due lo fa con un dribbling al portiere che è in realtà frutto di un solo tocco, larghissimo e lunghissimo, avvenuto quando l’avversario è ancora piuttosto distante da lui. Un movimento solo, mezzo tempo di gioco. L’essenzialità al servizio del gol, la stessa che ripeterà in un Mondiale in cui va a segno per cinque delle prime sei partite, e trasforma uno dei rigori della serie finale contro l’Italia. Romário non sbaglia, Baresi sì, e così o Baixinho consuma la vendetta dopo il 4-0 subito in finale di Coppa dei Campioni dal Milan di Capello.

Romario

(Credit: Mike Hewitt/ALLSPORT)

Nel passaggio tra Psv e Barcellona, Romário traccia il sentiero che percorrerà qualche anno dopo anche Ronaldo, con cui condividerà anche l’attacco della Seleção. Non in America, dove Ronnie è ancora troppo piccolo per essere il Fenomeno. La RoRo farà faville nell’anno di grazia 1997, quello che lancia verso i Mondiali di Francia passando per i successi in Copa America e Confederations Cup. Insieme segnano 34 gol, 19 Romário, 15 Ronaldo. Ne fanno tre a testa nel 6-0 all’Australia in finale di Confederations Cup.

Poi Romário si infortuna, perde tempo e condizione, Zagallo lo esclude dai convocati e lui si vendica a modo suo. Apre un locale a Rio de Janeiro, il Café do Gol, e sulla porta del bagno fa disegnare una caricatura dell’unico uomo che possa fregiarsi da solo del titolo di tetracampeão con due Mondiali da giocatore e due da allenatore. L’illustrazione mostra Zagallo seduto sulla tassa del cesso, mentre Zico, da buon vice, gli porge un rotolo di carta igienica.

Discutere Zagallo, in Brasile, è qualcosa di molto vicino alla bestemmia, ma per uno che ha già dato del “ritardato” a Pelé e ha fatto uscire di testa Cruijff è solo un altra tacca da aggiungere alla cintura. Nel 2002 sarà Scolari a non volerlo in Giappone e Corea del Sud, così Romario perde un’altra occasione e chiude la carriera con un solo mondiale vinto e appena 65 minuti giocati a Italia 90.

Romario

(Allsport UK/ALLSPORT)

Dopo il Barcellona, a 29 anni, comincia la sua attività da nomade, con un solo autentico obiettivo: la caccia al gol numero 1.000. Pelé li ha segnati e lui non vuole essere da meno. Per inseguire un record che aveva giurato di poter raggiungere fin da quando iniziava la sua carriera, cambia maglia in continuazione: Flamengo; Valencia; Flamengo; Valencia; Flamengo; Vasco; Fluminense; Al-Sadd; Fluminense; Vasco; Miami Fc; Adelaide; Vasco. Mentre è tesserato in Australia, firma anche per il Tupi Football Club di Juiz de Fora, in Minas Gerais, serie C brasiliana. Gioca il giovedì in Brasile e la domenica in Australia: una giornata di volo e 12 ore di fuso orario. Il gol numero 1.000 arriva con la maglia del Vasco, su rigore, esattamente come Pelé. Almeno secondo lui, perché la Fifa gliene attribuisce “solo” 929.

Il Romário di oggi è diverso da quello che giocava. Si è trasformato in un senatore in doppio petto del Partito Socialista. Dice di essere “la voce della Favela”, eppure di recente quella stessa favela in cui è cresciuto ha provato a zittirla con una proposta di legge per vietare il funk in strada: “Esalta gli stupratori”. Evidentemente la voglia di far festa gli è passata, anche se poi ha ritirato la proposta definendola lui stesso “incostituzionale” perché ferisce la libertà di pensiero. Nella favela si balla ancora, anche se o Baixinho l’ha lasciata da un pezzo.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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