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Il mestiere del telecronista oggi: intervista a Riccardo Trevisani

By 3 Luglio 2020

Questo periodo di pallone a porte chiuse ha cambiato l’approccio alla telecronaca?

Nel silenzio di stadi deserti ogni rumore si acuisce, riempie spazi vuoti. Le indicazioni degli allenatori si accompagnano al loro gesticolare frenetico e solitamente sordo. A ogni tocco il pallone acquisisce un suono dolce o violento, a tratti erotico. Urla si levano dal campo e dalla panchina ed echeggiano nel ventre di arene dormienti. Quelle che seguono a una decisone arbitrale non condivisa, o a un’entrata scomposta, sono le stesse urla da mercato rionale che si sentono nei campi di terza categoria. 

È straniante guardare una partita in questo clima surreale, ma anche, in un certo senso, suggestivo. Si ha accesso a tutto ciò che la presenza di un pubblico rende impenetrabile. È come violare l’intimità del grande calcio, sfondare la sua quarta parete. A questo spettacolo privato che è il calcio al tempo di Covid, partecipa una voce esterna, quella del telecronista. Ha un compito duplice e inusuale: inserirsi senza stonare in questo campionario di suoni nuovi e tradurli in un evento appassionante.

Abbiamo provato a indagare l’eccezionalità di questo racconto sportivo insieme a Riccardo Trevisani, romano, da 16 anni a Sky Sport – di cui molto presto è diventato voce di punta -, per capire se e come è cambiato il suo approccio alla telecronaca in questo periodo di pallone a porte chiuse. Un’occasione per offrire una panoramica del mestiere di telecronista e provare a spiegare cosa significa, oggi, commentare una partita di calcio. 

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Siamo ripartiti.

Non scherziamo, la vera ripartenza è con i tifosi. La mia modesta proposta è uno spettatore ogni tre, quattro posti. È meglio diecimila o zero? Cambia proprio il gioco, la prospettiva. 

Come si racconta una partita senza pubblico?

Con tristezza. Il tifoso alla stadio è vitale. Sì, vitale è la parola giusta. E il fatto che in queste prime  partite siano pochissime le squadre che hanno vinto in casa non è casuale.  È orribile commentare una partita in queste condizioni. Lo stadio vuoto toglie attenzione, concentrazione, allegria.

Durante Inter- Sampdoria hai più volte riportato le indicazioni che Antonio Conte dava ai suoi giocatori. Nei minuti finali di Atalanta-Lazio, Caressa ha lasciato che parlassero le voci del campo («sentite le urla, immergiamoci»): è questa la linea che state seguendo?

È una scelta personale, non c’è una linea condivisa. A Inter-Samp sentivo tutto, ho pensato fosse bello riportarlo, e credo lui abbia fatto lo stesso. È come se fosse una telecronaca a quattro voci, e interagendo con quelle dei protagonisti provi a entrare nel gioco da un’angolazione diversa. Certo, c’è la controindicazione delle parolacce o peggio delle bestemmie, però la parte tecnica ce la riusciamo a godere. Bisogna pure attaccarsi a qualcosa.

Dal tono della tua voce filtrava curiosità, un po’ di meraviglia.

È così, perché normalmente non senti cosa dice un allenatore. Quando c’è il pubblico, anche gli stessi giocatori fanno fatica a sentirlo, specialmente se giocano nel lato del campo opposto alla panchina o attaccano sotto la curva. Io comunque continuo a preferire lo stadio pieno, per riportare le indicazioni degli allenatori ci sono i bordocampisti. 

(Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Deve essere difficile restituire l’emozione di un gol senza l’esultanza dei tifosi in sottofondo.

Al gol di Lukaku contro la Sampdoria volevo urlare: era splendida l’azione, era splendido l’assist, era splendido tutto. Poi alla “u” di Lukaku mi sono reso conto che ero da solo allo stadio e non c’era modo di alzare troppo la voce.

Così come sarà stato difficile gestire l’introduzione del VAR, che molto spesso trasforma il momento del gol in un’emozione controllata, sospesa, in attesa di verifica.

Assolutamente. Se io non dò risalto al gol, e il gol viene confermato, poi negli highlights quel commento è venuto male. E chi lo vede pensa questo è scemo, perché non ha fatto niente? Così sono costretto ad andare dritto. Per me è molto difficile, perché cercando di anticipare sempre quello che succede – che è il mio modo di fare telecronaca -, quando penso ci sia una posizione di fuorigioco la mia reazione cambia, è inevitabile. È una cosa che non posso controllare.

Restiamo sull’emotività. Quanto spazio può occupare oggi in una telecronaca?

Per me è il trasporto è alla base di tutto, il senso del mio mestiere sta lì. Trasmettere alla gente quello che vivo in cronaca è determinante. Poi capisco che c’è chi preferisce lo stile asciutto alla Nicolò Carosio, però io godo dello spettacolo delle partite e cerco di condividerlo con lo spettatore. Non si può piacere a tutti e lo sappiamo, ma sono sicuro che quelli a cui piace il mio stile si divertono molto.

La famosa partita della Garra Charrúa e di Vecino che «la riprende» aveva aperto un dibattito sul grado di coinvolgimento dei telecronisti. È chiaro che in quel caso a scatenare la vostra esplosione sia stato un incastro quasi mistico (il precedente in Lazio-Inter, la previsione prima di quel calcio d’angolo), ma in generale sembra che oggi si tenda a privilegiare un approccio enfatico per far entrare lo spettatore dentro l’evento. Almeno dalle nostre parti. 

Non è un paradigma. Esattamente come i calciatori, ogni telecronista ha le sue caratteristiche, i suoi tic, il suo stile. C’è chi è più enfatico e chi più british. Come ti ho detto, per me inclusivo significa condividere la mia eccitazione, la mia passione con chi segue la partita da casa. Riguardo a quel discusso episodio, aggiungo che prima della partita avevo detto a Lele: «pensa se finisce 1-0 con gol di Vecino alla fine». 

 

(Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

Il gol di Iličić al Dortmund, il quarto di Cavani al Dnipro, Manolas contro il Barcellona e appunto Vecino contro il Tottenham li hai commentati con il trasporto di un tifoso. Nelle partite europee puoi spingerti più in là, ma quanto più in là esattamente?

In Europa c’è più libertà perché non c’è una squadra italiana che subisce. Quando Ronaldo stava per segnare dopo la serpentina con l’Atletico Madrid, un tifoso dell’Inter mi ha scritto che l’avevo fatto sognare. Così come molti tifosi non interisti mi hanno detto che si erano esaltati al gol di Vecino. Sono complimenti che valgono più di mille critiche. Certo non mancano le occasioni in cui il tifoso si risente. Sappiamo come funziona in Italia, è una continua caccia alle streghe, c’è sempre un complotto, tutti si sentono accerchiati. 

E vomitano bile su Twitter.

Ho abbandonato Twitter un anno fa, quando, commentando stessa partita, i tifosi delle due squadre che si fronteggiavano mi hanno accusato simultaneamente di parteggiare per l’altra. Capisci la follia?

Questi commenti condizionano le tue telecronache?

No, ma non posso negare che mi diano fastidio. È difficile accettare che qualcuno, dopo venticinque anni di carriera, si senta di poter fare il lavoro al posto tuo. 

La soluzione è disinteressarsi?

Credo di sì, ed è un peccato, perché sarebbe un’occasione per avere un confronto costruttivo, arricchente. Io poi ho l’abitudine di rispondere a tutti. Peccato che il il piano della discussione non sia mai «perché hai commentato in quel modo», ma piuttosto «levati la sciarpa». 

Negli anni si è andati nella direzione di una maggiore personalizzazione, partecipazione, “presenza” del telecronista. Credi sia un riflesso della narrazione di sé stessi che nell’ultimo decennio ha coinvolto tutte le sfere del racconto? 

Faccio questo mestiere grazie a Buffa e Tranquillo, che più di vent’anni fa mi hanno trasmesso il desiderio di raccontare una partita partecipando attivamente. Non credo sia una questione di vanità o autocelebrazione, al centro di tutto c’è sempre la partita. Non mi discosto da questa priorità. L’“io” in telecronaca è importante non per se stessi, ma per assecondare in tutti i modi possibili l’evento. Il telecronista islandese che impazzisce durante la partita con l’Inghilterra non lo trovo ingombrante o autoreferenziale, ma bellissimo, emozionante; lo stesso vale per Lineker che perde la testa al gol di Messi col Liverpool. L’emozione non ha confine, non è mai sbagliata. Sarebbe sbagliata se fosse a uso e consumo di una sola squadra, di un solo calciatore. Ma non è così.

 

(Photo by Alex Grimm/Bongarts/Getty Images)

Com’è una telecronaca moderna? Riesci a identificare un preciso momento in cui lo è diventata? Sarebbe scontato dire i Mondiali 2006, ma forse inevitabile. 

Il 2006 ha aperto le porte della pay tv al mondo e quelle della popolarità a Fabio Caressa. È innegabile che l’«andiamo a Berlino» sia stato un crocevia fondamentale. Da lì in avanti si è seguita sempre più quella direzione, che io adoro, perché sono convinto che noi siamo così privilegiati di poter raccontare questi eventi che è giusto che chi ci guarda possa godere a pieno del nostro divertimento e dei nostri guizzi, seguendo le partite con uno spirito più gioioso. Più di tutto, però, telecronaca moderna significa presentarsi in postazione con un alto livello di preparazione, sapere più cose possibili di ciò che gira attorno a quella partita. E io in questo sono maniaco. 

 Dal Barcellona di Guardiola in poi, il calcio ha subìto mutamenti continui, è diventato a tutti gli effetti un Nuovo Gioco. Quanto è importante per un telecronista studiarne i cambiamenti?

È necessario accogliere il cambiamento. Il calcio è in continua evoluzione, sotto ogni aspetto: tattico, fisico, regolamentare. Bisogna stare attenti, altrimenti si rischia di rimanere indietro. 

E allora cosa pensi dei tuoi colleghi più conservatori che durante le telecronache non fanno nulla per nascondere l’irritazione provocata dall’ostinata ricerca della costruzione bassa, dal coinvolgimento dei portieri, quando da tempo dovrebbero essere visti per quello che sono, ovvero un aspetto fondamentale del calcio contemporaneo?

Certo non rendersi conto che oggi i portieri sono centrali nel gioco perché mandano a vuoto le pressioni avversarie è grave, però non si può nemmeno pretendere che persone di una certa età, abituate da sempre a un calcio diverso e che magari hanno vinto scudetti praticando quel calcio, debbano a tutti costi cambiare la propria opinione. Non sarebbe nemmeno giusto. 

Però dovete rispondere anche alle esigenze di un pubblico preparato, esigente.

Vero, ma ognuno ha il dovere di rispondere prima di tutto al proprio pensiero, e se questo risulterà vecchio, obsoleto e sbagliato ci saranno i fatti a evidenziarlo. 

Nel processo di conoscenza di questo Nuovo Gioco sei stato favorito dalla vicinanza con Adani. Come avete trovato la giusta sintonia?

In maniera del tutto naturale. Alla prima partita commentata insieme mi sono reso conto che diversamente da quanto succedeva con tutti gli altri lui interveniva esattamente quando volevo interrompere il mio intervento. Una sincronia rara e preziosa, che mi ha colpito e ha creato da subito empatia. Se ci aggiungi la passione folle e condivisa per il calcio, il resto è venuto poi di conseguenza.

(Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

Il calcio più ragionato, insieme al var, hanno dilatato i tempi della telecronaca. Da dichiarato ammiratore di Flavio Tranquillo, ritieni possibile portare nel racconto di una partita di calcio la narrazione e gli aneddoti che caratterizzano le telecronache del basket?

Per un Barcellona-Real Madrid avevo preparato fogli con 171 punti da sviscerare. C’erano anche tanti aneddoti, corsi e ricorsi. Ne avrò condivisi una decina. Il motivo è sempre lo stesso: lo scopo della telecronaca è emozionare e vivere la partita. Dopodiché se uno squallido Levante-Murcia è ancorato sullo 0-0 senza un tiro in porta allora volentieri parliamo d’ “altro”. Ma se la partita è discretamente entusiasmante non c’è bisogno che io riempia le pause con curiosità che possono interessare o meno. Perché a non tutti piace questo allargare. Se c’è una cosa succosissima è un conto, altrimenti entrare per forza nell’aneddotica non è necessario. Poi c’è chi lo fa, chi imposta intere telecronache sul racconto e a un certo punto dice toh, hanno fatto gol.  

Il mestiere di telecronista è forse l’unico nel panorama dell’informazione a non essere stato minacciato dalla rivoluzione digitale e dall’avvento dei nuovi media. A prescindere dalla piattaforma che le trasmetterà, le partite avranno sempre bisogno di qualcuno che le racconti. Che cambiamenti prevedi, allora? Forse ci sarà un uso più frequente di grafiche durante la gara?

Grafiche, sviluppo della lavagna tattica, e credo si possa arrivare anche a un po’ di interazione, naturalmente filtrata. In questo momento di stadi vuoti, per esempio, io utilizzerei un filo diretto coi social. Anche perché ormai moltissima gente mentre guarda le partite ha in mano un secondo dispositivo, smartphone o tablet, e quindi devi essere in grado di coinvolgerli, altrimenti vince il richiamo di quel secondo dispositivo.

Certo sarebbe un processo complicato per quella che è la nostra cultura del tifo, così morbosamente permalosa e partecipativa. Non oso immaginare la reazione di un tifoso a un commento rivale che appare in un momento topico della partita.

È proprio così, purtroppo. A queste novità dovrebbe accompagnarsi un miglioramento socio-culturale, una visione nuova, più aperta. E da noi è molto difficile accada. 

Una peculiarità del tuo stile è l’alternanza di registri: didascalico, colloquiale, sarcastico: è l’equilibrio tra questi elementi la chiave di una buona telecronaca?

Sì, perché devi assecondare i momenti: c’è il momento serio, che può essere quello di raccoglimento; c’è il momento di tensione, magari per risultati che arrivano da altri campi; e poi c’è quello in cui puoi prenderla con più leggerezza. Ogni tanto mi chiedono: «ma che te ridi durante le partite?». Rido perché vedo il calcio come una festa. Mi rattristo molto ogni volta che vedo gente che si avvelena, che si mena allo stadio. Ho una visione molto americana dello sport.

Il ricordo più bello tra tutte le partite che hai commentato?

Come serata, Barcellona-Real Madrid 5-0 (29 novembre 2010, ndr) è stata incredibile. Era lunedì sera, c’era Gomorra su Rai Tre, pensavamo di fare pochi ascolti. È stata la partita internazionale più vista della storia di Sky. Di solito c’è molto equilibrio quando giocano due grandi squadre. Non avevo mai visto un tale dominio, un tale impatto, una tale forza. Ma non è l’unica partita che ricordo con particolare affetto, ce ne sono tante altre. Devo dire che sono sempre molto fortunato in telecronaca (l’ultimo gol di Totti, il 600esimo di Messi), succedono sempre cose particolari. 

Si sono accorti di questa tua fortuna a Sky?

Non ne abbiamo mai parlato, ma credo di sì.

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