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Il Milan è vittima della sua storia?

By 30 Settembre 2019

Come i rossoneri si sono trasformati in una sabbia mobile che inghiotte lentamente proprietà, polverizza centravanti con la sua “maledizione del numero 9” e porta all’esasperazione e alla consunzione ogni tipo di allenatore, persino chi ha talmente tanti attributi che potrebbe vincere una guerra da solo e abbattere le montagne a mani nude

San Siro applaude a scena aperta, in piedi, nella standing ovation che la Scala del Calcio tributa solo ai più grandi – Francesco Totti la ricevette per ben due volte -: l’unico momento da grande Milan, nell’ultima disfatta rossonera, lo hanno regalato i tifosi rendendo onore all’avversario che li ha frastornati e umiliati, Franck Ribery.

Un 36enne, quasi una vecchia gloria – ma non diteglielo, “il calcio è la mia vita” ha risposto a chi ci ha provato -, ha arato quello stadio glorioso con scatti brucianti, magie, cambi di direzione, mettendo il piede (e rischiandolo, con Musacchio) in ogni svolta decisiva della gara. E chi è sugli spalti, che di campioni ne ha visti fin troppi, ma da più di un lustro non riesce più neanche a sognarli, ora applaude quelli altrui.

Cos’è successo al Grande Milan, divenuto prima medio(cre) Milan e ora piccolo e nero, di rabbia? Il Milan adesso è un Calimero ben rappresentato da un Giampaolo che tiene fede al destino di chi ha un talento inversamente proporzionale alla capacità di sfruttare le occasioni giuste. Per destino – la Juventus che sceglie Conte all’ultimo miglio, dopo avergli promesso la panchina o il Napoli che non se la sente di dargli l’eredità di Sarri, che pure lo sponsorizza sempre, dall’Empoli all’ultima conferenza stampa in cui ha chiesto di “lasciarlo lavorare” – e per colpa, al Milan, ma anche alla Samp e in parte all’Empoli, perché quando il gioco si fa duro lui sparisce. A volte, letteralmente: a Brescia non lo trovarono per ore.

Ma sarebbe ingiusto e poco intelligente dare la colpa a Marco Giampaolo dell’ennesima campagna acquisti caotica, costosa e demenziale; della nuova società che rispetto alla scorsa ha cambiato tutto, tranne il fatto che ci siano troppi galli a cantare; della incapacità di attrarre top player.

Foto LaPresse – Spada

Eppure il Milan è la squadra più vincente d’Italia fuori dai confini, è stata portatrice di una rivoluzione culturale dentro e fuori dal campo, ha insegnato calcio, da Rivera a Sacchi. E ora sembra essere vittima della sua Storia. Le discese ardite – ora è a un punto dalla zona retrocessione e ci torna alla mente lo spaesamento dell’epoca Giussy Farina, tra la serie B e fallimenti evitati di un soffio – e le risalite sono nel dna rossonero.

Eppure. Eppure ora è diverso. Ora il Milan è una sabbia mobile che inghiotte lentamente proprietà – dall’ultimo Berlusconi, con Galliani a far da parafulmine, al peone cinese Yonghong Li, l’improbabile Mister Li, fino ad arrivare allo scafato Paul Elliott Singer, di fatto il curatore fallimentare di maggior successo al mondo -, polverizza centravanti con la sua “maledizione del numero 9” e porta all’esasperazione e alla consunzione ogni tipo di allenatore, persino chi ha talmente tanti attributi che potrebbe vincere una guerra da solo e abbattere le montagne a mani nude, come Sinisa Mihaijlovič, Gennaro Ivan Gattuso e prima di tutti, Clarence Seedorf.

Figuriamoci chi non aveva ancora le (s)palle abbastanza larghe per ricoprire quel ruolo, come Brocchi, Filippo Inzaghi e Vincenzo Montella, che quasi ci si giocava la carriera e che spadroneggiando con l’1-3 di ieri a San Siro, si è tolto un bel masso dalla scarpa.  Parliamoci chiaro: da quelle parti hanno mandato via pure chi gli ha regalato l’ultimo scudetto, Massimiliano Allegri.

Cosa succede a Milanello e dintorni? Quel dna ha prodotto cloni deformi dei tempi di gloria.

Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Silvio Berlusconi, Arrigo Sacchi, Marco Van Basten. Sono loro il peccato originale. Perché non c’è nulla di più corrosivo di un paradiso che non tornerà, di aver toccato il tetto del mondo sapendo che sarà impossibile rifarlo. Di divinità inimitabili. Pensate alle generazioni di numeri 10 argentini devastati dal confronto con Diego Armando Maradona: Ortega e Riquelme, per dirne due, ma anche quel Messi che costantemente vede la sua grandezza oscurata da quel paragone.

Il Milan, i milanisti e forse pure i milanesi devono rassegnarsi: quell’epoca non tornerà mai più. Non è possibile, sono irripetibili le condizioni di partenza (così come un Maradona non potrebbe più venire nell’attuale Napoli). A metà anni ’80 l’ex premier arrivò nel mondo del calcio, rivoluzionandolo e forse rovinandolo. Portò, di fatto, la tv (inizialmente col mundialito), ruppe consolidate tradizioni di mercato con valutazioni assurde per i calciatori che voleva ingaggiare, allargò la rosa a dismisura fino ad avere tre squadre, ingaggiò un profeta di Fusignano credendoci con tutto se stesso e venendo ripagato dal gioco più ammirato di fine millennio. Dall’Olanda poi riuscì a cogliere tre tulipani meravigliosi: Gullit, Van Basten e Rijkard.

Il resto è storia. Il resto sono generazioni di dirigenti, allenatori e soprattutto centravanti che quelle strisce rosse e nere le hanno sentite addosso come ustioni, come fardelli pesantissimi. Perché a Milano, a via Turati prima e a Casa Milan ora, in zona Portello, non hanno mai smesso di fare i conti con gli anni mitici di Arrigo e pure con quelli più pragmatici di Fabio e quelli entusiasmanti di Carlo. Con Berlusconi a fare e disfare, perché voleva vincere, convincere e decidere la squadra ogni domenica. Sacchi il profeta, Capello il ragioniere, Ancelotti il leader calmo, hanno costruito un’epopea, sia pure sempre smontata da un presidente insoddisfatto cronico (da premier esonerò lo Zoff vicecampione d’Europa, per dire). Un’epopea infinita che ora sta distruggendo il Milan.

Foto LaPresse – Spada

Boban e Maldini, che ne sono stati due alfieri, non si rendono conto di essere l’ennesima riproposizione di un pezzo di quelle squadre iconiche, dell’illusione berlusconiana (che ora vince col Monza) di poter pescare dal mazzo degli ex o tra gli allenatori emergenti, ogni volta, l’asso. Non capiscono che Bennacer, Piatek, Romagnoli non sono né saranno mai Rijkard, Van Basten e Baresi, che la sola presenza di Zvone e Paolo, intimidisce i mezzi giocatori che ora vestono quella maglia così pesante. Se all’Inter per un decennio sono stati piegati dall’eredità impossibile di Mourinho, potete solo immaginare cosa può essere dover combattere con più di vent’anni di vittorie, di leggende, del miglior storytelling della storia del calcio? Persino Silvio Berlusconi, che lo mise in piedi, ne rimase vittima. Quando soldi e gioventù si sono allontanati inesorabilimente, quando ancora arrivavano, dal Brasile e non solo, campioni a nascondere le magagne, quando ancora Galliani non si era ridotto a suonare al citofono di Mattia Destro alle periferia di Roma.

La grandeur di Sua Emittenza ha reso grande i rossoneri, ma li ha anche incatenati alla loro attuale mediocrità, a una serie di scelte che sembrano più riflessi condizionati, una pavloviana e diabolica capacità di perseverare negli stessi errori.  Vogliono mandare via Giampaolo e prendere Schevchenko. Un’altra icona, un’altra figurina in panchina, come negli uffici, come in campo, con costose campagne acquisti che scimmiottano quelle principesche di Silvio che ne comprava a decine e poi li motivava scendendo dall’elicottero.

Lui però li comprava dalle squadre più forti (De Napoli fu acquistato dal Napoli del Pibe de Oro solo per far panchina), mentre ora arrivano dalle riserve dei top team, da squadre retrocesse in B, da società amiche e dopo neanche sei mesi di buone prestazioni. Basta una doppietta al Napoli in Coppa Italia, a Piatek, per far sperare nel nuovo Van Basten, così come è sufficiente un pessimo inizio stagione al polacco per diventare il nuovo Torres. A Milano si è incagliato persino Higuain, per non parlare dei tanti carneadi e sopravvalutati che lo hanno preceduto (anche se André Silva in Germania sta segnando a buon ritmo). Si cercano misure palliative nei successi passati, dimenticando che negli anni d’oro non si sarebbero mai venduti (Cutrone) o messi all’asta (Donnarumma) i gioielli di famiglia, fondamentali per costruire un senso d’appartenenza.

Foto LaPresse – Spada

Il Milan non è più lui, ma si ostina ancora ad assomigliargli. Senza più un visionario ricchissimo a soddisfare ogni capriccio, un profeta in panchina, campioni con le palle in campo. Non è un caso che l’ultimo a far cucire uno scudetto sul petto a Milanello sia stato Zlatan Ibrahimovič. Uno che non ha paura di confronti e paragoni. Uno che sa vincere e lo fa. Uno che la storia la cambia. E questo deve fare il Milan: abbracciare un altro modello di crescita e percorrerlo. Crederci e ricominciare a ricordare a tutti cos’è il Milan. Non con i santini in panca o alla scrivania, ma nei fatti. Solo che servirebbe chi quel Dna lo rivoluzionò ma seppe anche rispolverarlo, rivitalizzarlo (cos’erano gli olandesi se non la Gre-No-Li dei loro tempi? E Capello non era il Nereo Rocco dei suoi? E Ancelotti un Czeizler più vincente? E Maldini padre, Altafini, Schiaffino, Liedholm apppunto, continuate voi). Lui, l’unico: Berlusconi. E non Barbara, quello fu l’inizio della fine.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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