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Il modello Bundesliga è il futuro del calcio?

By 27 Maggio 2021

Un sistema che deve essere preso come come punto di partenza per aprire una discussione su quelle che dovrebbero essere le dinamiche future del calcio europeo.

Il lancio e la repentina chiusura del progetto Superlega hanno riempito le cronache delle ultime settimane e ancora si sente l’eco del terremoto che ha generato. Al di là delle reazioni delle massime autorità internazionali e nazionali, di quelle dei media e di quelle dei tifosi, una riforma del calcio europeo non è più rimandabile. Però visto che il cambiamento deve seguire degli esempi virtuosi, l’occhio di molti si è posato sulla Germania e sulla Bundesliga.

Il modello tedesco è finito al centro della discussione come punto di partenza di un nuovo calcio e noi proviamo a vederlo da vicino. Le squadre di club tedesche sono associazioni dilettantistiche senza scopo di lucro, da un punto di vista fiscale e amministrativo. Ognuna di esse appartiene ai soci che detengono una quota ad personam. A inizio anno ognuno di loro paga una quota che si aggira, in media, sui 100 euro. Il primo punto focale del «modello tedesco» riguarda il ruolo del tifoso, che è al centro della vita della propria squadra, anzi possiamo dire che è il fulcro attorno al quale ruota il club, perché la carica di socio garantisce la possibilità di voto all’Assemblea annuale, in cui vengono definite le linee guida da seguire per la stagione seguente in materia di marketing, prezzi dei biglietti e sponsorizzazioni. Ogni socio ha un voto a disposizione e così può incidere realmente sulle scelte che coinvolgono la sua squadra del cuore, sono escluse le questioni più prettamente sportive che vengono delegate anno per anno a professionisti del settore.

Esistono delle eccezioni, che fanno capire come anche il sistema calcistico tedesco non sia perfetto in maniera assoluta. Fin dal principio, il Bayer Leverkusen e il Wolfsburg, sono state create come dopolavori della Bayer e della Wolkswagen. Poi alcuni club sono riusciti a forzare ulteriormente la mano introducendo la famosa norma del «50+1». Bisogna fare chiarezza: questa norma spesso viene sbandierata sui media come il grande plus valore del calcio tedesco, ma in realtà a esse ci si può appellare, ma non come regola assoluta, è l’assemblea dei soci di ogni club a decidere se farne uso oppure no.

LaPresse.

Per fare un esempio ci sono squadre come la 1.FC Union Berlin che sono ancora al 100% in mano ai soci. L’introduzione della norma «50+1» ha permesso la nascita di altre due eccezioni, il RB Leipzig e l’Hoffenheim, che sono in mano a due proprietà private. Ma da alcuni anni la maggioranza delle associazioni di tifosi sta spingendo per abolirla. Il modello viene attaccato anche dall’interno e lo stesso Rummenigge, dall’alto della sua carica nel Baryern, ha cercato di forzare la mano più di una volta, ma tiene botta proprio perché i tifosi sono garanti di questo processo e non soltanto fruitori finali. Accanto all’associazionismo va ricordato che i bilanci delle squadre tedesche sono in perfetta forma e l’indotto generato è di alto livello. Basti pensare che il mondo calcistico teutonico crea circa 100.000 posti di lavoro e ha 8 milioni di tesserati. Numeri che sono sostanziali. Se prendiamo  il Bayern Monaco siamo di fronte a un colosso da 295.000 soci e 750 milioni di euro – terzo fatturato annuo mondiale – pur se è vero che una percentuale della società è in mano a grandi aziende come Allianz, Audi e Adidas.

Se diamo uno sguardo alla situazione italiana, la realtà è decisamente diversa. A partire dal 1966 le società di calcio sono delle aziende a fini di lucro. La FIGC emanò una delibera che spinse per lo scioglimento delle vecchie associazioni sportive che militavano in Serie A, che  rinacquero come società commerciali e munite di personalità giuridica, senza la quale non avrebbero potuto effettuare l’iscrizione alla stagione 1966/1967. Questo ciclo di trasformazioni del nostro calcio si è concluso con la legge 586 del 18/11/1996 che ha definitivamente trasformato il calcio nello sport più volto all’entertainment che conosciamo oggi. In questo grande cambiamento societario i tifosi sono stati sempre più trattati come clienti e non come parte integrante dello spettacolo, come in Germania.

Spostiamoci in Inghilterra. Dopo aver trasformato molti dei propri stadi in centri commerciali dove tutto è diventato commerciabile, partita compresa, molti club hanno capito che questo trend era più remunerativo, perché se è pur vero che l’opulento spettatore americano, giapponese o cinese di turno garantisce ottime economie, quelle che il tifoso inglese dei quartieri popolari non potrà mai portare, è certo che le partite dei club più importanti hanno perso quella parte di spettacolo che aveva attirato proprio quei turisti di cui sopra, che si erano dimostrati disposti a pagare cifre esorbitanti pur di assister a un match di Premier League a Stamford Bridge o all’Etihad Stadium.

LaPresse.

Torniamo in Germania. La solidità economica e l’ottima politica di partecipazione dal basso del sistema sportivo tedesco ha portato dei risultati vincenti sui campi da calcio europei? Andiamo ad analizzare i risultati dell’ultima decade (2011-2020) delle due competizioni continentali: in Champions League la Spagna è davanti a tutti con 6 vittorie, a distanza troviamo Germania e Inghilterra con 2 vittorie ciascuna – l’Inghilterra salirà a 3 al termine di questa stagione. In Europa League la situazione è decisamente peggiore perché la Germania non ha mai vinto la competizione – ultima vittoria 1996/1997 dello Shalke 04 sull’Inter – e non è mai nemmeno arrivata in finale. Prima assoluta è ancora una volta la Spagna con 7 vittorie – 4 del Siviglia – seguita dall’Inghilterra con 3. Le statistiche parlano chiaro, a livello continentale il modus operandi dei club tedeschi  sembrerebbe non competitivo. Ma è davvero così? La Spagna la fa da padrona rispetto a tutte le altre concorrenti, ma sappiamo che la strada percorsa dai club iberici per arrivare a questo dominio non stata è tracciata nel solco del rispetto dei numeri. Partendo dalla Ley Beckham – che garantiva ai grandi giocatori di arrivare in Spagna e avere una fiscalità estremamente agevolata – passando per le spese mai controllate, per arrivare ai bilanci fantasiosi, azioni queste a quanto emerso da indagini recenti protette anche a livello governativo, il Real Madrid e Barcellona e una parte delle altre squadre spagnole hanno speso oltre ogni loro possibilità, tanto che oggi i debiti a bilancio hanno assunto proporzioni gigantesche – i conti del club catalano sono in rosso per circa 1 miliardo di euro. Anche in Inghilterra i club hanno vissuto questi ultimi anni spendendo e spandendo oltremodo, drogando il mercato dei calciatori e impedendo una loro sana mobilità. Difatti una volta che un calciatore è arrivato in Premier, se ne va con grande difficoltà, visti i prezzi folli a cui è stato acquistato il suo cartellino.  L’idea della Superlega nasce principalmente per coprire i buchi di bilancio dei club che vi hanno aderito.

(Sven Hoppe, Pool via AP)

Che cosa dobbiamo imparare dal modello tedesco? Sostanzialmente due cose: l’importanza delle comunità che si muovono intorno a un club e il rispetto dei conti. Senza pensare di copiarlo pedissequamente, lo possiamo prendere come punto di partenza per aprire una discussione su quelle che dovrebbero essere le dinamiche future del calcio europeo. Perché se è vero che le squadre di vertice punteranno con ancora più decisione a costruire una competizione esclusiva, ci devono essere delle regole serie e valide e con un principio di accessibilità garantito a tutti. Un’idea la vogliamo mettere sul piatto. Ci sono già tre competizioni continentali– Champions League, Europa League, Conference League –, perché non trasformarle in massima divisione, seconda divisione, terza divisione con promozioni e retrocessioni annesse? Questo garantirebbe ai club più importanti di avere più partite di alto livello e manterrebbe la possibilità per un club meno rinomato di giocarsela con i più grandi. Una soluzione come ce ne possono essere altre, nel frattempo studiare e imparare da ciò che già funziona deve essere lo zenith di tutti gli addetti ai lavori, per salvare il calcio che pare essere indirizzato in una strada senza via d’uscita

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