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Il nuovo suono dello sport

By 1 Aprile 2020

Un’eco del passato, vista l’assenza di eventi. Ma anche un nuovo modo di narrare il vuoto, per nulla facile da inventare: cosa raccontiamo, se non c’è niente da raccontare?

 

In principio è stato il Mondiale 2006. Quando l’Italia si era spontaneamente unita, di balcone in balcone, come se stesse giocando la competizione più importante, Sky l’ha rispolverato: riecco le partite del trionfo, a riempire palinsesti svuotati dal blocco al calcio e, parallelamente, a ricordarci che noialtri ci esaltiamo nei momenti di difficoltà, nello sport come nella vita. Una soluzione di ripiego è diventata un inno: ce la faremo, vinceremo, come è successo nel 2006. Ricordiamolo, ricordiamocelo. E va bene così, un giorno, un paio, non di più. E poi?

Reading (Photo by Catherine Ivill/Getty Images).

Poi non resta che replicare il modello: costruire le giornate televisive rovistando tra i migliori eventi di repertorio. Sky ha pensato di coinvolgere direttamente il pubblico, aprendo un canale altrimenti socchiuso: ottima idea. È un altro modo di raccontare lo sport, quello di togliere i filtri e chiedere il supporto di chi, di solito, quel racconto si limita ad ascoltarlo. Si educa il pubblico alle dinamiche della televisione e del racconto stesso, si lascia intuire che l’assenza di eventi è un problema anche per chi quegli eventi li trasmette, non solo per chi paga per usufruirne.

Non è facile trovare una soluzione: i canali esistono, vanno, c’è il contenitore, non più il contenuto. E senza contenuto nemmeno si può ricamarci su, con gli studi dedicati, gli approfondimenti, i commenti. La prima risposta è stata il passato: andare in soffitta e guardare l’album dei ricordi. Così il pubblico ha iniziato a costruire i palinsesti, scegliendo un tema (l’Atalanta, ad esempio, come gesto di supporto alla Bergamo ferita) e selezionando i migliori momenti. È un’occasione per ricostruire le imprese, i personaggi, la storia di una squadra, che altrimenti non avremmo: saremmo troppo concentrati sul presente.

(Photo by Kai Schwoerer/Getty Images)

Nonostante l’assenza di sport, il racconto è dovuto continuare. E lo ha fatto come doveva, come poteva: offrendo il ricordo di quella partita, o di quei gesti, a memoria presente e futura del perché sono così importanti, pur non essendolo davvero in questo momento. Certo, scoccia pagare un abbonamento per degli eventi che d’un tratto spariscono e ci si domanda perché lo si dovrebbe continuare a pagare, ma il problema è anche di chi ha pagato a suo tempo per trasmettere quei contenuti. L’assenza di eventi sportivi è negativa, lascia un vuoto emozionale, ma non è detto che lo sia la conseguenza. Ovvero, lo sgonfiarsi del racconto, che su alcuni eventi è normalmente ridondante, se non addirittura tossico. In particolare nel calcio, in Italia. Fermato quello, la prima reazione è: senza non si può stare. Ma poi, una volta che si prende coscienza e si riporta il calcio alla sua dimensione naturale, quella di una cosa non importante (o al massimo, “la più importante tra quelle non importanti”), ci si accorge anche che di solito se ne parla troppo. E spesso, male. Ora, senza accorgercene, obbligati dal vuoto, stiamo purificando: meno informazioni superficiali, più profondità di dialogo. Quindi, in altre parole, più approfondimento.

Sky Sport ha fatto quello che poteva fare, al meglio delle sue possibilità. E, per inciso, non è una marchetta, ma una candida opinione. La redazione ha puntato sul dialogo, avviando una serie di incontri con i protagonisti dello sport, rinchiusi nelle rispettive case e quindi più disponibili del solito (per questioni di tempo, ma anche di vincoli contrattuali) a interagire con i media. Ha valorizzato le competenze interne, coinvolgendo alcuni dei migliori giornalisti (inutile nominarli: si vedono, si notano) e chiamandoli a interagire con gli sportivi, i quali, a loro volta, sono più sciolti del solito.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Non c’è la competizione che incombe, il tempo è sospeso anche per loro, quindi possono parlare con più naturalezza. Raccontano, spiegano, offrono cultura sportiva. L’altro giorno, per dirne una, un ragazzo ha chiesto a Burdisso come Mourinho aveva impostato le marcature nel suo primo anno alla guida dell’Inter: una domanda tecnica a cui, in condizioni normali, non siamo (ahinoi) abituati, anche perché non si spera in una risposta concreta. E invece Burdisso ha sorriso, ha elogiato la domanda e ha raccontato che Mourinho, dopo una delle prime sedute in ritiro, chiese ai giocatori di scegliere il modo in cui preferivano marcare sui calci piazzati. Riccardo Gentile, dallo studio, ha sottolineato quanto fosse interessante. Beppe Bergomi, in collegamento, ha risposto a sua volta alla domanda, relazionandola al suo passato da calciatore e al presente da allenatore delle giovanili. Non è roba da nerd, è un piccolo angolo di approfondimento culturale sul calcio. Quello che si dovrebbe sempre avere, anche e a maggior ragione in presenza degli eventi.

(Photo by Jono Searle/AFL Photos/Getty Images)

Il racconto non è solo quello che vedi, è anche – se non soprattutto – quello che leggi. C’è più tempo per farlo, e allora perché non farlo? Anche cose piccole, leggere, veloci. Per dirne una, giusto perché è appena passata sotto agli occhi, di certo non perché si fanno marchette: Paolo Condò, su Twitter, ha avviato un mini-racconto degli stadi che hanno segnato la sua carriera da giornalista. Basta poco tempo per goderne, ma come si usa dire, è tanta roba. E forse non avrebbe avuto tempo di farlo, Paolo, se il campionato girasse a pieno regime.

Ma non è solo calcio. Sul canale Nba girano le finali intervallate dagli approfondimenti dei personaggi di rilievo. È un modo diverso di usufruirne, un’alternanza che consente di rivivere l’evento ma anche di coglierne sfumature collaterali. Non c’è la sospensione emotiva, si conosce già il finale della storia, ma si notano quei particolari che in diretta, in quei giorni “pieni”, non si coglievano e non si aveva tempo per rivedere: quante volte, la finale del 2013, è stata vinta e persa da Miami e San Antonio, in quella pazzesca gara 6? A distanza si percepisce forse di più l’oscillazione del controllo mentale su quella gara perché lo spettatore è meno coinvolto, più freddo, più oggettivo e riesce a vedere quel tipo di sfumatura che altrimenti sfugge.

(Photo by Lucas Uebel/Getty Images)

In parallelo c’è il racconto del reale. Che alle volte sembra uno sport, anche se purtroppo non lo è. Ogni giornata fa parte di un rituale lungo, è un passo che ci avvicina alla “partita”, l’apice emotivo: la conferenza di Borrelli. Quella partita si guarda, con la stessa tensione di un match di calcio: negativa e positiva, nel caso in cui arrivino buone notizie. Stentano ad arrivare, queste buone nuove, ma il giorno dopo siamo di nuovo tutti lì, a sperare. Tutti veri appassionati di un’unica squadra. È pesante, questa partita, e il giorno dopo è da rigiocare, bisogna anche riposare, e allora quando finisce cerchiamo sollievo: si cambia canale e si va “di là”, tra i dedicati, e in quell’attimo di transizione ci si dimentica che non c’è nulla in diretta e si sta bene. Fammi vedere una partita, va. Ma poi atterri e ti ricordi che non c’è. Ma c’è il resto, un racconto datato ma da rispolverare, in attesa del futuro. Di quando si ricomincerà. L’importante, ora, è farsi trovare pronti, con qualche informazione in più: così si godrà il triplo quando torneranno gli eventi.

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