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Il pallone per Che Guevara

By 26 Novembre 2020

Viaggio (senza moto) nella passione per il calcio del rivoluzionario argentino

 

I fiumi non si portano dietro solo acqua dolce. Il loro andare sinuoso e irregolare trascina sedimenti di passione e di emozioni. In Sudamerica ancora di più, come ben dimostra il caso del Paraná, lungo corso d’acqua che bagna le acque di Rosario. Durante un viaggio qualsiasi di una barca proveniente da Buenos Aires Celia de la Serna fu costretta a fermarsi nel porticciolo della città per partorire, dando alla luce il primogenito Ernesto, figlio dell’omonimo Guevara Lynch.

L’andamento della barca, controcorrente, e il cambio di programma fu un presagio del destino: la nascita non programmata di colui che poi sarebbe diventato il ‘Che’ avrebbe simboleggiato fin da subito la sua figura di rivoluzionario. Un rivoluzionario che nella vita sarebbe andato prima oltre l’asma e poi oltre i concetti borghesi della sua famiglia, portando nel mondo una ventata d’aria nuova.

In questo contesto la città portuale di Rosario, l’unica realtà argentina nella quale un asado a base di pesce può tenere testa a uno di carne, accese da subito la miccia che non abbandonò mai Ernesto, nonostante non avesse vissuto praticamente mai nel luogo che lo vide nascere. L’infanzia e l’adolescenza in quel di Alta Gracia, località cordobesa nota per l’ottima qualità dell’aria, ideale per curare l’asma del primogenito dei Guevara, avrebbero risentito comunque della sua provenienza. Soprattutto in un aspetto: il giovane Ernesto fu accompagnato in infanzia e adolescenza da due malattie croniche, l’asma e il fútbol, uno sport culturalmente incrostato in ogni angolo della seconda città più popolosa del paese sudamericano.

 

Un Canalla leproso

 (AP Photo/Ramon Espinosa)

Negli anni post adolescenziali il Che avrebbe poi reso nota pubblicamente la sua passione per il Rosario Central, squadra popolare in contrasto con quella più borghese del Newell’s Old Boys. I suoi amici più intimi, Alberto Granado e Calica Ferrer, che lo accompagnarono nei due viaggi che cambiarono la sua vita e quella dell’America Latina, avrebbero confermato in seguito il suo legame viscerale con il Central, squadra nella quale giocava il Torito Aguirre, che in un Clásico contro Newell’s dopo aver segnato un gol andò a festeggiare sotto il palco delle donne abbassandosi i pantaloni, diventando da quel momento l’idolo indiscusso di un ancora smaliziato Ernesto.

La sua condizione di canalla, ossia di tifoso del Central, avrebbe poi contrastato con la sua figura di medico dedito a curare i leprosi. A Rosario, infatti, oltre un secolo fa fu promosso un incontro di beneficienza per i leprosi locali, al quale Newell’s participò e Central no. Da quel momento, dunque, i tifosi gialloblu vennero chiamati canallas, mentre quelli rossoneri passarono ad essere leprosos.

 (AP Photo/Arnulfo Franco)

Da buon argentino, la passione per il pallone fu più forte degli impedimenti e le sue abilità atletiche gli permisero di distinguersi da portiere. Vicino alla porta, inoltre, Ernesto poteva tenere l’inalatore per lui fondamentale per poter resistere alle crisi d’asma.  Già a dieci anni, come raccontò il suo amico Carlos Figueroa ai giornali locali, il rampollo dei Guevara organizzò una partita di calcio tra atei e cattolici. Un rivoluzionario fin da subito, come dimostrò anche la sua avversione al peronismo imperante nella seconda metà degli anni ‘40.

Anche per questo, forse, Ernesto decise di disimpegnarsi da portiere, che più di un ruolo è una condizione d’essere assoluta, in quanto solitario contro il pericolo avversario. Un po’ come avrebbe fatto più avanti sulla Sierra Maestra, quando l’esercito guerrigliero per la liberazione di Cuba avanzava tra stenti e coraggio, il Che da portiere avrebbe dimostrato subito quell’istinto agguerrito e dei riflessi fuori dalla norma. Dei riflessi che in seguito gli sarebbero serviti per disimpegnarsi anche nel rugby, uno sport nel quale la sua foga e il suo entusiasmo gli sarebbero valsi il soprannome di Fuser, ossia furibondo Serna, in onore al cognome della madre. Tuttavia, il carattere popolare del fútbol lo affascinò sempre di più. In Argentina, infatti, il rugby è da sempre lo sport dei borghesi, mentre a calcio giocano tutti, con scarpe o senza. E il calcio lo avrebbe accompagnato anche nei suoi viaggi.

 

Fino all’Equatore

(Photo by Paul Gilham/Getty Images)

Nonostante la sua vita da studente si sarebbe poi sviluppata a Buenos Aires, Ernesto sarebbe rimasto sempre fedele al Rosario Central e al suo ruolo di portiere. L’asma, che ogni tanto tornava a tormentarlo, era un avversario in più da affrontare in ogni partita.

Durante il suo primo viaggio nelle Americhe, dove gli si aprirono gli occhi riguardo la condizione della gente più umile del suo continente, colui che sarebbe diventato il Che fu protagonista di un torneo calcistico in Colombia. Arrivato nella comunità locale chiamata ‘Leticia’ insieme al suo amico Granado senza un soldo bucato, si ingegnò per trovare una qualsiasi maniera per avere delle entrate economiche. Il calcio venne loro in aiuto. L’umile Independiente Sporting Club ‘ingaggiò’ Granado come attaccante e Guevara come portiere e riuscì ad arrivare in finale del torneo locale grazie a un rigore parato proprio dal giovane studente in medicina. Poche settimane dopo, mentre si trovavano a Bogotà, Guevara e Granado conobbero la stella argentina del Real Madrid Alfredo Di Stefano, che offrì loro il pranzo e anche due biglietti per il match amichevole tra i Millonarios, squadra del posto, e il club spagnolo che di lì a poco avrebbe fatto la storia sulle ali dell’argentino.

Un anno dopo, durante il suo secondo viaggio per il continente americano, Guevara arrivò al paesino ecuatoriano di Guayaquil insieme al suo amico Carlos ‘Calica’ Ferrer. Dopo essere diventato ufficialmente medico, Ernesto utilizzò il suo secondo viaggio per spingersi oltre gli studi e i libri e diventare quel rivoluzionario che tutti avrebbero conosciuto anni dopo.

LaPresse.

In pochi sanno, però, che la miccia finale nel processo di trasformazione sociale e umana arrivò, indirettamente, dal calcio. Il suo amico Calica, più bravo di lui, era stato ingaggiato da una squadra locale i cui proventi venivano dai ricchi giacimenti di petrolio trovati recentemente nell’Oceano circostante. Ernesto, senza un lavoro, si sentì dunque libero di recarsi in Guatemala, dove il governo di Jacobo Arbenz Guzmán si opponeva con coraggio ai tentativi di espansionismo degli Stati Uniti d’America. A malincuore, Guevara lasciò il suo amico Ferrer proprio nell’Equatore, recandosi in Guatemala clandestinamente in una nave peschereccio guidata da un italiano. Da quel momento in poi i due non si sarebbero più rivisti ed Ernesto avrebbe lasciato da parte anche il calcio per diventare, finalmente, il Che.

La sua ultima apparizione in un campo di calcio è data 1963, quando ormai era già ministro dell’industria cubana e riconosciuto in tutto il mondo , il Che partecipò a una partita contro la squadra dell’università. Un match che lo stesso Granado ricordò con emozione: “Quando Ernesto andava in porta smetteva i panni del ministro e del rivoluzionario e tornava ad essere portiere”.

 

 

 

 

 

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