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Il paradosso di giocare senza piede debole

By 10 Febbraio 2021

Avere in dote un piede sensibile al trattamento di un oggetto sferico non è cosa da poco, figurarsi averli entrambi. Perché allora nessun ambidestro è riuscito ad affermarsi tra migliori giocatori al mondo?

Il 4 novembre 2017, in un Bologna-Crotone senza troppe aspettative, Simone Verdi entra nella storia del calcio da un ingresso esclusivo. Al 38′ segna su calcio di punizione dal lato destro, all’altezza dei 25 metri, calciando col sinistro sopra la barriera. Pochi minuti dopo, allo scadere del primo tempo, si ripete dal lato opposto, battendo nuovamente Cordaz ma questa volta con il piede destro. Realizzare due piazzati nella stessa partita con entrambi i piedi è un capolavoro balistico che conta solo un precedente, quello di Marcial Pina, centrocampista spagnolo dai piedi educati e un volto hollywoodiano che in un Barcellona-Atletico Madrid del 1978, con indosso la maglia colchonera, riuscì nello stesso prodigio di tecnica.

Il fascino di quei due gol, segnati in un ristretto intervallo di tempo, aveva sfumature diverse: lo stupore per aver assistito a qualcosa che su un campo da calcio non si era praticamente mai visto, la meraviglia per quella manifestazione così pura del talento, e la delizia estetica data dall’assoluta continuità stilistica dei due calci da fermo. Erano due gol, due momenti diversi, ma sembravano uno visto allo specchio, con la differenza che sul secondo Cordaz tenta la parata invece che guardare, immobile e sconfitto, il pallone depositarsi in rete. Lo slancio della gamba, l’intensità del calcio, la conclusione del movimento dopo l’impatto erano pressoché identici. Cambiava solo l’angolo di rincorsa e la parabola del tiro, piccole modifiche dovute alla posizione leggermente diversa dei punti di battuta.

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Mentre Verdi correva orgoglioso sotto la curva per celebrare la sua impresa, il pensiero condiviso di chiunque vi avesse assistito riconduceva a un senso di dominio inaccessibile. A un controllo totale e sovrumano sul contesto in cui si agisce. Chiunque ami il calcio e lo pratichi a qualunque livello, se ogni giorno si allena ripetutamente a calciare al volo o con la maledetta, è possibile che alla lunga riesca a eseguire almeno una volta, anche con fortuna, ciascuno di questi colpi complessi. Ma per quante ore passi con la dedizione di un monaco nel tentativo di calciare una punizione in maniera del tutto speculare con entrambi i piedi, è molto probabile che non raggiunga il suo obiettivo.

I calci di punizione hanno molto in comune con l’arte. Analogia banale e un po’ consunta, ma sempre vera. Una certa geometria, un equilibrio visivo, un respiro diverso a seconda della prospettiva, una loro “emotività”. E insomma, esistono gesti che restituiscono con maggiore brutalità la confidenza di un uomo con un pallone da calcio di saper comporre la stessa opera sia col destro che col sinistro? Domanda retorica che potrebbe avere una storia plurisecolare, e che, restando in campo artistico, già ai tempi del Rinascimento qualcuno potrebbe essersi posto osservando il genio di Leonardo Da Vinci dipingere indistintamente con entrambe le mani.

È anche grazie a quei due gol che Simone Verdi è passato dal Bologna al Napoli, dove non ha lasciato il segno, e poi al Torino, in cui sta faticando a ricompensare un club di cui è stato l’acquisto più caro di sempre. Al di là delle attese tradite, non c’è dubbio che tra i motivi che hanno portato Napoli e Torino a ingaggiarlo ci sia la sua capacità unica di calciare divinamente con entrambi i piedi. Verdi è un ambidestro naturale. Significa che per lui, toccarla col sinistro o col destro non fa alcuna differenza. Nel mondo ce ne sono pochi, come esemplari rarissimi di uccelli. Anche suo padre ha confessato la sua ambivalenza: «Nemmeno Simone sa bene se è destro o sinistro». Si tratta di una cosa ben diversa dal saper usare bene il piede debole. Vuol dire non avere affatto un piede debole, e utilizzare entrambi con la stessa naturalezza e fluidità. È encomiabile il lavoro di certi mental coach che con virtuosi elogi della forza mentale cercano di convincere che con tanta abnegazione chiunque possa diventare ambidestro, ma le cose non stanno esattamente così.

L’esercizio e la ripetizione reiterata del gesto sono certamente utili a ridurre la dissonanza dei due piedi, ma arrivare a utilizzarli entrambi allo stesso modo è quasi impossibile. Un sottile discrimine evidenziato anche da Angelo Antenucci, specialista della tecnica individuale che allenò Verdi ai tempi di Bologna, in un’intervista a Repubblica: «Verdi è sempre equilibrato sulle due gambe, appoggia sempre sulla bisettrice della palla, blocca perfettamente anca, ginocchia e caviglia. Se fai ore e ore contro un muro la tecnica la migliori, non c’è dubbio. Ma per quanto ti alleni non raggiungi quella perfezione che Verdi ha di suo».

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Un distinguo su cui è necessario fermarsi ancora un attimo. In giro per il mondo sono molti i giocatori che hanno perfezionato l’uso del proprio piede debole al punto di non poterlo quasi più – almeno non del tutto – definire tale. Ronaldo, Son, Eriksen, Neymar, Diogo Jota, Edin Dzeko – solo per citarne alcuni – sono tutti destri che non appena si trovano la palla sul sinistro non stanno lì a studiare soluzioni per spostarsela sull’altro piede. Alcuni di loro hanno raggiunto questo vantaggio con l’ossessione del lavoro o per un dose massiccia di talento, altri ci sono arrivati dopo un’infanzia trascorsa con padri esaltati che non li facevano cenare se prima non avevano calciato 50 volte con il piede debole. Altri ancora, come Wissam Ben Yedder, hanno sfruttato il passaggio dal futsal. Potremmo menzionarne tantissimi, ed è per questo che illustrare statistiche che mostrino la percentuale di utilizzo dei due piedi per giustificare una lista di ambidestri naturali sarebbe non solo inutile, ma fuorviante. Già, perché tutti questi non sono veri ambidestri. Se ognuno di loro si trovasse a tirare il rigore più importante della vita, non starebbe nemmeno un secondo a pensare con quale piede calciarlo. A differenza, per esempio, di Andreas Brehme, che dovette affrontare questo dubbio prima del rigore decisivo con cui consegnò il titolo alla Germania nel mondiale del ’90, decidendo alla fine di battere Goicochea col destro.

Altri giocatori che al posto di Brehme avrebbero potuto essere indecisi sono Simone Verdi, Cristian Ansaldi, Ivan Perišić, Ousmane Dembélé, Santi Cazorla e Hernanes (gli ultimi due hanno segnato punizioni con entrambi i piedi, ma non nella stessa partita come Pira e Verdi). Tutti ambidestri naturali. Gente che non è passata sotto il giogo di genitori ossessivi né è reduce da migliaia di ore trascorse a calciare contro un muro come in un addestramento militare al ritmo di dest, sinist, dest, sinist. Poi, a bussare alla porta di questa nicchia, un nugolo di calciatori che comprende Pavel Nedved, Paolo Maldini, Diego Forlan, Marek Hamsik, Piotr Zieliński e Pedro Rodriguez.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Il motivo per cui non soddisfano tutti i requisiti necessari per entrare nel ristrettissimo club degli ambidestri naturali, sebbene in possesso di una particolare predisposizione all’ambidestrismo, è che alcuni di loro hanno dichiarato di aver lavorato tanto sul proprio piede debole, mentre altri privilegiano – seppur leggermente – il destro. Potremmo definirli ambidestri “semi-naturali”, perché per tutti questi, la differenza tra un piede e l’altro è quasi impercettibile. Al punto di creare dubbi anche negli osservatori più attenti, che a caccia di conferme scandagliano il primo controllo – soprattutto con l’esterno – e la conduzione in corsa, indicatori più utili per identificare uno scarto di sensibilità tra i due piedi.

 

Giornalista: «Sei destro o mancino?»
Dembélé: «Mancino»
Giornalista: «Sicuro? Perché segni anche di destro»
Dembélé: «Sì, sono più mancino»
Giornalista: «Ma i rigori li tiri di destro, vero?»
Dembélé: «Sì»
Giornalista: «Perché?»
Dembélé: «Perché calcio meglio con il destro»

(Intervista rilasciata da Dembélé ai tempi del Rennes, nel 2016)

Ora rileggete i nomi qui sopra. Non trovate qualcosa in comune tra quasi tutti quelli menzionati? Esclusi Maldini – che faceva il difensore – e forse Nedved – che però ha rivelato di aver trascorso un lungo periodo di allenamenti aggiuntivi per perfezionare il piede debole – molti di questi ambidestri naturali o “semi-naturali”, sono giocatori che sostano nell’anticamera dei grandi campioni. Potenziali fuoriclasse a cui però sembra mancare qualcosa per entrare di diritto nella cerchia dei migliori.

(Photo by Aitor Alcalde/Getty Images)

Per carità, Pedro ha lasciato un’impronta netta sul calcio dell’ultimo decennio, vanta un glorioso palmares che ha contribuito a creare segnando più volte in gare di finale, ma i suoi esordi con il Barcellona lasciavano pensare che il suo livello sarebbe potuto crescere più di quanto non sia accaduto negli anni successivi. Restando sulle aspettative parzialmente disattese, un discorso simile – con le dovute proporzioni poste dai traguardi raggiunti – si può fare per Hernanes e Ivan Perišić, passati nell’arco di poco da possibili crack a calciatori incastrati in un limbo di inconsistenza, incapaci di evolversi. Anche su Marek Hamsik, sebbene abbia scritto la storia del Napoli, è rimasta la sensazione di qualcosa di inespresso. E che dire di Ousmane Dembélé e Piotr Zieliński? Seppur giovani, appaiono portatori di un amaro conflitto, quello tra il piacere di guardarli giocare e la paura di non vederli davvero compiere il salto che, viste le loro qualità, ci si aspetterebbe.

Tra i folli esperimenti di eugenetica compiuti dai medici del Terzo Reich, ci furono anche i tentativi, attraverso l’accoppiamento di maschi destrorsi e femmine mancine, di aumentare le nascite di individui ambidestri, considerati più efficienti in tutte le mansioni, compreso lo sport. Per quanto  barbara fosse quella sperimentazione, è evidente che in uno sport come il calcio, che si pratica con i piedi, poter contare in egual misura su entrambi costituisce un vantaggio non indifferente. Ancor più in un calcio iper-intenso come quello contemporaneo, in cui tempo e spazio per eseguire una giocata sono sempre più compressi, la rapidità di esecuzione è sempre più importante, e usare i due piedi è un’arma preziosa per risolvere più agilmente i continui problemi posti dalle varie situazioni di gioco.

Se, come dice Fran Lebowitz in “Pretend It’s a City”, il documentario che Scorsese le ha dedicato, il bello del talento è che viene distribuito in maniera del tutto casuale, come granelli di sabbia soffiati al vento, bé, tutti questi giocatori hanno avuto la fortuna di esserne stati raggiunti due volte, di essere depositari di un duplice dono. Avere in dote un piede sensibile al trattamento di un oggetto sferico non è cosa da poco, figurarsi averli entrambi. Perché allora nessuno di loro è riuscito ad affermarsi tra migliori giocatori al mondo? E perché, ripercorrendo la storia dei più grandi di sempre – escludendo i difensori -, non se ne trova uno che sia un vero ambidestro? C’entra il fatto che siano una ristretta minoranza, certo, e che per essere tra i numeri uno non bastano eccellenti doti tecniche ma tutta una gamma di virtù che ben conosciamo (atletiche, tattiche, mentali, attitudinali). Ma non è solo questo. Una risposta può arrivare dalle neuroscienze.

(Photo by Alex Caparros/Getty Images)

Come il mancinismo, l’ambidestrismo è una condizione di specialità. Di solito parlando di ambidestrismo si fa riferimento all’abilità di usare indistintamente entrambe le mani, ma il discorso non è dissimile per i piedi. Se i mancini rappresentano il 10% della popolazione, e solo in epoca recente hanno potuto affrancarsi dal pregiudizio che li ha accompagnati nel corso della storia (dovuto anche alla radice etimologica “mancus”, che in latino significa “storpio”, ”mutilato”), recuperando con gli interessi al punto di essere addirittura riconosciuti come individui maggiormente creativi e abili a risolvere problemi, gli ambidestri corrispondono all’1% della popolazione, e su di loro la scienza sta ancora cercando risposte.

Sebbene gli studi siano ancora incompleti, alcune verità scientifiche sono già disponibili. Tra queste la maggiore simmetria strutturale tra i due emisferi cerebrali – in particolare nelle aree deputate al controllo motorio –  rispetto a quella della maggior parte degli essere umani, caratterizzati da un’asimmetria dovuta alla lateralizzazione delle funzioni cognitive. Detta semplicemente, significa che lo sviluppo dell’area corticale degli ambidestri favorisce un bilanciamento quasi perfetto nel controllo degli arti. Immaginate di tracciare una retta che parta dalla metà del cranio e arrivi fino ai piedi, dividendo perfettamente a metà il corpo. Nel restante 99% della popolazione, questa retta parte leggermente spostata a destra o a sinistra. Ha, in termini scientifici, una dominanza laterale.

Questa evidenza, oltre a certificare che l’ambidestrismo è principalmente un fatto di natura, con buona pace di mental coach e guru del volere è potere, lascia pensare che l’eccesso di equilibrio possa portare i giocatori ambidestri a essere “vittime” di un morboso controllo dei loro gesti e movimenti sul campo. Prigionieri di una compostezza così solida da non permettergli di sparigliare, almeno non del tutto, i codici del gioco attraverso gesti sovversivi che, con una certa costanza, riescano a eluderli. È come se, in qualche modo, questa perfetta proporzione facesse da argine all’imprevisto, all’inatteso, in una parola alla magia, impedendole di debordare. È solo un caso che due tra i tre calciatori unanimemente riconosciuti come i migliori della storia, Maradona e Messi, siano calciatori che hanno imposto il loro genio praticamente con un solo piede? E che siano entrambi mancini, ovvero quelli con una maggiore sproporzione tra un piede e l’altro?

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Un altro studio, portato avanti dalla Montclair State University, pone l’attenzione sul piano emotivo degli ambidestri, che per via di un maggiore sviluppo del corpo calloso – quello che permette ai due emisferi cerebrali di comunicare – sarebbero più influenzabili di destrorsi e mancini. Servirsi di questo rilevamento per descrivere una presunta incompiutezza dei calciatori ambidestri è forse un po’ pretestuoso, anche se scorrendo quella lista non sarebbe difficile trovarne più di uno che in carriera abbia dato segnali di tendere alla suscettibilità e non essere immune al contagio emotivo.

Più opportuno collegare un altro tratto riscontrato dalla scienza negli ambidestri, quello di una maggior versatilità, dovuta, come detto in precedenza, al fatto di non avere un emisfero dominante. Anche qui, dando un’occhiata a nomi come Verdi, Hernanes, Cazorla, Hamsik, Zieliński, l’associazione è piuttosto comoda. Tutti giocatori che possono ricoprire ruoli diversi, svolgere numerosi compiti, mettere a disposizione la loro ricchezza e varietà tecnica in più zone del campo. Un’attitudine che nel calcio fluido di oggi, in cui i ruoli sono concetti quasi superati, dovrebbe tornare utilissima, ma che in questa stramba teoria in cui le qualità si presentano anche come barriere può far sorgere un altro dubbio, ovvero che l’ampio ventaglio di soluzioni su cui gli ambidestri hanno la fortuna di poter contare, finisca per spargere il loro talento a chiazze, un po’ qui e un po’ là, senza canalizzarlo in qualcosa che lasci davvero un segno profondo. Mi rendo conto che  invocando alcuni nomi di campioni eclettici – che so, Kevin De Bruyne, Andres Iniesta – sembrerebbe piuttosto facile smontare questa ipotesi, ma il punto centrale resta sempre quell’equilibrio inscalfibile che caratterizza gli ambidestri, e che condiziona anche la loro polivalenza.

Addirittura, in alcuni casi, questa rigida universalità finisce per creare equivoci sulla loro identità. Nel saggio “La cospirazione contro la razza umana”, il filosofo Thomas Ligotti scrive: «Sono i limiti dell’individuo a creare l’identità della persona, a preservare in essa l’illusione di essere speciale», per poi esortare i suoi lettori ad amare i propri limiti «perché senza di essi a nessuno sarebbe permesso essere qualcuno». Estraendo questa riflessione dal suo contesto filosofico ed esistenziale, e dal nichilismo di definire la specialità “un’illusione”, si potrebbe dire che non avere un piede debole, e dunque, potenzialmente, avere illimitate possibilità tecniche, non permetta agli ambidestri di essere speciali in quanto qualcuno, condannandoli a restare in una terra di mezzo.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Per tutte queste ragioni, l’ambidestrismo sembra presentarsi come un buffo paradosso. Un dono che nella sua eccezionalità, nella sua fondante superiorità rischia di diventare un bizzarro impedimento. Gli ambidestri sono dotati di uno stile personale, di un’estetica peculiare, di un fascino esclusivo. Talmente esclusivo, forse, da non poter essere dominante fino in fondo. Chissà che Mason Greenwood non riesca a demolire questa tesi.

 

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