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Il particolare concetto di identità del Bayern Monaco

By 19 Agosto 2020

Grazie soprattutto al lavoro di Franz Beckenbauer i bavaresi sono riusciti a mettere in piedi un progetto in grado di competere nel tempo senza crollare ciclicamente come naturale che sia

Il Bayern Monaco è sempre lì. Questa è la frase che viene spesso usata per sottolineare il fatto che i bavaresi siano sempre potenziali vincitori di ogni competizione a cui partecipano. Sembra una di quelle frasi che spesso diventano appendici del mondo del calcio e che ripetiamo per sentito dire, perché al bar fanno scena, perché nessuno può contraddirti.  Ma per il Bayern Monaco questa frase è anche la verità. Da decenni partecipa alle competizioni casalinghe e a quelle internazionali con la concreta possibilità di vincere il trofeo e la relativa messa in pratica costante della stessa possibilità.

Accade perché il Bayern è un club ricco, sano, con dirigenti politicamente molto influenti e con una struttura aziendale di altissimo livello, capace sia di costruire campioni in casa, sia di avere sempre la prima opzione su tutti i campioni giovani che la Bundesliga sforna, sia di convincere senza faticoso pressing mentale qualsiasi grande calciatore straniero a giocare nel club.

Questi elementi concreti, misurabili con i risultati di ogni singola scelta e relativi alla realtà individuale del club, come insegna il filosofo medievale Gilberto Porretano, secondo il quale il concreto è prima di tutto un evento singolare, cioè espressione reale in un singolo contesto, sono però accompagnati da una dimensione concettuale che li tiene insieme, una sorta di campo valoriale e di senso che definisce il Bayern Monaco nella sua interezza.

(Photo by Rafael Marchante/Pool via Getty Images)

Chi ha messo paletti per la costruzione dei contorni del campo valoriale del Bayern è un uomo. Il tale si chiama Franz Beckenbauer. Lui ha messo insieme quel pacchetto di virtuemi, in semantica quel fascio di elementi minimi di significato che vengono connotati da coloriture stilistiche ed emotive, che ha dato un volto al club.

Lui ha fatto del Bayern Monaco la squadra della determinazione, della volontà, del non arrendersi, del provarci con costanza e coraggio, valori che potremmo in fondo linkare a tutte le squadre, ma che invece colleghiamo quasi involontariamente prima di tutte al Bayern Monaco. Beckenbauer ha seminato semi valoriali nel club con la sua leadership in campo innervando la squadra dal 1963 al 1977, ma anche con scelte più “alte”, come quando ha consigliato l’assunzione dell’allenatore Udo Lattek nel 1970 per costruire con lui il ciclo d’oro.

Per un club del genere si può davvero parlare di iperoggetto, secondo la denominazione del filosofo Timothy Morton, per il quale una loro proprietà fondamentale è la viscosità, ovvero la capacità di “attaccarsi alle entità con le quali sono in relazione”, così come accade con i calciatori che entrano in contatto con il club ma anche con noi, amanti del calcio, che riconosciamo l’iperoggetto Bayern Monaco secondo la sua chiara identità.

(Photo by Manu Fernandez/Pool via Getty Images)

Ecco la parola chiave. Il Bayern Monaco ha una sua identità specifica. Eppure… Ancora una volta Beckenbauer ha compreso che avere una propria identità per una squadra di calcio è fondamentale. Serve a far coesistere tutti gli elementi singoli, calciatori e non solo, e a dare sempre una prospettiva, punto di riferimento essenziale per l’intero ambiente. Ma a metà degli anni ’90 ha anche capito che l’identità della sua squadra doveva essere aperta, così che fosse resiliente e sempre in contrasto con la debolezza identitaria con cui ciclicamente bisogna fare i conti.

E anche in questo caso ha concretizzato questa idea con le scelte. Il club ha iniziato a prendere dal mercato sempre la miglior espressione possibile del calcio contemporaneo, partendo dalla saggezza tattica italiana di Trapattoni nel 1994 e poi nel 1996, alla wave olandese di Louis van Gaal definitivamente accettata in epoca post-sacchiana, dal Juego di Posicion di Guardiola, alla potenza controllata nella gestione di un gruppo di calciatori sempre più egoriferiti con Carlo Ancelotti. Da tutti questi allenatori il Bayern Monaco ha preso e arricchito la sua identità divenuta con il tempo meticcia, scovando “grandi opportunità nella differenza”, come recita il sottotitolo di un bellissimo libro di Bruno Barba.

(Photo by Rafael Marchante/Pool via Getty Images)

Se il calcio è prima di tutto apprendimento, il Bayern Monaco ha compreso meglio degli altri, stando ai risultati in un arco di tempo così lungo, che per raggiungere il livello di sviluppo potenziale per lottare per i grandi trofei internazionali, c’era bisogno in quella che il pedagogo russo Lev Vygotskij chiama “zona di sviluppo prossimale” di maestri, capaci di far compiere quello step necessario per competere e non crollare ciclicamente come naturale che sia (qui il paragone con il Barcellona di oggi, che ha invece scelto un’identità monolitica, vien da sé).

“Il Bayern Monaco è sempre lì” non vuol dire quindi avere un’identità specifica ma chiusa, capace solo di rievidenziare i propri valori e caratteristiche, pensando di continuare a vincere grazie alla coerenza delle scelte (termine odiato quanto altri mai). Vuol dire prima di tutto pensarsi modificabile, migliorabile, rivoluzionabile in molti aspetti, pensando di “fare e disfare il club”, citando un altro libro necessario sulle identità contemporanee, ovvero mettere in dialogo l’elemento deterministico e costruito e quello performativo di un’identità sempre nuova e, se restiamo al calcio e ai risultati, migliore.

(Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Passeggiata bibliografica

Per approfondire la parte che riguarda il rapporto fra concreto individuale e astratto globale, che nello specifico del Bayern Monaco è da considerare in quanto l’identità del club è così importante da modellare le particolarità individuali dei singoli che entrano nel club stesso, ho citato Gilberto Porretano, facendo riferimento al “Libro dei sei principi“, edito da Bompiani nel 2009, a cura di Francesco Paparella.

Il concetto di virtuema si può approfondire nel libro di Bernard Pottier, “Sémantique générale” edito da Presses Universitaires de France nel 2011.

Sul concetto di iperoggetto legato al mondo del calcio ci sarebbe una gran bel lavoro da fare. Lo sto impostando ma se mi date una mano sono più che felice. Per farlo bisogna ovviamente partire dal libro di Timothy Morton, “Iperoggetti”, pubblicato da Produzioni Nero nel 2018.

Sul concetto di identità aperta su cui il Bayern Monaco sta costruendo le sue fortune, i lavori sono tantissimi. Quelli a cui ho accennato sono “Meticcio. L’opportunità della differenza” scritto da Bruno Barba ed edito da Effequ nel 2018 e il caposaldo “Fare e disfare il genere” di Judith Butler pubblicato da Mimesis nel 2014.

Infine ho accennato al concetto molto importante in pedagogia e in tutta la psicologia dell’apprendimento della zona di sviluppo prossimale di Lev Vygotskij. Del grande pedagogo russo è imperdibile “Pensiero e linguaggio”edito da Giunti Editore nel 2010.

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