Feed

Il peccato originale di Alberto Malesani

By 16 Maggio 2021

Uno dei tecnici più interessanti d’Europa è stato preso in contropiede dall’idea di potersi mostrare “nature”

Ha la malinconia del rinnegato, del ripudiato. Discetta di vini, dei suoi vini, sforzandosi di trovare attinenze con il calcio, perché è questo ciò che gli chiedono da alcuni anni a questa parte. Lui sta al gioco, sebbene il gioco non sia stato a lui; l’abbia inacidito anzi. Alberto Malesani – ora che la vita di allenatore è imbottigliata – viene annacquato così, trattato nemmeno come una vecchia gloria ma alla stregua di una macchietta. Il scemo di turno insomma, virale agli albori dei social, seriale prima del successo delle serie, perché una serie sui generis è stata, quella dei suoi sfoghi. Che nel merito avesse spesso ragione, incide zero in termini di immagine proiettata.

Ci ha messo del suo, ma l’ha fregato il metodo, Malesani; l’ha fregato pensare che nel calcio si potesse reagire come si fa nei confronti di un gioco o mostrarsi nature. Il peccato originale è a Udine, il godimento estatico in trasferta, orgasmo di una vittoria ottenuta in rimonta con tripletta di Batistuta che lui festeggiò andando a correre sotto il settore occupato dai tifosi viola, battendo il cinque alla lastra divisoria, in polo e bermuda. Ecco: restate impassibili voi, dopo un pareggio con una punizione rasoterra da 35 metri e il sorpasso nel finale ottenuto con una rovesciata. Una reazione del genere, dopo sviluppi di partita simili, in chi ama il calcio avviene anche di fronte al virtualissimo schermo di Championship Manager, suvvia.

Quell’immagine divenne la cifra della sua esperienza fiorentina, il primo Malesani in Serie A, quello passato da allenare Moretto, Maran e Cossato a Kanchelskis (poco, in verità), Rui Costa e appunto Batistuta. Ma godeva così anche in C, prova ne sia l’urlo rauco («aaaahhhh»), l’unica cosa che – braccia al cielo e sguardo rapito – gli uscì davanti ai microfoni sul campo di Carrara, dopo avere portato i veronesi in B al termine di una partita, guarda caso, vinta in rimonta.

Lì era ancora paradiso, sogno. E pure a Firenze, sogno questa volta ad occhi aperti. Malesani è nuovo, persino innovativo. A Parma arrivano i trofei e salta tutto. Vince e vince bene tre coppe in novanta giorni, ma non lo sopportano.. Non vive la città, gli dicono, come se fosse un sacrilegio e non una scelta legittima, e poi non porta lo scudetto che sembra a un passo per una formazione stellare – ci sono Crespo, Chiesa, Boghossian, Cannavaro, Thuram, Buffon e un Veron al quale il tecnico non va esattamente a genio – e le colpe, a seconda di chi le distribuisce, sono sue oppure del Palazzo, dimenticando la provenienza truffaldina – lo si sarebbe scoperto poi – dei fondi con i quali era stato allestito quello squadrone.

LaPresse.

Tutto crolla. Non per l’esonero in sé ma perché Malesani, che a quel punto è ancora uno degli allenatori più quotati d’Europa, ricomincia dall’Hellas, capostipite di una serie di scelte professionali sbagliate, quasi una costante da allora. Ma non è la retrocessione a segnarlo. È la felicità. Novembre 2001, primo derby in A tra Chievo e Hellas. Sotto di due gol, il Verona finisce per vincere 3-2. Trionfa in rimonta. E quando vince in rimonta – ormai lo si dovrebbe sapere – Malesani fa quello che ha sempre fatto e che solo chi non conosce l’essenza del calcio può criticare. Gode. Molto.

Indici puntati. Il reato? Eccesso di esultanza. Glielo sbattono in faccia senza rendersi conto che c’è qualcosa di letterario nella sua figura, qualcosa di interiormente pascoliano. Il fanciullino, nel suo caso un fanciullone, «che piange e ride senza perché di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione», o meglio sfuggono alla morale del calcio di quel tempo, che lo riconosce cattivo, e a alla sua estetica, che lo proclama brutto.

È la sua fine.

Malesani, impermalito, sa di non avere fatto male a nessuno, capisce che questa non gliela perdoneranno e, nel dopo partita, per la prima volta si sfoga. Temi e linguaggio anticipano la più famosa delle sue conferenze stampa, ad Atene. Quelli sono gli stilemi e anche alcuni degli argomenti dell’invettiva. Testimone l’inviata Mediaset. La gioia del gioco è poetica e allora quelle sono le lacrime del fanciullino trasfigurate nell’incazzatura dell’uomo. Istrionico e teatrale, con una inconfondibile cadenza popolare da Mastro sogar, che è la maschera di San Michele Extra, divenuta celebre in Grecia.

 

Tutti là così

che fumano,

che stanno fermi, che stanno sull’attenti!

Ma dai, basta!

Mai una voce fora dal coro

Mai uno che diga “ma sì, Malesani, cori!”

 

Meglio l’atarassia, per i signori del calcio ma non del gioco, meglio l’autocastrazione vagamente ipocrita di quelli che non esultano dopo un gol (il gol, «orgasmo del calcio» secondo Galeano) segnato alle ex squadre, meglio i replicanti tutti identici, indistinguibili. Grigi.

Malesani smette di esultare, perché non ne può più di gente che glielo rinfaccia. A Modena, per dire, quando fu presentato gli chiesero subito se almeno lì – al Braglia, non all’Opéra Garnier – avrebbe evitato certi atteggiamenti, disse qualcuno, «sconvenienti». Abbozzò con una smorfia eloquente. Dopo tutto ormai la sua cifra non era più il festeggiamento, era lo sfogo. Con i giornalisti, con i tifosi con i quali la guerra diventa un canone, tipo Udine, dove non appena firmò gli ricordarono la corsa di quel giorno con la tripletta di Batistuta. Smette di esultare quando cominciano gli altri. Che passano per vulcanici, focosi, genuini, mentre a lui davano dello sfigato.

©ALESSANDRO LERCARA/LAPRESSE

La sua immagine resta ferma ad Atene 2005, perché Genova sarà uno spin off. Nella leggenda entra il dito – il turpiloquio soverchiante, l’esasperazione dei concetti – ma quello sfogo è una Luna piena di verità. Una su tutte. Il fanciullino, di nuovo, «colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta».

 

Con voi bisogna dire bugie e fare i ruffiani, come coi tifosi. Io non lo sono!

 

Cosa resta? L’uomo malinconico che discetta di vini. La chiusura del cerchio: come dal fanciullino anche da lì, in fondo, passa la verità.

Leave a Reply