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Il piano del Qatar per giocare un Mondiale dignitoso

By 31 Marzo 2021

I padroni di casa hanno comprato tutto quanto serve per potere realizzare il proprio sogno calcistico: infrastrutture, know-how tecnico, società calcistiche, sponsor.

Ieri sera si è conclusa la prima tranche di partite del Qatar nel Gruppo A delle qualificazioni europee al Mondiale 2022. Una partecipazione simbolica – la nazionale Mediorientale è qualificata di diritto in quanto paese organizzatore, quindi le sua partite sono amichevoli che non incidono sulla classifica – ma significativa, in quanto rappresenta una novità assoluta per la Uefa. Mai prima d’ora una squadra era stata inserita in qualità di ospite in un girone di qualificazione mondiale. Nel calcio odierno però vige il motto “pagate e vi sarà dato”, e questo è ciò che ha fatto il Qatar. Salvo qualcuno non reputi che l’accordo di sponsorizzazione del prossimo Europeo siglato tra Uefa e Qatar Airways sia solo una curiosa coincidenza. Da quando nel 2005 la famiglia Al Thani ha iniziato a pianificare un coppa del mondo in casa propria, il Qatar ha comprato tutto, sia in senso letterale che figurato.

La maggior parte delle persone che hanno votato a favore del Qatar quale paese organizzatore del Mondiale 2022, permettendogli di superare gli Stati Uniti a dispetto della promessa fatta da Michel Platini a Barack Obama che la coppa del mondo sarebbe tornata negli States, sono state indagate, e qualcuno è finito in carcere.

Storie arcinote, sulle quali esistono montagne di materiale. Più interessante è osservare lo sviluppo che ha portato uno stato minuscolo e privo di storia calcistica ad allestire una nazionale passata in dieci anni dal 113esimo al 55esimo posto del ranking FIFA, e che con tutta probabilità si presenterà l’anno prossimo ai blocchi di partenza della coppa del mondo con le carte in regola per disputare un torneo discreto. Al momento dell’assegnazione del Mondiale, infatti, per un ipotetico match inaugurale contro i campioni in carica i qatarioti avrebbero dovuto preparare il pallottoliere, mentre oggi l’obiettivo di fare meglio del Sudafrica, unico paese ospitante a essere eliminato dal Mondiale nella fase a gironi, appare legittimo.

(Photo by Christof Koepsel/Getty Images)

Cinquantuno anni fa la nazionale del Qatar disputava la sua prima partita ufficiale: era il 27 marzo 1970, avversario il Bahrain, e pochi mesi dopo sarebbe arrivata la transizione da protettorato britannico a stato indipendente. Un movimento calcistico poco più che irrilevante, anche a causa del limitatissimo bacino da cui attingere: erano circa 750mila gli abitanti del paese prima che l’assegnazione del Mondiale incrementasse il numero a 2.5 milioni, numero in gran parte costituito da lavoratori immigrati. Un movimento capace però nel 2019 di vincere la Coppa d’Asia, torneo dove le gerarchie sono ben definite e gli exploit rari (Kuwait 1980, Iraq 2017), compiendo un percorso netto che ha visto la squadra vincere 7 partite su altrettante gare disputate e concedere un solo gol agli avversari, in finale contro il Giappone.

Un successo ottenuto sul campo, senza alcuna possibilità di equivoco. Il Qatar non ha comprato la Coppa d’Asia, così come non lo ha fatto con il terzo posto nella Coppa d’Asia under-23 in Cina o con la qualificazione al Mondiale under-20 in Polonia. Ha comprato tutto quanto serve per potere realizzare il proprio sogno calcistico (Football Dream è il nome del progetto coniato a Doha che nel 2005 ha messo in moto tutto): infrastrutture, know-how tecnico, società calcistiche, sponsor.

Nel 2019 il Qatar, in qualità di campione asiatico in carica, ha partecipato alla Copa America, totalizzando un punto in tre gare senza però mai sbracare. Un successo, o quasi, ma soprattutto un’esperienza di alto livello al di fuori delle amichevoli di lusso. Attualmente, oltre al già citato impegno in Europa, la nazionale del Golfo Persico sta disputando le qualificazioni asiatiche per il Mondiale 2022, nonostante sia già qualificata, e guida il proprio girone con 5 vittorie in 6 gare. Dei 23 giocatori per l’impegno europeo, 11 hanno origini straniere: due iracheni, due sudanesi, due algerini, due egiziani, un somalo, un ghanese e un capoverdiano. Ma non siamo in presenza di uno scandalo come quello del Mondiale di pallamano 2015, quando 13 dei 17 elementi che costituivano la nazionale erano europei, “comprati” con una paga mensile di 30mila euro e premi partita di 1 milione a persona per ogni incontro vinto. La strategia è molto più sottile e articolata; si chiama Aspire Academy, il più imponente progetto calcistico-formativo mai visto.

(Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Cinque anni di residenza in Qatar è condizione necessaria e sufficiente per poter essere convocati in nazionale. Cinque anni in un vivaio, se in possesso di tutti i requisiti richiesti nel corso dei vari livelli che ci si trova ad affrontare, passano in fretta, specialmente quando devono essere trascorsi all’interno di infrastrutture hi-tech costate complessivamente oltre un miliardo di dollari.

Per ospitare al proprio interno i migliori prospetti che avrebbero composto l’ossatura della futura selezione nazionale, la famiglia El Thani ha setacciato un intero continente, quello africano, attraverso il citato progetto Football Dreams. Tra il 2007 e il 2009 sono stati visionati 4 milioni di ragazzi, provenienti da 17 paesi, attraverso 150mila partite disputate in 800 diversi impianti sportivi. I soldi li hanno messi gli sceicchi; il know-how commerciale la Global Sport Marketing dell’ex presidente del Barcellona Sandro Rosell; il materiale tecnico (palloni, maglie, scarpe da calcio) la Nike, ovviamente tutto a titolo gratuito per i partecipanti; la gestione tecnica-organizzativa infine è stato affidata a Josep Colomer, ex direttore della Masia nonché uno degli scopritori di Messi, coadiuvato sul campo da oltre 6mila volontari. Perché Colomer, da autentico uomo di calcio, ha trascorso quasi tre anni assieme ai suoi collaboratori viaggiando lungo tutto il continente africano.

Forse qualcuno in Qatar sperava che una simile, mastodontica operazione di scouting avrebbe portato alla luce il nuovo Messi, evento che non si è verificato. Colomer, per contro, ha subito chiarito agli Al Thani che non era sua intenzione replicare la Masia sul Golfo, perché a suo modo di vedere la filosofia calcistica del Barcellona non era la migliore del mondo. Cinquant’anni di Coppa Campioni/Champions League avevano visto il successo delle più svariate filosofie, pertanto non aveva alcun senso sostenere che ce ne fosse una superiore alle altre. Secondo Colomer non esiste alcuna formula magica nel calcio.

(Photo by Christof Koepsel/Getty Images)

C’è un corposo dossier sui lati oscuri della Aspire Academy, costruito sulla base dei racconti di coloro che non hanno completato tutto l’iter formativo oppure, in caso contrario, non hanno voluto sottostare a determinare regole, come quella di affidarsi a un determinato procuratore. Questioni che la maggior parte dei reclutati nemmeno si è posta, vista la possibilità di realizzare il sogno di una vita. Eppure è innegabile come la Aspire abbia funzionato tanto sotto il profilo squisitamente calcistico, plasmando dal nulla una generazione con tutte le carte in regola per una più che dignitosa presenza nel panorama calcistico internazionale, come poi avvenuto anche grazie al lavoro di un altro ex Barcellona, Félix Sánchez Bas, artefice in panchina di tutti i citati successi raccolti dal Qatar, prima a livello giovanile e, dal 2017, con la nazionale A; quanto sotto quello dell’immagine, smorzando l’effetto multinazionale che tante perplessità aveva sollevato in passato (il citato caso della pallamano in primis, ma anche il bulgaro che gareggiò nel lancio del peso, i keniani nella corsa a ostacoli e il cinese negli scacchi) grazie alla minore necessità di ricorrere a naturalizzazioni facili.

Tutto si può dire sugli Al Thani, tranne che siano degli sprovveduti. Era pertanto palese che la sola Aspire Academy non avrebbe potuto bastare se l’approdo finale dei propri prodotti sarebbe stato un campionato di assoluta modestia come la Qatar Stars League. Servivano delle squadre in Europa dove poter mandare i migliori graduati per le loro tesi di laurea. Club piccoli, finanziariamente dissestati, da acquisire e risanare per poter agire da palestra sul campo per i giocatori made in Aspire.

Sono così stati acquistati il KAS Eupen, all’epoca militante nella seconda divisione belga, e il Cultural Leonesa, terza divisione spagnola. Niente promesse di coppe europee nel giro di tre-cinque anni, nessuna ambizione formato Champions, ma solo la garanzia di un efficace trampolino di lancio per la carriera professionistica dei futuri, potenziali nazionali qatarioti. Il Belgio, ad esempio, è stato scelto sia in quanto paese UE dotato di una legislazione morbida in tema di cittadinanza (per ottenerla basta risiedere per tre anni nel paese), con tutto ciò che consegue anche riguardo l’appetibilità di un giocatore comunitario in sede di mercato; dall’altro perché, essendo un paese parzialmente francofono, rende più facile l’adattamento di giocatori provenienti in buona parte dall’Africa.

(Photo by Clive Rose/Getty Images for Qatar 2022)

L’anno prossimo l’Eupen festeggerà dieci anni di gestione qatariota, capace di rivelarsi (dopo i primi, comprensibili timori) oculata e affidabile, vista la costanza dell’impegno profuso nonostante risultati non esaltanti, ad eccezione della promozione della massima divisione belga, avvenuta nel 2016 ma solo a causa della revoca della licenza a una concorrente. Quando Andreas Bleicher, braccio destro di Colomer (che dopo aver lasciato l’Aspire Academy ha lavorato come direttore sportivo del club belga, carica oggi detenuta da un altro ex giovanili del Barcellona, Jordi Condom), aveva dichiarato che la loro strategia non sarebbe stata influenzata da una partita o da una stagione andate male, non mentiva. Bisogna ammettere che a livello organizzativo e gestionale si è visto molto di peggio nelle nostre Serie A e B.

Nel 1988 Ruud Gullit, in compagnia della reggae band Revelation Time, centrò una hit con la canzone anti-apartheid “South Africa”, in una delle numerose iniziative che vedevano il Tulipano Nero impegnato nella lotta contro il razzismo. Oggi collabora con un’emittente qatariota. Ma con tutta probabilità è ingiusto, come già riportato nell’articolo sul dibattito del boicottaggio di Qatar 2022 pubblicato la scorsa settimana di Quattrotretre, puntare il dito su giocatori e vecchie glorie calcistiche, coinvolti in un gioco più grande di loro. Neymar, Xavi, il Barcellona, Colomer, Gullit, Mbappé e tanti altri sono solo – direttamente o indirettamente – semplici ambasciatori del Qatar, il primo stato a essersi comprato un posto nella storia del calcio.

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