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Il Profeta ha cambiato vita (o quasi)

By 19 Marzo 2020

Nel 2018 è tornato a vestire la maglia del suo San Paolo. Adesso Anderson Hernanes si racconta a QuattroTreTre tra calcio, futuro e la sua azienda vinicola.

«La nostalgia è una parola che ho sentito poche volte in vita mia: sono uno che cerca di dare il massimo e di adattarsi il prima possibile. Sono gli obiettivi che mi muovono, mica il passato». Il Profeta ha cambiato vita. O quasi. Sulle colline di Montalto Scarampi, 755 abitanti in provincia di Asti, ha battezzato la sua azienda vinicola. Nel marchio il pallone, il Brasile, la capriola (salto di gioia nei momenti di gloria), e ancora il Pi greco (simbolo costante e potente), e la vite.

Senza dimenticare il bastone, perché anche quando la terra dorme il Profeta procede nel viaggio. «La prima volta che sono arrivato in Europa era agosto e un po’ di paura ce l’avevo. Vengo da Recife, dove c’è sole e caldo tutto l’anno. C’erano 30 gradi, e c’erano persone che già mi acclamavano. Mi hanno fatto sentire subito a casa. Non sapevo che i romani e il popolo italiano fossero così affezionati al calcio» ricorda Hernanes, in una intervista esclusiva a QuattroTreTre. «Avevo un’altra idea di Europa, pensavo fosse tutto organizzato, tutto fatto per bene. Arrivato a Roma ho visto che erano un po’ come qua, come in Brasile».

Due Campionati brasiliani, uno Scudetto, due Coppe Italia. Una Confederations Cup col la nazionale brasiliana. Anderson Hernanes de Carvalho Viana Lima, meglio noto come Hernanes si è aggiudicato nel 2007 e 2008 la Bola de Prata, premio assegnato dalla rivista ‘Placar’ ai migliori undici giocatori per ruolo del campionato brasiliano. Nel 2009 è stato definito il miglior calciatore under-23 del mondo dal ‘Times’. Oggi coltiva il vino.

Precisiamo. Dopo l’esperienza nella Chinese Super League Hernanes è tornato in Brasile e dal 2018 veste la maglia della sua prima squadra, il San Paolo. Quando nel 2015 si è trasferito alla Juventus il Profeta ha scoperto le Langhe e il Monferrato. Un amore a prima vista. Così ha deciso di aprire la sua azienda vinicola qui, chiamandola Cà del Profeta. «Il pressing? Esiste anche nel mondo del vino – racconta lui –. È impossibile produrre il vino senza pressare le uve per estrarre il mosto. Nella produzione non serve dinamicità, ci vuole pazienza, serve rispettare i tempi della natura. Ma dinamici nella vendita, quello sì, aiuta parecchio», continua.

Hernanes Profeta

Foto LaPresse – Marco Alpozzi

Alle Langhe e al Monferrato lo lega la bellezza, i paesaggi, il cibo, il tartufo («una meraviglia»). E naturalmente il vino. Con la «tranquillità, la serenità, le tradizioni, le belle storie di famiglia: tutto questo mi ha fatto innamorare». Un salone per gli ospiti, una sala degustazione, le vetrate che danno sulle colline tutt’intorno, il Barbera, il Grignolino, il Brachetto.

Se c’è una cosa che Hernanes ha imparato è la precisione. «Crescendo mi sono innamorato della matematica: il Pi greco non è solo il mio primo soprannome (quando da piccolo giocavo per strada a Recife), ma simboleggia la precisione, la costante. Anche se cambia la dimensione lui, il simbolo, il numero, rimane costante. Questa è una cosa che mi fa impazzire. E mi porta alla precisione. Nella preparazione dei vini, di una partita, di un allenamento: va fatto tutto con la massima precisione per avere un risultato positivo».

Per il Profeta la vita è fatta di cicli. «È la terza volta che torno e gioco al San Paolo, squadra speciale, dove sono cresciuto, come casa mia. Sto cercando di concludere nel migliore dei modi: ma c’è ancora tanto da fare». Come si vede tra 10 anni? E soprattutto dove? «Questa è una domanda difficile – risponde Hernanes –. Forse verrò a vivere in Italia. Mi vedo lì, nel vostro Paese, che mi prendo cura dell’azienda vinicola, del ristorante. Ma anche di qualcosa di nuovo».

Nella sua carriera è stato accostato a più riprese a Kakà, Pirlo e Deco. Lui, invece, preferisce non sbilanciarsi: «Kakà era un mostro al Milan, grazie a Pirlo l’Italia ha vinto il Mondiale del 2006, Deco ha fatto benissimo col suo Portogallo. Se devo proprio scegliere, direi che mi ispiro a Kakà”, sorride. Eppure, questo ragazzone di 34 anni venuto dal Brasile, ha fatto dell’Italia la sua seconda casa, del vino la sua seconda vita. «L’azienda è in un punto strategico: sono a un’ora da Malpensa, 50 minuti da Torino, un’ora e mezza da Genova, due ore e mezza dalla Francia e dalla Svizzera. In fondo – conclude – mi sento al centro del mondo».

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