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Il rapimento di Christian Obodo

By 14 Ottobre 2020

La mattina del 9 giugno 2012 il centrocampista sta andando a messa a Warri, la sua città natale in Nigeria. Verrà sequestrato da un gruppo di uomini armati che chiederanno un riscatto di 150mila euro. Una volta liberato, però, inizia la sua parabola discendente nel mondo del calcio

4 giugno 2012, Bauchi, Nigeria

“Dio ci ha dato la vittoria lanciando un attacco suicida contro una chiesa del quartiere di Yelwa, nella città di Bauchi”

Comunicato di Boko Haram, gruppo terroristico islamico, dopo la strage in chiesa di quindici persone nel nord est della stato africano, uno degli attentati che colpiscono i cristiani da quando Boko venne fondato nel 2004 da Ustaz Mohammed Yusuf, ucciso nel 2009 durante un tentativo di evasione dal carcere. La Nigeria è un detonatore, si sentono grida ovunque, è una mattanza lontana, dolorosa, andare in chiesa diventa un pericolo mortale.

9 giugno 2012, ore 9.12, Warri, Nigeria

La gente arriva piano per la messa, c’è timore per quello che è successo pochi giorni prima ma la fede precede la vita, è sabato e ogni giorno è giorno del Signore; nel 1997 la suddivisione della zona tra le varie etnie aveva provocato forti tensioni tra gli Itsekiri e gli Ijaw, ci furono centinaia di morti e gli impianti della Shell occupati, quella stessa Shell accusata di aver fatto impiccare nel 1994, assieme ad altri, lo scrittore e attivista Kenule Beeson Saro-Wiwa dopo un ridicolo processo. Lo scrittore combatteva i danni ambientali provocati dall’estrazione del petrolio della ditta anglo – olandese (che patteggiò la condanna, ammettendo indirettamente il suo coinvolgimento nell’omicidio) e riuscì a bloccare, con l’aiuto di migliaia di persone, la produzione di greggio della Shell oltre a denunciare il sistema di corruzione del feroce regime di Abacha.

(Photo by Luis Bagu/Getty Images)

Non si rinuncia però mai alla preghiera e anche quel giorno le porte della chiesa sono aperte. Arriva un’auto costosa, i bambini riconoscono dalla targa (Obodo 5) il calciatore che gioca in Italia, c’è rumore, folla, agitazione, appena scende dall’auto arrivano uomini che lo circondano e lo portano via con la forza. Le persone osservano stupite e spaventate, forse sono quelli di Boko Haram, cattivi aggressivi, senza alcuna paura. Lo portano via. Un anno prima, nello stato di Plateau, era stato rapito il padre di John Obi Mikel (lo catturarono di nuovo alcuni anni dopo) e nel 2008 il fratello di Joseph Kobo,  allora calciatore dell’Everton.

Christian Obodo da poco è tornato in Nigeria, dopo la fine del campionato di serie A, è stato in prestito al Lecce ma pare che l’Udinese, a cui appartiene il cartellino, voglia la rescissione del contratto; in precedenza il calciatore africano, gran fisico e bravo nell’interdizione, ha giocato nel Torino, nella Fiorentina e a Perugia, nella squadra umbra è arrivato a diciassette anni. Poche ore dopo il rapimento arriva un messaggio alla famiglia, o pagate 150mila euro o il vostro Christian sarà ucciso. Sono quattro uomini, sono incazzati, vogliono soldi e basta, non altro. La polizia indaga, la famiglia Obodo non parla. Si sa solo che chiedono troppo. Christian viaggia per ore prima di arrivare nella giungla, avverte il suo respiro, la sua paura, tutto è lontano.

Quando collassa la fede
il corpo si fa carcassa.
La ruga ferita delittuosa.
Si resta come pietra senz’occhi
che guarda come guarda il Baltico.

(Photo by Friedemann Vogel/Bongarts/Getty Images)

Voce di Federica Giordano, poetessa napoletana che percuote la vita con i suoi versi per costringerla a rimanere distesa sulla pagina per guardare in altro, oltre l’angustia dello sguardo orizzontale; la fede di Christian Obodo è scossa da quell’irruzione improvvisa eppure, arrivata sera, il calciatore prega con i suoi rapitori con cui ha chiacchierato come fossero vecchi amici mentre il suo corpo comincia a sentire il rumore della carcassa. In Italia l’allenatore Cosmi dichiara che è come un figlio e dunque preoccupato, la moglie del calciatore, a  Udine, farfuglia in pessimo italiano la sua ansia.

“L’Udinese calcio, sgomenta per le preoccupanti notizie che giungono dalla Nigeria in merito al rapimento del centrocampista Christian Obodo, segue con apprensione l’evoluzione degli eventi e auspica una veloce e felice soluzione del terribile episodio”

Il comunicato della società friulana ha la stessa immobile espressività di Buster Keaton e l’emotività di un prestampato. Intanto la notte passa, la polizia è dappertutto, qualcuno è poco convinto del rapimento, sembra una finzione soprattutto quando tre rapitori vengono arrestati per andare a raccattare i soldi richiesti, altri restano con Obodo che alla fine scappa dopo aver spinto uno dei rapitori in un villaggio, alla ricerca di un telefonino per chiamare il fratello di Obodo e sapere se davvero i soldi sono arrivati; correndo, ha urlato il suo nome. In precedenza, dopo aver saputo dell’arresto, aveva sentito i rapitori che lo volevano uccidere. Vero? Falso? Ci sono molte contraddizioni e goffaggini. La storia è ingarbugliata, non si fanno però altre domande. Sarà così come ha raccontato, la Nigeria è nel caos, troppo sangue, troppe bombe, non c’è tempo per altro.

 (Photo by Luis Bagu/Getty Images)

Obodo torna in Italia, l’Udinese, dopo il suo paterno comunicato, gli annuncia di non volerlo più. Resta senza squadra fino a quando non viene ingaggiato nel 2013 dalla Dinamo Minsk, una sola partita. Come calciatore sta svanendo, è ormai conosciuto per essere quello del rapimento, si sposta in Portogallo, serie minore, poi Romania, infine Grecia. Si è fatto invisibile Christian Obodo, come lo spillatore del vino di palma – protagonista di un romanzo del grande scrittore Amos Tutuola – scomparso nella città dei morti, dove tutto quello che si fa è sbagliato e tornare indietro non sempre è possibile.

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