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Il Real vuole tornare all’Ancien Régime

By 5 Giugno 2019

Fallita la rivoluzione di Lopetegui, che voleva raccogliere frutti tramite il calcio di posizione, ora Florentino Perez vuole vincere nel modo che conosce meglio: imbottendo di superstar la rosa dei blancos

Millenovantanove giorni dopo, l’Europa ha un nuovo padrone, e sebbene il passaggio di consegne fosse in programma da marzo, deve essere stata dura, per il Real Madrid, assistere al successo del Liverpool dentro uno stadio a nemmeno un quarto d’ora di macchina da Chamartín, così vicino e così lontano al tempo stesso. La finale di Champions League ha sancito ufficialmente la fine della sua stagione peggiore dall’inizio del XXI secolo.

Diciotto sconfitte stagionali, 12 in una Liga chiusa al terzo posto con 19 punti in meno del Barcellona, l’eliminazione in semifinale di Copa del Rey, quella agli ottavi di una Champions League che nelle precedenti tre edizioni era diventata il giardino di casa, tre Clásicos persi su quattro disputati. Davanti a un fallimento di portata tale, non resta che cambiare tutto.

Un anno fa, quando Zinedine Zidane convocò una conferenza stampa per annunciare il suo addio alla Casa Blanca, Florentino Pérez dovette sentirsi parecchio confuso. Ciò che sapeva già è che la stagione che sarebbe arrivata avrebbe portato cambiamenti profondi, in tutte le direzioni. Un taglio nettissimo col recente passato del club a cui si poteva rispondere solo guardando con coraggio al futuro.

Julen Lopetegui (Getty Images).

Senza Zizou né Cristiano Ronaldo, Pérez decise di affidarsi a una autentica rivoluzione nella cultura calcistica del club. Ingaggiò Julen Lopetegui per dimostrare che il Real poteva vincere con lo stesso calcio posizionale che aveva fatto grande il Barcellona e la nazionale spagnola, varò una campagna acquisti senza grandi colpi in entrata, non si preoccupò nemmeno di sostituire Cristiano, convinto com’era di avere già in Gareth Bale il sostituto naturale.

Fu una netta scelta di campo, che Pérez sostenne nonostante le perplessità di tifosi e stampa, e all’inizio sembrò persino poter portare risultati. Il Real perse la Supercoppa Europea contro l’Atletico, poi però infilò 5 vittorie e 1 pareggio in 6 partite tra Liga e Champions League, segnando 15 gol e mostrando un calcio collettivo e organizzato che per le merengues rappresentava certamente una novità e che anche dopo la manita presa dal Barcellona e l’esonero conseguente valse a Lopetegui le parole di stima di Dani Carvajal, che di lui continua a dire: «È il miglior allenatore che abbia mai avuto, per le idee di campo e per come gestisce la squadra».

Poi il Real improvvisamente subì un’involuzione – 5 sconfitte e 1 pareggio in 7 partite, 8 ore e 1 minuto senza segnare – a cui in tanti hanno provato a dare diverse spiegazioni, dal mercato inadeguato con Mariano Diaz dentro per Cristiano Ronaldo, all’eccessiva fiducia che Lopetegui sembrò dare a giocatori fuori forma. La verità è che quel tipo di filosofia di giocò non sembrò importabile nel contesto di quel Real Madrid.

Così, come a ogni rivoluzione fallita, anche a questa non può che seguire una Restaurazione. E quale miglior rappresentante della monarchia blanca se non quello stesso Zinedine Zidane che ne fu alfiere prima da calciatore e poi da tecnico? Parliamoci chiaro, Zizou non è mai apparso un grande allenatore, non per idee di gioco, perlomeno. Non ha mai colpito per l’organizzazione offensiva della sua squadra né per qualche intuizione geniale nell’utilizzo dei giocatori a sua disposizione.

Ha però, senza alcun dubbio, dimostrato di saper gestire un gruppo di individualità trasformandolo in collettivo, di essere in grado di risolvere e placare sul nascere potenziali conflitti tra ego smisurati e strabordanti. E allora a Zizou bisogna dare questo materiale umano su cui lavorare: non dei giovani da formare, non una squadra da costruire, ma una rosa di altissimi profili, ognuno potenzialmente in grado di risolvere una partita o una stagione intera con una giocata, che non debbano necessariamente parlare un linguaggio calcistico eccessivamente complesso.

Real Madrid Restaurazione

Karim Benzema (LaPresse)

Negli ultimi due anni, Florentino Pérez ha impresso una decisa e necessaria inversione a U nella sua gestione societaria, varando un piano di cessioni eccellenti che in due estati ha privato il club di qualcosa come 75 gol tra gli addii di Morata, James Rodriguez e Cristiano Ronaldo. Il bilancio entrate uscite nelle ultime tre campagne recita un eloquente +66,25 milioni. Pérez, il presidente dei Galacticos, ha cominciato a preferire i Pavones agli Zidanes, preoccupato più di un progetto di rifacimento dello stadio che graverà sulle casse del club per 575 milioni di euro che di proseguire nella costruzione di un brand che nella sua visione è sempre stato caratterizzato da una insaziabile bulimia di top player.

La continuità di Pérez come presidente del Real Madrid non è in discussione, non finché lui lo vorrà. Ha vinto le ultime tre elezioni senza che nemmeno si dovesse votare, perché nessun rivale ha presentato una candidatura. Dal 2012, poi, è sostanzialmente impossibile farlo, perché lo stesso presidente ha proposto e ottenuto una modifica dello statuto che ora prevede requisiti rigidissimi per presentare la propria candidatura: bisogna essere spagnoli, bisogna essere soci del club da almeno 20 anni, bisogna fornire una garanzia bancaria che copra almeno il 15% delle spese previste dal club per la stagione fondata esclusivamente sul proprio patrimonio personale. In buona sostanza, bisogna essere Florentino Pérez. Nemmeno le prossime elezioni, in programma nel 2021, dovrebbero riservare sorprese.

In gioco, piuttosto, c’è la gloria di una squadra e del suo presidente, e ciò che lascerà come sua eredità. C’è la voglia di scrivere il proprio nome nella storia del club come fece Santiago Bernabéu, ed è ovvio che per farlo si debba passare dai titoli. E Florentino conosce un solo modo per vincere, quello di riempire la sua squadra di campioni.

Real Madrid Restaurazione

Gareth Bale (LaPresse).

Ha provato a cambiare il dna suo e del club che ha governato per 16 degli ultimi 19 anni, ma si è accorto in fretta di dover tornare sui propri passi. Per questo ha richiamato Zidane, per questo animerà la prossima sessione di calciomercato. Hazard, Jovic, Pogba, Koulibaly, Mendy, Mbappé, Eriksen, Pjanic sono sulla lista degli arrivi. Isco, Bale, Nacho e Ceballos guidano quella delle partenze. Il Real Madrid del prossimo anno sarà molto diverso da quello di questa stagione, ma per favore, non parlate di rivoluzione: quella c’è già stata e ha fallito, ora è tempo di tornare all’Ancien Régime.

One Comment

  • Nevio ha detto:

    Analisi correttissima, anche se mi chiedo quanta disponibilità finanziaria abbia Perez per continuare a sostenere questo livello di investimenti, tenendo il passo con potenze finanziarie estere di ben altra portata: le cessioni eccellenti saranno indispensabili come sempre, e potrebbero comunque interessare anche prodotti del vivaio, andando a depauperare il patrimonio presente e futuro della società. In più a livello europeo si è andata affermando un modello di progetto tecnico-tattico imperniato sul gioco di squadra e sulla vittoria cercata tramite il gioco e non la giocata del singolo, modello che appunto qui è fallito, ma è da valutare se e come tornare indietro renderà il Real competitivo con chi invece ha un modello più adatto ai tempi e rodaggio di anni di progetto avanzato. Questa vicenda credo inoltre potrebbe aver qualcosa da insegnare anche a Paratici, che dovrà studiare bene il caso-Real dell’ultima stagione da qui ad un anno, se intanto avrà scelto la soluzione “vincere tramite il gioco” e non attraverso squadra solida+CR7. Con in più una complicazione che a Madrid non hanno: la lotta intestina Agnelli/Elkann per il controllo Juve (e di rimando Exor) e le implicazioni di borsa e bilancio conseguenti, laddove a Madrid invece la stabilità della monarchia assoluta ed eterna ben raccontata qui dà più respiro. La Juve in oltre 100 anni di storia non ha (quasi) mai sostenuto questo cambiamento radicale: in tempi recenti l’esempio (anche fin troppo citato) è l’anno di Maifredi, subito seguito dalla contro-riforma Boniperti-Trapattoniana. In Italia neinte rivoluzioni, ci conosciamo tutti.

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