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Il ricordo immortale di Paolo Mantovani

By 11 Ottobre 2019

Quarant’anni fa iniziava la prima stagione da presidente della Sampdoria di Paolo Mantovani, un uomo capace di portare una squadra dalla Serie B fino alla finale di Coppa dei Campioni

Genova, estate del 1979. Il presidente Edmondo Costa cede la U.C. Sampdoria a un imprenditore che ancora pochi conoscono. Si chiama Paolo Mantovani, e a parte il fatto che provenga dal settore petroli, di lui si sa abbastanza poco. Non è un buon momento per le due squadre cittadine, entrambe relegate in serie B. Il Genoa ha un passato glorioso, la Samp ha un presente da costruire. Il neopresidente è nato a Roma ma è a Genova da una vita e non è del tutto estraneo al mondo del calcio: per tre anni è stato addetto stampa doriano.

Al suo insediamento non fa proclami, parla di obiettivi da raggiungere con gradualità. D’istinto il popolo doriano ha fiducia: a Genova la concretezza paga e lui dà l’idea di una persona tenace e di parola. È gentile, quasi paterno, ma schietto e inflessibile. Piace perché parla chiaro e trasuda passione. C’è una data in cui i tifosi si innamorano di lui, il 16 marzo 1980. Quella domenica gli ultras lo vedono raggiante dopo la vittoria nel derby per 3-2. Il settimo posto della prima stagione è seguito dal quinto nel campionato successivo. Al terzo tentativo, giugno 1982, la squadra torna in serie A. Obiettivo centrato, ora si tratta di consolidarsi e crescere. Mantovani non fa mosse avventate, è metodico, segue un suo programma e non intende arrestarsi. Soprattutto, non ha timore di disturbare la digestione dei potenti.

Mentre ferve il Mundial spagnolo, mezza serie A vorrebbe acquistare un ragazzo non ancora maggiorenne di nome Roberto Mancini. Mantovani brucia tutti allo sprint e la grande promessa del calcio italiano veste la maglia della Sampdoria. Mancini non è un vezzo bensì la pietra angolare di un progetto che sta nascendo. E per garantire tasso tecnico ed esperienza, arrivano anche l’irlandese Brady dalla Juventus e l’inglese Trevor Francis, ex punta del Manchester City e del Nottingham Forest. Dopo un avvio scintillante (3 vittorie nelle prime 3 partite), la Samp si attesta su posizioni tranquille. Termina al settimo posto, a ridosso della zona UEFA.

Ben Radford/Allsport

Nessun passo più lungo della gamba, visione di lungo termine. La Samp dimostra di non essere una neopromossa di lusso ma una squadra con la quale tutti dovranno fare i conti. Mantovani non parla molto ma ciò che dice, convince. «Preparate i passaporti, si andrà in Europa», dichiarerà un giorno ai tifosi. Settimo posto anche nella stagione 1983-84, ma l’assestamento nelle parti alte della classifica si è consolidato.

Ora venire a giocare nella Sampdoria è punto d’arrivo, non più il paradiso dei ragazzini o il cimitero degli elefanti. Il campionato 1984-85 segna la svolta. Se all’inizio l’acquisto di Mancini era sembrato uno sfizio trasformatosi in necessità, quello di Gianluca Vialli e l’ingaggio del campione d’Europa Graeme Souness appaiono come gli incastri perfetti di un mosaico che con pazienza si va strutturando. In porta c’è il campione del mondo Bordon, al centro della difesa giganteggia Pietro Vierchowod. A centrocampo l’esperienza di Scanziani e di Casagrande si fa sentire.

Francis è più in infermeria che in campo, ma a conti fatti se ne accorgono in pochi. Quarto posto, vittoria nella Coppa Italia e diritto di disputare la Coppa delle Coppe. Non erano fantasie o promesse al vento, c’era davvero bisogno di un passaporto pronto. Non s’intravede nel panorama italiano un altro Paolo Mantovani, uno capace come lui di sfidare i poteri forti sul piano dell’intelligenza imprenditoriale. È un vulcano inarrestabile anche quando il Palazzo del calcio non sembra averlo in simpatia.

Vujadin Boskov con Mancini e Vialli (Foto Ravezzani/LaPresse).

Nel 1986 inizia il sodalizio con il tecnico Vujadin Boskov, l’uomo che nel 1991 porterà la Sampdoria al suo unico scudetto. Anche stavolta il presidente e i suoi collaboratori pianificano il percorso in modo meticoloso, mantenendo i giocatori più importanti e innestando figure funzionali e di caratura tecnica. A rinforzare il centrocampo arrivano Briegel e Toninho Cerezo. In avanti fanno le loro prime timide apparizioni giovani come Ganz, Chiesa e Branca. Il decennio 80 si chiude in maniera positiva: 3 vittorie in Coppa Italia e la presenza quasi fissa in Europa. Ma c’è anche una delusione.

Nel 1989 la squadra arriva in finale di Coppa delle Coppe, deve tuttavia arrendersi a un Barcellona che non dà scampo. Malgrado ciò squadra e società sono pronte per il grande salto. La verità è che in 10 anni, con costanza e grande coraggio, Mantovani ha creato un gioiello e che per mantenerlo ai massimi livelli non si è assoggettato ai potentati tradizionali, né ai carrozzoni politici. Dove non può competere sul piano economico, ci arriva con la scaltrezza. Si dice che abbia sulla propria scrivania la foto dei figli e quella di Mancini. Una cosa è certa: se lui è il comandante in capo, il numero 10 blucerchiato è il punto di riferimento in campo. Il Palazzo è avvertito.

C’è fra i giocatori un patto d’acciaio, che forse non riguarda tutti, ma di sicuro molti della rosa. Nessuno andrà via finché lo scudetto non sarà arrivato a Genova. Dunque la Sampdoria rappresenta l’Italia nella Coppa delle Coppe. Nonostante i rifacimenti in vista di Italia ’90, lo Stadio “Luigi Ferraris” è fortino inespugnabile. Non passano i norvegesi del Brann Bergen, né il Borussia Dortmund. Tantomeno gli svizzeri del Grasshoppers e il Monaco. Il 9 maggio 1990 allo stadio Ullevi di Göteborg, Sampdoria e Anderlecht si giocano il primo trofeo continentale del nuovo decennio.

Paolo Mantovani

Amor cerca il tackle su Cerezo (Allsport UK /Allsport)

Al termine dei 90 minuti regolamentari la partita è ancora ferma sullo 0-0. Ultimo minuto del primo “extra-time”. Lombardo si invola sulla fascia destra e serve al centro Mancini, marcato stretto. Un rimpallo all’altezza del limite dell’area libera al tiro il nuovo entrato Salsano. La conclusione, leggermente deviata dal portiere De Wilde, si stampa sul palo e ricade tra le mani del numero 1 belga che è a terra. Sembra un’azione ormai sfumata ma De Wilde non riesce a trattenere. Si lancia Vialli e, quasi strappando il pallone dalle mani dell’avversario, va in rete. Una gioia enorme, ma ci sono ancora 15 minuti da giocare. 3’ del “quarto tempo”.

Un’azione che si svolge quasi tutta sulla fascia destra, protagonisti ancora una volta Salsano e Lombardo. È proprio quest’ultimo a mettere in movimento il compagno, il quale serve Mancini che nel frattempo si è improvvisato tornante destro. Il numero 10 va sul fondo, alza lo sguardo e mette palla al centro. Il cross è una rasoiata secca a mezza altezza e per Vialli è la rete della sicurezza. Il mosaico di Mantovani si compone così di un pezzo fondamentale. Per chiudere l’opera bisogna aspettare l’anno successivo, quando la città di Genova vince il suo (per ora) unico scudetto del dopoguerra. A inizio stagione Mantovani è chiaro: «I nostri nemici non stanno a Genova: stanno a Firenze, a Milano, a Torino. Sono quelli che hanno paura che noi poi si finisca per scalzarli in classifica. Perché sanno che li scalzeremo».

Il 19 maggio 1991, il sogno si avvera: la Sampdoria è campione d’Italia. Una delle maglie più belle al mondo avrà il Tricolore cucito per la stagione successiva. Il trionfo di un gruppo affiatato e che, malgrado qualche inevitabile screzio interno, sa ricompattarsi ogni volta che serve. Gioco all’italiana, ma mai rinunciatario. La sicurezza di Pagliuca fra i pali. La forza di Vierchowod al centro della difesa. L’utilità di Mannini e Katanec. Il dinamismo di Lombardo. L’abnegazione di Pari, la classe di Dossena. I lampi di Cerezo, i colpi da fuoriclasse di Mancini e l’estro realizzativo di Vialli.

Paolo Mantovani

E sopra di loro il presidente che tutti vorrebbero avere. Coerente, sincero, spregiudicato talvolta, mai incauto tranne una volta. Il giorno prima della finale di Coppa Campioni a Wembley, ancora una volta con il Barcellona, comunica a Vialli la sua cessione alla Juventus. L’attaccante gioca male e il sogno blucerchiato svanisce. Segue un momento di ricostruzione, arrivano Gullit e Platt, ma di quel nuovo corso il presidente non vedrà i frutti.

Un male più tenace di lui ne ha ragione nell’ottobre del 1993. Da quel momento, a parte una Coppa Italia vinta nel 1994, la squadra scivola nel “mondo di mezzo” della serie A, con qualche incursione in Europa ma anche inabissamenti nella categoria inferiore. Il lascito morale di Paolo Mantovani è forte ma il suo modus operandi a Genova non è più stato imitato. Forse per ragioni oggettive, non era possibile. Un uomo giovane nell’animo e autosufficiente, in un mondo di infanti invecchiati. Uno che, se fosse vivo oggi, baderebbe al sodo. Se ne fregherebbe dei like su Facebook o di piacere a tutti costi, lui. Contano i fatti, non le chiacchiere. A chiacchiere son tutti fenomeni, poi ogni cosa va dimostrata.

Diego Mariottini

About Diego Mariottini

Roma, 1966, giornalista. Autore di romanzi e saggi a carattere sportivo. Ha collaborato con Gazzetta dello Sport. Si occupa di comunicazione e mobilità sostenibile, anche a livello radiofonico

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