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Il rischio Mourinho

By 24 Marzo 2021

Il portoghese non è più l’uomo sempre un passo avanti agli altri, ora è costretto a inseguire. Lo Special One sta diventando Special Once?

Il paradosso è all’orizzonte; indicativamente fra un mese, a Wembley. Una finale, una delle tante della sua carriera, l’opportunità di vincere un trofeo con una squadra che una coppa non la alza al cielo dal 2008: quando il Tottenham, il prossimo 25 aprile, affronterà il Manchester City nell’ultimo atto della League Cup, José Mourinho avrà la possibilità di firmare un trionfo anche con gli Spurs, lui che da vent’anni riempie le bacheche di tutti i club che lo ingaggiano e almeno un titolo l’ha ottenuto da allora in ogni esperienza.

Se quel giorno vincesse Guardiola, il portoghese perderebbe – peraltro contro uno dei rivali più detestati – l’aura del vincente con tutte le squadre, ma il paradosso non si materializzerebbe tanto con la sconfitta, quanto piuttosto con un successo che lo renderebbe vittima del suo personaggio, giacché per un Tottenham che ha denaro, ambizioni, un nuovo e bellissimo stadio e nel 2019 ha giocato la finale di Champions League, la Carabao Cup è né più né meno che una “coppetta”, per dirla con un termine con il quale Mourinho dileggiava un decennio abbondante addietro Claudio Ranieri, dandogli del settantenne quando di anni in realtà ne aveva cinquantotto. Esattamente quelli che Mou ha oggi.

Non fosse per la stretta relazione con il proprietario del club Daniel Levy e per il lautissimo stipendio (15 milioni di sterline annue sino al 2023, abbastanza per non cacciarlo in piena pandemia), per i tifosi del Tottenham Mourinho avrebbe meritato l’esonero dopo l’umiliante rovescio in Europa League contro la Dinamo Zagabria. Poco o nulla amato dal pubblico che viceversa aveva adottato Pochettino – anche se, con gli stadi chiusi, la critica non si traduce in fischi – ed eliminato malamente agli ottavi di Champions un anno fa dal Lipsia, Mou sinora è andato ben lontano dal portare gli Spurs a un livello ulteriore rispetto a quello raggiunto con l’argentino e ha vissuto in Croazia una serata che, da fenomeno comunicativo qual è sempre stato, è riuscito con intelligenza a volgere dalla propria parte andando nello spogliatoio avversario a congratularsi nei confronti di chi lo aveva appena ribaltato, un modo per allontanare la nomea di sore loser che l’accompagna in Inghilterra – che poi tutti coloro che perdono di rado sono dei sore loser – e fare parlare tutti, e (quasi) tutti bene, di un gesto del tutto inatteso da uno come lui. Una capacità, quella di dettare l’agenda mediatica, che ne è un segno distintivo e nemmeno in quell’occasione gli ha fatto difetto.

(Photo by Stu Forster/Getty Images)

Poi, però, già nelle dichiarazioni post-partita Mourinho ha mostrato di non essere più lui e, al contempo, di essere “troppo” sé stesso: egoriferito, dall’espressività stranamente banale, quasi arrendevole nel lasciare trasparire di non essere di fatto il dominus dello spogliatoio. Da quando il portoghese impera sugli Spurs il grado di dispersione dell’energia è aumentato, l’entropia si è impossessata di un ambiente involuto e vedere Pochettino a Parigi è un colpo al cuore, anche perché gran parte del Tottenham attuale – compreso l’undici iniziale di Zagabria – non è cambiato da quei tempi vicini ma lontanissimi, e più che rendere granitici gli spogliatoi da tempo Mourinho li semina di mine, le piazza dove crede possano fargli gioco, ma alla fine è lui a saltare sulle stesse.

È accaduto al Chelsea, è successo al Manchester United, si sta ripetendo adesso al Tottenham: difende sé stesso e non più la sua squadra, Mou, autoassolve la propria posizione senza processo ma con l’archiviazione immediata, ai media non offre più potenti armi di distrazione di massa per togliere dal mirino i suoi uomini – e tutti a corrergli dietro: era prostituzione intellettuale anche quella – ed è un cambio di strategia che non funziona. Ultimo indirizzo conosciuto, Birmingham: vittoria contro l’Aston Villa, tre punti che hanno riportato la squadra a una manciata di punti dal quarto posto, e la bordata ai selfish players che dividono il suo spogliatoio. Se dice il vero, significa che non ne ha il controllo. E qual è stata storicamente la forza del portoghese, se non possedere lo spogliatoio con la sua capacità di entrare nella psiche dei giocatori?

La realtà è che il Mourinho odierno – il quale ha ancora un futuro e mille altre risorse, se azzecca il club giusto, e non necessariamente è il Tottenham – non è più l’uomo in fuga, non è più quello un passo avanti: rincorre, ed è questo che lo logora. Nel manicheismo calcistico non è più il contraltare di Guardiola, perché quello è Klopp; non è più il venerabile maestro tornato al calcio inglese per rilanciare chi era rimasto indietro, perché quello è Ancelotti. Resta il sovrano dei mind games, anche se gli altri non gli rispondono quasi più e del resto non ha più nemmeno Arsene Wenger quale punching-ball perfetto da colpire; resta il fuoriclasse dalla bacheca scintillante e vasta, ma quando si diventa uomini da League Cup, non si è più Mourinho.

(Photo by Julian Finney/Getty Images)

Resiste, certo, il rumore dei nemici, e tanti ne ha creati riuscendo a trasformarli in strumenti del proprio successo, e appare l’ultima cosa che può scuotere la parabola di un protagonista vero, l’unica eccelsa figura di culto dell’ultimo ventennio calcistico, degradata però ora che non ha più il ruolo principale, l’alieno che ha smesso di indagare sé stesso abbacinato dalla sua stessa luce. Se la situazione non precipiterà – e non è escluso che sia proprio Mourinho a volerla far precipitare: perché no? – nel mese di aprile il Tottenham si giocherà parecchio, in termini di reputazione e di futuro. C’è un posto in Champions in palio fra quattro contendenti (Spurs, West Ham, Liverpool e il Chelsea oggi assiso al quarto posto) e per Mourinho, dopo la sfida al Newcastle, ci saranno da affrontare l’ex United e la squadra di Ancelotti, prima della finale contro Guardiola. Nelle ultime cinque stagioni, solo una volta il portoghese si è qualificato per la “sua” coppa, da secondo con i Red Devils – titolo al City di Guardiola, 19 punti davanti – e il mancato quarto posto difficilmente gli regalerebbe un’altra stagione a White Hart Lane. Non sarà certo un’eventuale League Cup agli Spurs a cambiare il giudizio.

Nella speranza almeno che non sia poi egli stesso a cantarne l’epica, perché l’ordinario non si addice al personaggio ma sigillerebbe un patetico passaggio da Special One a Special Once.

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