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Il romanzo delle finali europee dell’Inter

By 21 Agosto 2020

Storici trionfi e dolorose sconfitte. Ecco i protagonisti più o meno fortunati delle finali europee nerazzurre

La storia delle finali europee dell’Inter si può raccontare da tanti punti di vista diversi. Io vorrei farvele ascoltare, una sorta di colonna sonora dal 1964 al 2010.

La prima finale europea dell’Inter, quella di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, è all’insegna dell’hit italiana della primavera, chiaramente uscente dal Festival di Sanremo. Come una Gigliola Cinquetti con un filo di voce ritraente sussurra che non ha l’età giusta per fare quel passo così sensazionale nell’Italia dei primi anni ’60, così Sandro Mazzola scende sull’erba del Prater di Vienna al cospetto dei grandi, Di Stefano e Puskas in primis. Tutta scena e poi si dirà storytelling. Nessuna paura, nessun timore reverenziale, nessuna ansia, Mazzola urla al mondo un bel “Che me ne importa a me”, seconda in quell’edizione sanremese e come Modugno sa soffrire ma poi piazzare lì due acuti meravigliosi e ancora oggi indimenticabili.

LaPresse

Passa solo un anno, un tempo brevissimo eppure l’Inter si sente già Grande e la maiuscola dice tutto. La finale di Coppa dei Campioni è contro il Benfica a Milano e dal mattino piove senza sosta. Quegli acquazzoni insistenti, potenti, in cui, si dice dalle mie parti, ci si bagna davvero. Sembra uno di quegli acquazzoni di cui parla tanta letteratura brasiliana. Ed è proprio un brasiliano il protagonista della partita. Jair gioca come se ballasse il disco principe della Bossa Nova del 1965, “Dois na bossa” di Elis Regina e Jair Rodrigues, un’esaltante caleidoscopio di suoni e ritmi, con le parole di Vinicius de Morais che arrivano al cuore con la loro forza immaginativa. Jair quella partita la giocò proprio così, su un sottile e mai spezzato filo tra la realtà e la fantasia.

LaPresse.

La finale del 1967 contro il Celtic Glasgow segna il tramonto rapido e fosforescente di una squadra che aveva osato andare oltre le debolezze. Si squaglia in un fine maggio già torrido a Lisbona e nulla può l’unico avamposto rimasto ancora integro dopo mezzora, Armando Picchi. Nei suoi tentativi di far reagire la squadra e nei suoi recuperi sempre al limite c’è tanto del “Cuore matto” cantato quell’anno da Little Tony. Picchi era il cuore indomabile di quella squadra che stava per accasciarsi e mugolare, come l’altro ciuffo Bobby Solo, “Non c’è più niente da fare”.

Nel 1971 tutti gli occhi del mondo calcistico sono su un diciannovenne che deve fermare il futuro. Ma il futuro con un nome, Johan, e un cognome, Cruijff, come fai a fermarlo? Oriali è frastornato anche dalle parole delle due hit di quell’anno. Da una parte la Vanoni con “Domani è un altro giorno” ci dice che forse il meglio non tornerà mai più, non ci resta che sperare, Paul McCartney invece in “Another Day” che ci sono giorni in cui stai davvero male, ma poi domani un altro giorno arriva davvero. Quella sera Cruijff fa due gol e vince, ma Oriali diventerà campione del mondo con la sua vita da mediano.

Le Notti magiche sono scappate chissà dove e ci si ritrova quasi un anno dopo allo stesso posto, con la stessa emozione, per gli stessi obiettivi di vittoria e voglia forse di cambiare il mondo del calcio, come dice Gino Paolo in “Quattro amici”. È la finale di ritorno di Coppa UEFA del 1991, si gioca all’Olimpico e scendono in campo Zenga, Bergomi, Berti, Giannini, Serena, Ferri, Völler, Klinsmann, Matthaus, Berthold, Brehme, tutti attori protagonisti a Italia ‘90. C’è però molta più malinconia rispetto all’anno prima. Chi sguazza nel pantano è Giovanni Trapattoni, il quale quando c’è da vincere l’ultima, non fa prigionieri.

Un’Inter scalcagnata, con giocatori appesi a un filo, alcuni vecchi, altri indesiderati, altri ancora giovani ma mai stati promettenti. Li vedi giocare e cerchi di seguire Jovanotti nel suo “Penso positivo”, ma dura poco perché sono sul ciglio del burrone. Ma non cascano di sotto, anzi vincono la Coppa UEFA 1994 contro il Salisburgo. Quella è la finale e la fine di Zenga nerazzurro. Lo vedi parare contro gli austriaci e sembra il Boss fra le “Streets of Philadelphia” che canta il suo glorioso passato e la sua voglia di esserci ancora.

Quella contro lo Shalke 04 del 1997 in Coppa UEFA non so perché ma già all’epoca era una finale mogia, fra due squadre che giocavano male ed erano arrivate lì grazie al caso. L’Inter ci prova a scappare da quella cappa grigia che le canzoni top di quell’anno “Candle in the wind”, “Don’t cry for me Argentina” e “Laura non c’è” non aiutavano a rendere meno fosca. Ma non ci riesce. L’immagine di quella finale è Zanetti e Hodgson che quasi si menano. Deve cambiare tutto.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

E tutto cambia l’anno successivo, era arrivato Ronaldo, che ballando “La Copa de la Vida”, capace di fracassarci un bel po’ di cose quell’estate, stordisce la difesa laziale e rimbambisce Marchegiani per il gol del 3-0 nella finale di Coppa UEFA. Quella era un’Inter su cui tutti avrebbero scommesso per i dieci anni successivi. Chissà quante altre volte sarebbe arrivata ancora in una finale europea.

E invece quel decennio sarà l’era del tradimento, della rabbia, delle occasioni perse e delle delusioni. Fino a che non arriva qualcun altro, un alieno se stiamo alla definizione di Modeo in un fantastico libro, che si impossessa del pianeta Inter. José Mourinho e la sua Inter vincono la Champions League contro il Bayern Monaco, ma dopo un secondo si torna al “Bad Romance”, una storia d’amore cattiva che Katy Perry ci impone e che Mourinho sceglie di scrivere, pur di continuare a vincere con i grandi di cui all’inizio. Dal Real Madrid si era partiti e al Real Madrid si è tornati.

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

La prossima sfida sarà di nuovo contro una spagnola, il Siviglia. Siamo in pieno agosto e in pieno frullato di tormentoni estivi. Per l’Inter scelgo “Ho una voglia assurda” di J-Ax. Dopo 10 anni d’astinenza chi non avrebbe una voglia assurda?

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