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Il ruolo del portiere secondo Luis Gabelo Conejo

By 15 Gennaio 2021

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’iconico portiere del Costarica a Italia ’90, ora preparatore degli estremi difensori della sua Nazionale. E ci ha raccontato di quando ha fatto allenare Keylor Navas con un acrobata

C’è tanta Italia nella parabola sportiva di Luis Gabelo Conejo, portiere del Costarica ai mondiali del 1990. Proprio alla kermesse iridata strappò il suo momento di notorietà, diventando, assieme a Zenga e all’argentino Goycoechea, il miglior numero uno della competizione. “A fine torneo fui avvicinato da alcuni emissari del Torino. L’offerta economica era molto allettante, ma alla fine decisi di rimanere in Costarica”, racconta.

Non solo, ma un mese prima dei mondiali il ct Bora Milutinovic, convinto di avere tra le mani un diamante, ma grezzo, lo affidò alle cure di Roberto Negrisolo, all’epoca preparatore dei portieri della Roma. Una full immersion che diventò fondamentale per la crescita tecnica e professionale di Conejo. “In patria mi preparavo prima di ogni gara con grande intensità, ma ammetto che neppure sapevo dell’esistenza di allenamenti così specifici e mirati per un portiere. Devo molto a Negrisolo. All’epoca annotai ogni cosa su un quaderno, che mi tornò utile quando a mia volta diventai l’allenatore dei portieri della nostra nazionale”.

Conejo in effetti è stato il maestro di Keylor Navas, per alcune stagioni tra i migliori guardiani del pianeta. “Con lui mi sono spinto oltre – racconta – era forte, aveva una presa d’acciaio, sapeva comandare la difesa, ma alle volte non emergeva per doti acrobatiche. Così decisi di affidarlo alle cure di un acrobata del circo”. Può sembrare bizzarro, ma dopo quel trattamento un po’ fuori dalle righe, Navas giocò un mondiale straordinario in Brasile, dove per la cronaca il Costarica perse l’accesso alle semifinali con l’Olanda soltanto alla lotteria dei rigori. Navas lasciò negli stessi mesi il Levante per trasferirsi al Real Madrid, sostituire un totem vivente come Casillas e generare ulteriormente la sua leggenda.

©lapresse

Nel 1990 Conejo invece difese i pali di un Costarica non certo trascendentale, ma solido e opportunista. In un girone proibitivo con Brasile, Svezia e Scozia, la squadra di Milutinovic riuscì a battere britannici e scandinavi, perdendo di misura con la Selecao. Negli ottavi di finale arrivò la bruciante sconfitta con la Cecoslovacchia (4 a 1), purtroppo maturata anche e soprattutto per gli errori di Hermidio Barrantes, che sostituì Conejo alle prese con un problema alla caviglia. “Era un Costarica sorprendente e moderno – racconta – Milutinovic rivoluzionò la squadra che aveva ottenuto la qualificazione con l’uruguayano Gustavo Simone in panchina”.

I vertici della federcalcio però non ritenevano Simone adatto ad accompagnare “Los Ticos” alla trasferta italiana, ma Milutinovic, e forse sono in pochi a saperlo, fu una soluzione di ripiego. E’ proprio Conejo a rivelarlo a distanza di anni. “Ci fu un lungo tira e molla con Omar Sivori. Alla fine le parti non trovarono un accordo”. Sivori chiedeva un contratto biennale, mentre Milutinovic si accontentò di guidare il Costarica solo nella parentesi iridata. E fu una vera e propria benedizione.

Oggi Conejo ha 60 anni tondi tondi, lavora per la federazione, plasmando portieri (da Navas appunto all’attuale nuovo astro Ricardo Montenegro) e scrive articoli per alcune testate di San José. “Non ho rimpianti, se non quello di non aver accettato la proposta del Toro. In patria ho giocato per Herediano, Cartaginés e Ramonense, le squadre più forti della Liga, e in Spagna ho trascorso un paio d’anni all’Albacete, non forse un club di fenomeni, ma con Etcheverry, Urzaiz e Morientes al mio fianco. Campioni riconosciuti ovunque”.

Fan della prima ora di Alisson Becker (“lo considero il più completo in circolazione”), sostiene che i portieri moderni non abbiano più la personalità di quelli della sua epoca. “Credo che sia un fattore tattico. Si lavora molto sui difensori, privilegiando quelli che sanno, palla al piede, far ripartire l’azione, ma non vedo più portieri che sanno comandare la difesa. Forse è una questione generazionale, oppure le mie osservazioni risentono di una concezione troppo romantica del ruolo”.

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