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Il ruolo fondamentale delle curve nelle primavere arabe

By 23 Settembre 2019

Le curve nordafricane, formidabili luoghi di aggregazione dove i tifosi hanno gridato il loro bisogno di libertà in faccia al raïs di turno, sono state un attore chiave delle primavere arabe. Non solo fungendo da cassa di risonanza del malcontento popolare, ma in alcuni casi anticipando addirittura le sommosse vere e proprie, lasciandone però intravedere già il trailer

Lo scorso 23 dicembre, durante una partita di CAF Champions League tra i sudanesi dell’Al-Hilal e i tunisini del Club Africain, un brivido freddo deve essere scivolato lungo la schiena degli alti gerarchi del regime di Omar Al-Bashir, in quel momento padre padrone del Sudan da quasi un trentennio.   

Dagli spalti dell’Omdurman Stadium, infatti, si è levato un coro decisamente inconsueto per un posto come quello: “La gente vuole abbattere il regime. Libertà, Libertà!“, hanno cantato i supporter della squadra di casa, un gigante storico del calcio sudanese, riprendendo un motivetto in voga tra il 2010 e il 2011, quando era diventato un vero e proprio slogan delle cosiddette “primavere arabe“. 

A sobillarli su twitter, invitandoli a partecipare alle contestazioni, era stata una gloria del calcio nazionale come Haitham Mustapha, ma questo non era bastato per evitare la repressione: la polizia, schierata in assetto antisommossa, ha usato gas lacrimogeni nel tentativo di disperdere i tifosi, mentre nei dintorni dello stadio impazzava la guerriglia urbana, con molti tifosi arrestati oppure rimasti feriti o addirittura uccisi negli scontri. 

(Photo by Fredrik Lerneryd/Getty Images)

Un copione già visto diverse volte in quello spicchio di mondo. Le curve nordafricane, formidabili luoghi di aggregazione dove i tifosi hanno gridato il loro bisogno di libertà in faccia al raïs di turno, sono state un attore chiave delle primavere arabe. Non solo fungendo da cassa di risonanza del malcontento popolare, ma in alcuni casi anticipando addirittura le sommosse vere e proprie, lasciandone però intravedere già il trailer.

Non è un caso, ad esempio, se la rivoluzione libica del 2011 sia di fatto nata a Bengasi, il più importante centro della Cirenaica, dove sui muri dello stadio comparivano scritte del tipo “Ahly ti amo” e “A morte la dittatura“. Una correlazione spontanea tra calcio e politica nata da un episodio risalente ad undici anni prima: dopo una controversa sconfitta dell’Al-Ahly Bengasi con l’Al-Ahly Tripoli, la squadra più vicina al regime di Gheddafi, i tifosi biancorossi avevano provocato il raïs, vestendo un asino coi colori del Tripoli, con annesso il numero del figlio Saadi in bella mostra sul dorso.

Per tutta risposta, adirato per l’oltraggio ricevuto, il Colonnello aveva inflitto una punizione esemplare alla squadra di Bengasi: senza pensarci su due volte, ordinò di radere al suolo lo stadio, sospendere da tutte le competizioni e poi riammettere in seconda divisione i Rossi. Non deve, quindi, stupire se nel giorno del trionfo della rivoluzione i tifosi della “Tehaa”, com’è soprannominato l’Al-Ahly Bengasi, i tifosi si radunarono attorno al monumento più famoso della città – un mausoleo dedicato ad un’eroe della resistenza anti-italiana impiccato dai fascisti – gridando a squarciagola tutto il loro dissenso nei confronti del regime gheddafiano: “Siamo i nipoti di Mukhtar. Non abbiamo paura di Abu Minyar (il cognome della famiglia Gheddafi)“.

(Photo by Spencer Platt/Getty Images),

In Egitto, invece, tra le tifoserie di Zamelek ed Al Ahly non scorre di certo buon sangue, ma nei giorni concitati delle proteste in Piazza Tahrir unirono le forze con un obiettivo comune: rovesciare il regime instaurato da Hosni Mubarak. C’è una splendida barzelletta egiziana, ideata proprio in quei giorni da qualche anonimo umorista del web, in grado di incapsulare le complesse dinamiche della rivoluzione egiziana in maniera semplice ma efficace. “Dopo la sua morte Mubarak incontra Sadat e Nasser. Gli chiedono come sia morto: veleno o pallottola?. Mubarak irato risponde: Facebook“. Indubbiamente i social hanno guidato e diffuso la rivoluzione, ma di sicuro anche i tifosi di calcio hanno giocato un ruolo decisivo, come sostiene il giornalista inglese James Montague nello splendido libro “How egyptian Football Fans Toppled a dictator“: “Era una gerra tra noi e la polizia”, ricorda un tifoso. 

Un po’ la stessa cosa è avvenuta solamente pochi mesi fa in Algeria. Nella capitale, durante la tradizionale parata riservata ai trionfatori della Coppa d’Africa, dalla folla assiepata ai lati del bus scoperto delle Fennecs si è levato un coro inequivocabile. I tifosi, attraverso il calcio, hanno chiesto ancora una volta al presidente Abdelkader Bensalah di fare un passo indietro, proponendo una surreale e provocatoria staffetta con l’allenatore della nazionale: “Nihou Bensalah, dirou Belmadi“,. Tradotto: “Rimuovere Bensalah e mettere Belmadi“.

Gli stadi algerini, forse più degli altri, sono stati l’incubatore dell’Hirak, cosi com’è ribattezzata la mobilitazione popolare che ha portato lo scorso aprile alle dimissioni dell’ottuagenario presidente Abdelaziz Bouteflika, soprannominato “il ritratto” per via delle sue poche apparizioni in pubblico dopo essere stato colpito da un ictus nel 2013 : ad esempio, la “Casa del Mouradia” – il motivetto dalle forti venature politiche che mette in risalto tutte le contraddizioni dell’era Bouteflika, diventato la colonna sonora della nazionale algerina durante l’ultima Coppa d’Africa – porta la firma degli Ouled El Bahdja, il più fantasioso e accanito gruppo ultras al servizio dell’USM Alger, uno dei tre grandi club della capitale.   

(Photo by Fredrik Lerneryd/Getty Images)

La rivoluzione sudanese
Nel 2011, grazie ad un’iniezione da 180 miliardi euro e un robusto piano di assunzioni, l’Algeria era uscita indenne dalla stagione delle primavere arabe, ma stavolta la storia non poteva essere nuovamente messa alla porta, anche se per smantellare completamente l’apparato di potere di Bouteflika probabilmente  non basterà un lustro. E la stessa sorte è toccata al Sudan di Al-Bashir, scampato otto anni fa all’ondata rivoluzionaria solo grazie a robuste campagne di censura e feroce repressione del dissenso.  

Solo poche settimane prima tra Al-Hilal e Club Africain, il popolo aveva cominciato a scendere in strada in tutte le principali città del Paese per manifestare contro il rincaro di pane e carburante, ma ben presto la contestazione si è ingigantita, assumendo toni politici: a quel punto il popolo non si accontentava più, ma voleva le dimissioni del presidente e lo smantellamento di tutto l’apparato al suo servizio. In quei giorni il movimento anti-Bashir cresceva a vista d’occhio e la protesta contaminava tutti i settori della società sudanese: l’università chiudeva, i medici annunciavano uno sciopero seppur assicurando i servizi di base, ma soprattutto il giorno di Natale le forze governative erano impegnate a tenere a bada uno sciopero generale con cortei in ben 12 città del paese. 

Tutto questo è durato fino all’11 aprile, quando un drappello di militari ha prima circondato il palazzo presidenziale e poi è apparso in tv, annunciando di aver deposto il presidente Al-Bashir, ricercato dalla Corte Penale internazionale dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità legati al conflitto del Darfur. Era solo un tentativo di camufflage, un’operazione di cosmesi politica, con i militari non intenzionati a lasciare il potere nelle mani di un governo civile come tutti speravano, ma questo il popolo ancora non poteva saperlo. Niente meglio della frase di un tifoso dell’Al-Hilal, che in quei giorni per motivi di ordine pubblico è stato costretto a giocare in Egitto una gara decisiva di CAF Confederation Cup con l’Étoile du Sahel, può fotografare l’entusiasmo tradito di quei giorni: “Siamo pronti a ribaltare l’Étoile cosi come abbiamo fatto con Al-Bashir“. L’Al-Hilal non ce l’ha fatta, ma il peggio per il calcio sudanese doveva ancora arrivare.

(Photo by Fredrik Lerneryd/Getty Images)

Declino e rinascita
Il Consiglio Militare di Transizione, guidato da personalità affini ad Al-Bashir e in alcuni casi veri e propri impresentabili, si è inizialmente rifiutato di lasciare il testimone del potere nelle mani dei civili, imponendo il coprifuoco e soffocando nel sangue la nuova ondata di proteste popolari. Il calcio, come qualunque altro aspetto della società, ha pagato un dazio elevato. Tutti i campionati sono stati sospesi e rinviati a data da destinarsi, ma soprattutto nessun giocatore sembrava intenzionato a trasferirsi in Sudan, complicando le manovre di mercato delle più blasonate formazioni del Paese. Anzi, chi poteva, non vedeva l’ora di scappare da quell’inferno: “Per il momento non posso tornare, non mi sento tranquillo“, ha dichiarato Idriss Mbombo, attaccante congolese dell’Al-Hilal, intercettato dal portale di approfondimento New Frame. 

In Sudan, inoltre, calcio e politica sono andati sempre a braccetto. Per questo non è azzardato dire che, considerando il fatto che molte squadre sono la diretta emanaziane di apparati governativi, la rivoluzione è passata sul calcio sudanese come un uragano, modificandone non solo la mappa, ma in alcuni casi addirittura la morfologia: per fare un esempio, l’Al-Hilal El-Obied, una squadra di spicco del panorama sudanese, ha ricevuto per anni i finanziamenti di Ahmed Mohamed Haroun, un ex funzionario del governo accusato di crimini contro l’umanità come l’ex presidente Al-Bashir.

Intervistato da Abdul Musa, massimo esperto di calcio sudanese e collaboratore di BBC Arabic, un alto dirigente della federazione è stato molto chiaro: “La recente situazione politica ha avuto un impatto enorme sul calcio sudanese. Molti club sono stati finanziati da ex funzionari del governo e ora sono a corto di finanziamenti“, ha spiegato, sottolineando anche un problema di carattere economico.

(Photo by Uriel Sinai/Getty Images).

Intanto, dopo il clima da pre guerra civile vissuto a giugno, il popolo sembra finalmente aver trovato un pace con la firma dell’accordo per l’istituzione di un nuovo governo: nei prossimi tre anni, in sostanza, a guidare il “Paese degli uomini neri” sarà un Consiglio Sovrano misto, composto cioè sia da militari che da civili, con l’esercito che potrà esprimere il leader della prima ora (21 mesi), mentre nei restanti 18 mesi toccherà alla società civile indicare il timoniere della nazione.

A beneficiarne è stato anche il calcio. Il campionato è regolarmente ripreso, ma le speranze più grandi per il futuro arrivano dalla nazionale, caduta in disgrazia durante la dittatura di al-Bashir dopo essere stata una della fondatrici della CAF ed aver sollevato la Coppa d’Africa sotto il cielo di Khartoum nel 1970. I Falchi di Jediane, come sono conosciuti i giocatori sudanesi, hanno battuto agevolmente il Ciad, in un derby regionale sempre molto acceso e sentito, avanzando alla fase a gruppi delle eliminatorie mondiali riservate alla zona CAF. La strada da fare è ancora molto lunga, ma Zdravko Logarušić, il commissario tecnico croato alla guida del Sudan dal 2017, non pone limiti alla provvidenza e sogna in  grande: “Ci siamo qualificati per la fase a gruppi. Adesso il gioco si fa duro, ma non vediamo l’ora di cominciare”.

Vincenzo Lacerenza

About Vincenzo Lacerenza

Vincenzo Lacerenza nasce nel 1992 ed ed innamorato di America Latina e Africa. Si emoziona con i discorsi di Thomas Sankara, la Copa Libertadores e i gol di Didier Drogba. Collabora o ha collaborato con Undici e La Gazzetta dello Sport. Nel 2018 fonda Calcioafricano.com insieme ad Alex Čizmić.

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