Feed

Il senso perduto dei numeri di maglia

By 11 Dicembre 2020

Viaggio in un tempo in cui i numeri non erano ancora un effetto personale, ma la rappresentazione di un’identità ben definita

Quel giorno fa freddo, c’è vento, la giornata è umida e si attacca ai vestiti, a bordo campo un uomo tracagnotto osserva giocare le riserve dell’Arsenal, si chiama Herbert Chapman, ha ancora tosse e raffreddore dall’ultima partita, il medico gli ha consigliato di rimanere a casa, lui invece è lì nel fango, tanto in Inghilterra, specie d’autunno, il bel tempo è un giorno che accade; pochi anni prima, il 25 agosto 1928, in una partita contro lo Sheffield, Herbert fece scendere in campo l’Arsenal con i numeri sulla schiena, in realtà i primi a farlo furono gli australiani del Sydney Lichardt e dell’Hims Powerful nel 1911 ma solo con l’allenatore inglese ha inizio il sistema che adotta i numeri naturali come identificazione ordinata in cui il ruolo prevale sul calciatore.

Qualche mese dopo quella partita Chapman muore di polmonite, è il gennaio 1934, il nazismo ha preso potere in Germania, la grande depressione negli Usa sconforta economisti e psicologi, nelle Asturie c’è l’insurrezione anarco-comunista dei minatori contro il governo; a cinque anni dalla scomparsa di Chapman finalmente la Football Association decreta l’inizio ufficiale della sequenza dei numeri, dove il 2 è il terzino destro e l’11 l’ala sinistra.

LaPresse

Tutto netto, l’identità è chiara, siamo nel tempo delle contrapposizioni: di fascismo e comunismo, di buoni e cattivi, di indiani e cow boy, anche i numeri allora diventano qualcosa di più di numeri, sono un principio etico. Quando il giovanissimo Pelé, nel mondiale del 1958, trasforma il 10 in un mito le cose sono cambiate: c’è la tragedia della guerra fredda, l’Unione Sovietica di nuovo opposta agli Stati Uniti e l’economia in occidente pare essere il paese dei balocchi; in quel periodo ce n’è un altro di numero 10 leggendario, quello dell’ungherese Puskás solo che al contrario del fuoriclasse brasiliano è mancino.

Il Novecento è alla ricerca affannosa e continua della comprensibilità, esalta la scienza e si dispera nella lingua ascetica di Kafka, teme le zone oscure che sono troppe da sopportare, in corpo si porta due guerre mondiali e centinaia di altri conflitti – i cattivi sono a est, gridano a ovest, no i cattivi sono a ovest, proclamano a est; siamo nel secolo breve di Hobswabm, quello che inizia dopo per ubriachezza e finisce prima per improvvisa malattia o per eccesso di storia.

I numeri dei calciatori diventano epoche, come il 5 di Falcao a Roma o ancora una volta il 10, quello di Maradona a Napoli; eccezione, in questa sequenza, è il 14 di Cruijff anche se nel Barcellona fu costretto a indossare il 9 perché negli anni Settanta il regolamento obbligava ai numeri progressivi. Su certe schiene questi si asciugano, diventano il murale di un calciatore, escono dall’indistinto, prendono forma e figura, vita e carattere; sono numeri che si fanno identità sociale di un popolo, di una nazione, di una città, non sono solo il nome e la gloria di un atleta.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Nel 1978 il centrocampista Ardiles gioca con il numero 1 perché l’Argentina assegna i numeri in ordine alfabetico, secondo un regolamento militare; ci sono infatti composizioni e scomposizioni del campo, della tattica, dei nomi che ancora non esistono. Attorno a un numero si creano fuochi, racconti, leggende, il 10 di Totti si è trasformato in Roma, il 7 di Garrincha oggi è una condizione umana più che la narrazione di un paese, l’1 di un portiere irraggiungibile come Jascin racconta un’era, quella dei contraddittori anni Sessanta, che ha tagliato il Novecento. Il numero, nel calcio,

È una città imparziale
che non condanna gli stranieri,
una città che rapida ricorda
e lentamente scorda,
che tollera i poeti e perdona ai profeti
la mancanza di humour.

Sono i versi del poeta polacco Adam Zagajewski e il numero, sulla maglietta, è topografia accogliente di un singolo che si fa collettivo, quando l’individuo aveva l’ossessione della società di massa da trasformare, subire, esaltare o uccidere. Il numero 11, in questo ribollire, resta meno celebre di un 7 o di un 5, forse perché l’apice è arrivato con il numero precedente, il non plus ultra di ogni generazione.

©LaPresse Torino/Archivio storico

Poi arriva il 1995- 1996, i numeri smettono di avere un ruolo per essere effetti personali e non più sociali, un calciatore può decidere di scegliere in base a un gusto, un’esperienza, un desiderio, un capriccio, una moda: il turco Hakan Sukur scelse la numero 54 perché coincideva con il numero di targa della sua città; Fabio Quagliarella il 27 in memoria del giovanissimo Nicolò Galli morto nel 2001 e suo compagno nelle nazionali giovanili; poi ci sono quelli che preferiscono la data del compleanno proprio o della moglie, altri per ammirazione verso un vecchio calciatore o per una icona planetaria come Michael Jordan; l’intimità, insomma, la storia personale sulla schiena che ha preceduto l’algoritmo egocentrico di faceboook e di instagram del Duemila. Il numero sulla maglietta, alla fine del Novecento, per usare i limpidi versi del poeta Antonio Trucillo,

è una vetrina ad arco all’aperto,
una sgualcita operetta parigina,
di tanto in tanto è la fioritura
e il punto di bellezza

Questa vetrina inizia ancora prima, ai Mondiali Usa 1994, quando appare il nome sui numeri che diventano identità propria, egotica, non più legata alla squadra o alla nazione ma solo a se stessi; il nome non rivela più la posizione, il numero, il ruolo, i movimenti. La maglia si trasforma in un documento di riconoscimento in base al marketing, bisogna vendere e non creare miti, l’aspetto personale si muta in brand, il nome invade il numero. C’è stata la deflagrazione degli anni Ottanta con la caduta del muro secondo Hobsbawm, lasciando l’ultimo decennio sepolto sotto una frana i cui i confusi  calcinacci storici hanno portato“un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo”.  Di questo caos il calcio ne ha fatto capitale.

One Comment

  • giuseppe ha detto:

    e come non citare zamorano,che dopo aver promesso la sua maglia numero 9 a ronnie,adottò il 18,ma con un segno + tra l’1 e l’8,così da essere letto 1+8=9

Leave a Reply