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Il sinistro anarchico e folle di Omar Sivori

By 9 Giugno 2020

El Cabezon era una sorta di santo sporcaccione e anarchico, di rabbioso bohemien che trattava il pallone come fosse suo figlio a cui si vuole un bene morboso, ossessivo, da padre ansioso che prova orrore nel saperlo affidato ad altri

Giuda era il vero Cristo, quello che salvò l’uomo dalla morte eterna, dalla dannazione, dal giudizio finale che riduce l’uomo in polvere e colpa, a Giuda spetta l’ombra e non la luce, il buio e non la gloria, l’inferno e non il paradiso come sacrificio che non prevede resurrezione.

“Affermare che fu uomo e che fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. Kemnitz ammette che il Redentore poté sentire fatica, freddo, turbamento, fame e sete; è anche lecito ammettere che poté peccare e perdersi. Il famoso passo: «Salirà come radice da terra arida; non v’è in lui forma, né bellezza alcuna… Disprezzato come l’ultimo degli uomini; uomo di dolori, esperto in afflizioni» (Isaia, LIII, 2-3), è per molti una profezia del crocifisso, nell’ora della sua morte; per alcuni (per Hans Lassen Martensen, ad esempio) una confutazione della bellezza che per volgare consenso s’attribuisce a Cristo; per Runeberg, la puntuale profezia non d’un momento solo, ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei suoi destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo, fu Giuda”

Lo scrisse Borges nelle “Tre versioni di Giuda” e Omar Sivori, infuriandosi per questo racconto così simile a lui in campo, lo accusò di essere un rinnegato, un senza patria, un uomo privo di onore che, per odio verso il comunismo, aveva appoggiato le dittature di Videla e di Pinochet, prima di rimanere turbato dalla notizia di migliaia di persone torturate, uccise o scomparse.

Giugno 1957, Omar Sivori indossa per la prima volta la maglia della Juventus. (LaPresse)

“Dov’era Borges quando dal 1976 al 1983 sparivano in Argentina decine di migliaia di persone? Quando i neonati venivano strappati alle madri per essere regalati alle mogli sterili dei militari? Quando chi spariva veniva torturato ed ucciso e poi buttato nell’oceano o nei laghi in sacchi zavorrati? Quando nessuno era al sicuro, nemmeno gli stranieri? Dov’era Borges e perché non ha detto niente?”

Urlava Omar Sivori che in corpo aveva la morte del figlio Humberto, ucciso da un tumore a quindici anni poco prima del Mondiale argentino del 1978, quando i colonnelli già ammazzavano nei garage e nelle case, Borges pranzava con Videla e lui aveva smesso di giocare. Lui, Sivori, quello dei tunnel beffardi, quello dai calzettoni abbassati, quello dal sinistro anarchico e folle; era piccolo di statura, era esile ma cattivo, provocatore e geniale, appassionato di whisky, sigarette e poker.

Campionato 1957-1958: La Juve vince lo scudetto e nello spogliatoio, sotto le docce, Omar Sivori e Boniperti ascoltano le radiocronache delle ultime partite (LaPresse).

Lento quando portava la palla, non amava passarla ai compagni, gli sembrava un sacrilegio, poi illuminava il campo con dribbling e accelerazioni, aveva una naturale strafottenza fuori e dentro al campo che irritava compagni di squadra e avversari. Era rissoso, provocatore, con il suo talento cercava di rimpicciolire l’avversario fino a farlo sparire per lasciare spazio al suo immenso talento; lui mangiava, beveva, si allenava poco e solo quando gli andava, non aveva regole particolari, lasciava crescere i capelli corvini sulla cabeza grossa.

Gli piaceva fare gol ma un gol cattivo, diabolico e ridanciano – la sua faccia da indio arrivò corrucciata a Torino, la testa bassa e l’espressione di vecchio anche se aveva solo ventidue anni. La Juve lo acquistò dal River Plate, dove aveva vinto due scudetti, e lo pagò così tanto che venne ristrutturato lo stadio del River. Sivori era un tipo rognoso, cercava la rissa, giocava badando solo al suo calcio e manco si accorgeva di chi gli stava attorno. Lui la palla la nascondeva, sembrava costruire una cosa per poi farne un’altra, le sue giocate le camuffava, le nascondeva proprio come la Bibbia aveva fatto con Giuda per mostrare Gesù, secondo Borges.

Sivori demoliva le difese e gli avversari, detestava l’organizzazione e la disciplina, le urla degli allenatori e i loro schemi, roba che somigliava troppo alle dittature e poco all’invenzione.  Restò in Italia fino al 1968, undici anni, quelli del miracolo economico – l’Italia stava cambiando, da agricola a industriale, salari bassi e tanta manodopera, prodotto interno lordo in rialzo e frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, le Fiat 500 e 600; la televisione raggiunse tutte le regioni, il nord conobbe una decisiva crescita economica che non spettò al sud, da cui cominciò una forte immigrazione per trovare lavoro nelle fabbriche di Milano o di Torino.

1960, dopo essere stato espulso Sivori viene accompagnato fuori da Parola.

Con la Juventus Sivori vinse tre scudetti, tre Coppe Italia (’59,’60, e’65), giocò 215 partite e realizzò 135 gol, essendo oriundo andò in nazionale. Sivori picchiava i terzini prima che fossero loro a farlo, toccava la palla di volo, in mezza rovesciata, girandosi o sistemandosi di lato all’avversario, con comodo, lo aspettava per poi farne un pupazzo da luna park. Andò via dalla Juve perché l’allenatore Heriberto Herrera voleva corsa e disciplina e Sivori non aveva voglia né di correre né di obbedire, andò a Napoli nell’anno in cui Pasolini con il suo “Comizi d’amore” lasciava parlare gli italiani di sesso, di prostituzione, di omosessualità, di matrimonio e di divorzio facendo venir fuori un’Italia spaccata tra antico e nuovo, tra ipocrisie e titubanze, era il 1965.

Sivori amava poco la fatica fisica, lui era il genio ma come Caravaggio o Cellini era irascibile, aggressivo e dopo averti abbagliato con la luce del suo talento lo spegneva tra cazzotti, calci e inseguimenti sul campo. A Napoli la folla invase la stazione centrale per vederlo scendere dal treno, Sivori era una sorta di santo sporcaccione e anarchico, di rabbioso bohemien che trattava il pallone come fosse suo figlio a cui si vuole un bene morboso, ossessivo, da padre ansioso che prova orrore nel saperlo affidato ad altri.

Sivori con la maglia azzurra nel 1962 (Photo by Keystone/Getty Images)

All’inizio fu ancora il grande Sivori poi un grave infortunio, i litigi con il presidente del Napoli, infine nel dicembre del 1968 toccò appena il difensore della Juve Favalli il quale simulò il fallo, l’arbitro Pieroni espulse Sivori, si scatenò una rissa tra dirigenti, calciatori e riserve infine il calciatore argentino venne squalificato per sei giornate. Sivori decise di ritirarsi e di tornare in Argentina, anche se a Napoli portarono la sua statua in processione per convincerlo a rimanere; agli inizi degli anni Settanta diventò allenatore della nazionale argentina ma venne allontanato dopo un paio di anni, nel 1974, per aver criticato il rientro in patria di Peron, il presidente che ebbe in quel periodo l’appoggio della destra e dei militari.

Sivori era anarchico e conservatore, furioso e gentile, blasfemo e bigotto,  tornò in Italia, ripartì per l’Argentina, si ritirò in campagna, lontano da tutti, poi si ammalò anche lui di tumore come Humberto; nel 2005 il suo cuore, come il pallone calciato prima da Omar, si fermò per sempre.


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