Feed

Il vangelo personale di René Higuita

By 6 Novembre 2019

Chi è stato davvero il portiere colombiano e perché siamo stati stregati dal suo modo di giocare

Le opere di misericordia corporale, secondo quanto scritto nel Vangelo di Matteo 25, 35-44, sono sette e si fanno devote per l’estrema fragilità umana, per una condizione così caduca che le preghiere sono il modo migliore per ricordarla; allo stesso tempo le opere di misericordia sono un richiamo folle a non far della scordanza il mestiere di vivere.

Ecco, allora, la paranza pietosa del pianto e della sete, della fame e della morte, una litania ossuta che Gesù s’è messo a neniare pigliandoci di petto e guardandoci negli occhi con rabbia.

Dar da mangiare agli affamati.
Dar da bere agli assetati.
Vestire gli ignudi.
Alloggiare i pellegrini.
Visitare gli infermi.
Visitare i carcerati.
Seppellire i morti.

Roger Milla salta Higuita e segna alla Colombia durante Italia 90 (Photo by Allsport/Getty Images).

E lui, José René Higuita Zapata, andando a visitare in carcere Pablo Escobar nel 1991, confessò di averlo fatto per amicizia, per non abbandonare, come grida Gesù, chi marcisce in prigione lontano da qualunque affetto; e a chi lo accusava il portiere colombiano dichiarò: “Sono solo un povero peccatore”. Come la Maddalena, come gli storpi e i farisei dei vangeli, come chiunque sia al mondo senza che la colpa faccia sconti.

Il peccato è redditizio, muove capitali, fa campare bene, il peccato è la cosa meglio riuscita nel mondo così ci sta chi gode e chi gode ancora di più; le opere di misericordia sono un memento mori e Higuita, abituato al lusso sanguinario del famoso narcotrafficante, non provò vergogna andando a trovare Escobar a El Catedral, come si chiamava il penitenziario di Medellin che aveva ogni tipo di comfort.

All’interno si organizzavano feste, party, entravano e uscivano donne bellissime, i detenuti erano le guardie del corpo di don Pablo; far visita ai carcerati secondo il bene, dunque, anche se è un resort, un albergo a cinque stelle, pure se la carnazzeria della prigione più che espiare sta lì per bearsi. Ne El Catedral si giocò un’amichevole tra due squadre con Maradona (in quel periodo squalificato per cocaina) e Higuita, una folle partita a cui parteciparono anche gli uomini di Escobar; in serata ci fu una festa per dar tregua alla fame e alla sete e infine dare alloggio a Maradona e a Higuita.

Andy Lyons /Allsport

Di corporale, insomma, c’era più il piacere che la mortificazione, più il vino che la sete, più gli ignudi che i vestiti. E la droga, vizio che Escobar aveva da quando da giovane seguiva il Nadaismo del filosofo Gonzalo Arango: movimento di protesta contro le autorità, i genitori, le istituzioni, manifesto che attaccava l’ordine sociale dei due partiti politici colombiani (liberali e conservatori), i conservatori, la borghesia, le rivoluzioni di massa con scopi totalitari e i cattolici. Nessuna fede nessun idolo, era lo slogan.

Il portiere colombiano era a suo modo nadaista, volendo rompere gli schemi del calcio e le sue logiche affidandosi alla frantumazione della geometria rigida del portiere, costretto ai domiciliari dell’area di rigore da cui Higuita evadeva di continuo; per molti è stato, dunque, uno che ha cambiato il modo di stare in porta e non solo per i gol fatti nella sua carriera, più di cinquanta, ma anche per l’atteggiamento spregiudicato in campo, per i suoi dribbling a centrocampo, per le su finte, per i suoi morbidi stop, soprattutto per quella che è considerata la parata più famosa della storia, avvenuta il 6 settembre 1995 nell’amichevole che la Colombia giocò a Wembley contro l’Inghilterra.

Jamie Redknapp calciò un tiro – cross verso la porta avversaria, a quel punto Higuita, facendosi superare dal pallone, inarcandosi colpì da dietro con i talloni rimettendo la palla in campo. Ovazione, stupore per un gesto che il portiere considerò essere la parata più bella di tutti i tempi (per alcuni è quella di Banks su colpo di testa di Pelè, anche qui una clamorosa esagerazione) e non la più inutile.

Ci sono infatti due aspetti da considerare: innanzitutto si trattava di un tiro innocuo, privo di peso e anche se Redknapp avesse segnato c’era fuorigioco del centravanti inglese; e poi le parate si fanno con le mani, queste danno identità a un portiere, solo le mani rendono esclusivo il ruolo che altrimenti sarebbe uguale agli altri. I piedi, quando intervengono, sono extrema ratio, ultima possibilità, sono le stampelle lanciate da Enrico Toti contro il nemico.

Eppure per questo bizzarro evento ancora oggi tutti ricordano di Higuita, le sue mani sono considerate appendici inerti, non parte del suo corpo; ma è stato un buon portiere, bravo anche a parare rigori oltre che a realizzarli, solo che nessuno ne ha memoria: di lui restano le improvvise irruzioni a centrocampo con la complicità dei compagni, i suoi dribbling sotto rete, la sua strafottente irriverenza di cui approfittò Roger Milla raddoppiando a Napoli, Italia ’90, negli ottavi di finale tra Camerun e Colombia. Il portiere aveva provato a dribblarlo, perdendo la palla.

Piace Renè perché osa, perché non è come Zoff – glaciale ed essenziale quanto la scrittura di Carver – non è come Jascin, che non solo ha inventato come stare a porta ma ha cominciato anche a guidare da libero la difesa. Il colombiano gigioneggiava, impostava le azioni con il suo corpo grassoccio e piuttosto basso, con i suoi lunghi e riccissimi capelli neri e i baffi alla Lionel Ritchie.

Mark Thompson/ALLSPORT

Tipico portiere da televisione, in qualche modo ha anticipato il narcisismo divistico dei calciatori odierni, attaccati alla loro immagine come i tatuaggi alla loro pelle: li vedi mettersi in posa prima di battere una punizione, ravviarsi i capelli sempre tagliati di fresco, esibire i muscoli manco fossero gladi, le spade dei legionari romani.

Higuita ha giocato in tante squadre, con l’Atletico Nacional di Medellìn vinse una Coppa Libertadores e due Coppe Interamericane, è andato ramingo in Messico, Venezuela, Equador, Spagna con alterne fortune – ha avuto storie di droga, facendosi squalificare nel 2004 perché positivo all’antidoping, tre anni di squalifica prima di tornare a giocare e chiudere nel 2009. Lui, però, ama la televisione, va all’Isola dei famosi, programma che raccatta qua e là ex glorificati o spasmodici aspiranti al successo; alcuni anni prima, nel 1993, Higuita aveva fatto da mediatore per il rilascio della figlia di Luis Carlos Molina Yepes, un socio di Escobar: la ragazza era stata rapita per il tradimento di Molina nei confronti del ferocissimo narcotrafficante. Per liberarla vennero chiesti alcuni milioni di dollari, una piccola parte andò proprio a Higuita, poi condannato a sette mesi di galera che lo fecero escludere dalla rosa dal Mondiale USA ’94.

Nel frattempo Escobar era stato ucciso e deriso su un tetto. Meglio tornare indietro, al 31 maggio 1989. L’Atlético Nacional è in finale della Coppa Libertadores contro i paraguaiani del Club Olimpia. La partita si decide ai calci di rigore. Qui Higuita, concentrato, serio, sembra un portiere sovietico tanto è cupo, para quattro rigori e non esulta, gli servono le mani e non i piedi, deve parare non scartare qualcuno.  Lui, poi, segna anche il suo gol prima di tornare in porta e continuare a parare. E vincere.

Notte da portiere, notte da calciatore. Non è un vangelo esatto, Higuita, anzi è tutto storto, sbrindellato, dove protagonisti sono più i peccatori che le istruzioni per campare bene anche dopo la morte. “La base que tengo es que nacimos desnudos y así nos vamos. Le agradezco a Dios que tengo qué ponerme en los pies, un par de pantaloncillos, unos pantalones, una camisa”: vestire gli ignudi, una delle misericordie.

Cristianesimo concreto, non spirituale, appena un rattoppo delle parole di Gesù. “Llegué sin tener una casa, ahora tengo una casita”. Trovare ricovero, altra misericordia corporale. “Me han puesto como el más rico del mundo, me han puesto el más pobre del mundo. Pero verdaderamente, sí soy rico, muy rico, porque tengo dos pies, dos piernas, unas manos, tengo fe en Dios. Por eso soy rico.” Il corpo, ancora lui, unico atto di misericordia ancora possibile.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
E alla fine il giocattolo si è rotto. Forse per...