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Il viaggio al contrario di Thomas Amegnaglo

By 23 Maggio 2019

Un finto procuratore offre al togolese un contratto (inesistente) con l’Hapoel Tel Aviv. Arrivato in Israele, però, Thomas scopre che l’uomo è un reclutatore jihadista. Questa è la storia del suo ritorno a casa

Sognare il futuro, per scoprire che il passato era di gran lunga migliore, ma dovendo fare i conti con un presente zeppo di incertezze per impossessarsi nuovamente delle origini. Thomas Amegnaglo ha preso posto senza rendersene conto su una vettura delle montagne russe, di quelle da parco tematico dell’anima. Viveva in Togo, ha cercato l’eldorado in Israele, ma è stato costretto a tornare a casa, innescando un singolare episodio di immigrazione alla rovescia.

Il filo conduttore di questa storia è racchiuso in un viaggio, a ritroso, di 7mila chilometri, coperti da Tel Aviv a Lomè (capitale togolese) con ogni mezzo di trasporto, tranne l’aereo. Centoventitré giorni da completare con ogni stratagemma possibile, senza denaro e né documenti, per riabbracciare l’Africa. «La mia disavventura è iniziata nell’estate del 2014 – racconta – avevo 23 anni e venivo considerato un calciatore di buone prospettive. Sognavo un futuro in Europa, come Adebayor, il nostro fuoriclasse».

All’epoca Thomas giocava per l’As Douanes, la squadra delle dogane togolesi. Centrocampista dal fisico alla Desailly, aveva già raccolto qualche presenza in nazionale. La tavolozza si era arricchita di colori, il quadro prendeva forma, mancava solo un mercante d’arte che si materializzò nel franco-senegalese Roger, sedicente procuratore di calciatori. «Mi stregò con poche parole, prospettandomi un ingaggio nell’Hapoel Tel Aviv, uno dei club più gettonati del campionato israeliano». Lo scout in realtà selezionava giovani da trasformare in guerriglieri jihadisti nel cuore d’Israele, quando Thomas se ne accorse si trovava in un piccolo albergo di Tel Aviv, senza un soldo in tasca o un documento che potesse scacciare i fantasmi dell’improvvisa condizione di apolide, o peggio ancora, di clandestino.

Thomas Amegnaglo

«Pensavo fosse un incubo dal quale mi sarei svegliato, trovandomi di nuovo a casa, ma sfortunatamente non lo era, così ho preso coraggio, sono uscito in strada con una sacca che conteneva due t-shirt e un po’ d’acqua. Giuro, non avevo altro con me». Thomas ha camminato per tre giorni e due notti, ricordando di aver attraverso un bosco e una zona desertica, prima di arrivare Eilat, nel sud di Israele, sulle rive del Mar Rosso. «Dei nomadi incontrati sulla strada mi hanno aiutato, dandomi indicazioni e offrendomi un po’ di latte. Poi mi sono diretto in un piccolo campo per i rifugiati di Taba, scoprendo di trovarmi in Egitto». Nel campo profughi ottiene un documento, sulla cui validità ci sarebbe da discutere, per vivere provvisoriamente nel Paese, ma nessuna garanzia.

«Insieme ad altre persone senza speranza come me eravamo preda dei sudanesi che si trovavano nel campo. Ci ricattavano chiedendoci soldi, altrimenti minacciavano di riportarci in Israele. Io volevo arrivare in una zona più sicura. Così, facendo auto-stop e grazie all’aiuto di alcune persone generose, sono arrivato al Cairo. Mi ci sono volute due settimane». Lì Thomas riesce finalmente a contattare la sua famiglia, che ormai da parecchio tempo non aveva più sue notizie. «Mio padre e mia madre erano sconvolti. Avevano paura per il loro figlio. Al Cairo ci sono arrivato come uno straccione, senza scarpe e senza vestiti, ma poi ho iniziato a riprendermi». Nella terra delle Piramidi Thomas ci rimane per circa cinque settimane, inventandosi qualche lavoretto per raccogliere un po’ di soldi e proseguire il viaggio, facendo anche il tassista per mantenersi e vivendo in una stanza affittata con altre sei persone.

«Dal Cairo potevi partire per il sud dell’Africa, ma i prezzi erano troppo alti per me: dai dieci ai dodicimila euro. Non ho mai sognato di avere molti soldi, ma quella volta mi avrebbero fatto comodo. Così scelsi la strada verso la Libia, attraverso il deserto». La strada più economica, ma anche quella più pericolosa. Nel deserto non ci sono indicazioni. Se sbagli una strada, o esaurisci il carburante, sei spacciato. Anche l’autista va incontro a morte sicura. «Con i soldi messi da parte in Egitto sono partito insieme a una cinquantina di altri rifugiati, principalmente eritrei ed etiopi. Ci misero in due pk. Eravamo ammassati l’uno sull’altro, non potevamo respirare. Le donne piangevano. La cosa peggiore era che se cadevi, facevano finta di non vederti, e andavano avanti. Dopo sette giorni gli autisti egiziani ci hanno lasciato nel deserto nei pressi di Ghat, alle porte dell’Algeria».

Thomas Amegnaglo

Al confine i poliziotti algerini non fanno sconti: chiedono soldi a Thomas e iniziano a picchiarlo. «Alla fine ci hanno portato vicino a Bordi El Ahuas. Lì sono arrivati dei taxi. Io non avevo ovviamente più denaro, e così sono rimasto senza un posto dove andare. Con me c’erano altri ragazzi, i loro sguardi trasmettevano disperazione. È arrivata la polizia. Ci ha chiesto i documenti, eravamo clandestini e siamo finiti in galera». Le carceri algerine non hanno nulla da invidiare a quelle turche del film “Fuga di Mezzanotte”, il calvario per Thomas continua.

«Sono sempre stato una persona ottimista. In prigione, però, ero molto triste. Non avevo fatto niente di male. La cella non era altro che un buco sotto terra. Dormivi lì, facevi i bisogni lì e non uscivi mai. Durante una rissa, ho visto un ragazzo etiope morire. Sono stato fortunato perché, dopo un po’ di tempo, i soldati mi hanno portato a lavorare in un accampamento. Mi sono finto mussulmano, dicevo di chiamarmi Khalid. Poi sono riuscito a scappare di nuovo, durante una visita alla moschea, di venerdì. Sono rimasto nascosto tutto sabato, finché non ho incontrato dei pastori che mi hanno aiutato a raggiungere il nord del Niger». Paradossalmente la località di Assamakka è la tappa obbligata per chi dal ventre nero dell’Africa tenta la via della speranza in direzione Mediterraneo. «Io invece sognavo il mio eldorado percorrendo la strada al contrario. Tornando alle origini». Il resto della storia è quasi una passeggiata di salute, con le suole delle scarpe sempre più consunte e la capacità di Thomas nello spostarsi prima in Niger e infine in Togo. «Mi sento miracolato. Sono convinto che se riprovassi di nuovo il medesimo viaggio morirei dopo qualche centinaio di chilometri».

Thomas Amegnaglo

Thomas è tornato a giocare a pallone, prima a Lomé e da qualche mese in Spagna (senza trucchi e senza inganni) nel Vilanova, club di terza divisione di una cittadina a ridosso di Barcellona. «Per il pallone sono quasi morto, ma per il pallone sono tornato a vivere». Una sfera di cuoio che per il calciatore togolese ha un valore simbolico: il pallone non ha spigoli, non ha angoli a costringerti a cambiar direzione. Vai e cammini, cammini e ritorni ogni volta sopra i tuoi passi, in un viaggio che è sempre un ritorno.

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