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Breve elogio dell’identità tattica

By 7 Maggio 2019

Le quattro semifinaliste di Champions League sono accomunate da una grande riconoscibilità, la condizione orma necessaria e imprescindibile per raggiungere traguardi importanti

È un continuo invocarla e celebrarla, rincorrerla e afferrarla. Allenatori, giocatori, dirigenti e protagonisti del movimento calcistico se ne stanno sempre lì a parlare di identità. Identità di qua, identità di là. Un concetto tanto astratto quanto tangibile. Quando Matthijs De Ligt, alla vigilia dei quarti di ritorno contro la Juventus, ha detto che anche in caso di eliminazione l’Ajax sarebbe caduto da Ajax, senza snaturasi, rimanendo se stesso anche a Torino così come aveva fatto a Madrid, tutti noi abbiamo associato quell’idea di Ajax a qualcosa di chiaro e definito, a qualcosa che è, anche se priva di un corpo. Immateriale, ma talmente delineata da potersi quasi toccare con mano.

Prendere come riferimento la squadra olandese per approfondire il tema dell’identità rischia di essere fuorviante. In casa ajacide questo concetto è troppo ampio, non può essere ristretto solo alla ripetitività dei meccanismi di squadra proposti sul campo ma va esteso a un impianto di valori umani e sportivi che affondano le radici nella tradizione. Un’impronta che nel tipo di calcio espresso dalla squadra trova la sua più concreta e ideale realizzazione. L’identità che sentiamo evocare senza sosta è di un’altra natura: quella che riconduce all’insieme di princìpi di gioco sui quali una squadra costruisce deditamente le sue partite, così evidenti e reiterati da permetterci di tratteggiare con nettezza la sua natura tattica, il suo atteggiamento, la sua proposta calcistica, che rimangono sempre le stesse fino a cristallizzarsi.

identità tattica in Champions League

È il primo obiettivo che un allenatore che si siede su una nuova panchina vuole fissare. È la terra promessa di tutto il suo lavoro sul campo. Costruirla, tuttavia, è molto difficile. Non basta avere le idee chiare e convincere i propri giocatori a perseguirle perché una volta assimilate al meglio la squadra andrà praticamente da sola. Non è sufficiente ripetere i concetti teorici fino allo sfinimento, provarli sul campo ostinatamente fino a meccanizzarne gesti e movimenti. Non è abbastanza convincere della bontà di quel credo calcistico ogni elemento del gruppo fino a trasformarlo in una sorta di setta totalmente devota ad esso, al punto di affidarci senza remore il suo destino. Per raggiungere un’identità di squadra è necessario, ed è la parte più difficile, valorizzare al massimo le qualità del singolo per esaltarle all’interno del collettivo, dare rilievo a ogni colore per comporre il disegno che si ha in mente; creare un’alchimia tra i giocatori che li porti sempre a giocare connessi con i propri compagni, fisicamente, tecnicamente, tatticamente, e, in qualche modo, “spiritualmente”.

La questione dell’identità non è di certo una novità del dibattito calcistico. Tuttavia nel calcio contemporaneo la sua importanza sembra aver acquisito valore. Proprio l’Ajax, la squadra che segue con ossessione la stella polare del calcio totale, ha raggiunto la semifinale di Champions League dopo 22 anni. Merito di giocatori di indubbia qualità, qualcuno già destinato ai migliori club del mondo, ma non solo: se quel gruppo di ragazzini eccitanti e terribili è arrivato a giocarsi l’accesso alla finale è merito anche della profonda consapevolezza di quello che sul campo, insieme, devono fare. Sempre, ad ogni partita, contro qualunque avversario. Della fiducia cieca e incondizionata verso un’idea di gioco. Quella che nella visione di Allegri, eliminato dagli arcieri in modo perentorio, non è necessario coltivare. Per l’allenatore livornese, maestro della gestione e della lettura delle partite, l’identità di squadra è non avere un’identità. È saper essere versatili e trasformisti, cambiare pelle ad ogni occasione per adattarsi al gioco degli avversari e speculare sulle loro debolezze. La Juventus fa di quest’occasionalità una forza, ma i rischi, soprattutto quando si incontrano le migliori squadre d’Europa, sono grossi. Perché se non sei abituato a pressare alto o costruire dal basso, quando sei costretto a farlo non hai la giusta confidenza con i movimenti e le distanze, non puoi contare sulla familiarità con quella precisa strategia e finisci per soccombere con il tuo eclettismo.

identità tattica in Champions League

Insieme all’Ajax, nella cerchia delle quattro migliori d’Europa ci sono Tottenham, Liverpool e Barcellona, tutte squadre con una marcata identità, che sanno chi sono e cosa vogliono, e non sono disposte a tradire se stesse per nulla al mondo. Le due squadre inglesi sono guidate da allenatori, Pochettino e Klopp, che siedono sulle panchine rispettivamente da cinque e tre anni, ai quali è stato concesso tempo senza l’assillo del risultato, condizione necessaria per la costruzione di una forte identità (oltre, ovviamente, alla volontà di raggiungerla). Come è ben noto, dalle nostre parti il risultato è invece il mostro da sconfiggere subito, l’elemento che domina, indirizza e condiziona tutto, e che rende progetti simili di difficile realizzazione. In questo buio programmatico, una luce c’è. In questa spiccia frenesia, qualche esempio virtuoso di calcio identitario si distingue, come quelli portati avanti da Lazio e Atalanta, due squadre fedelissime al credo dei propri allenatori, nel bel mezzo di un progetto che continua da tre anni e che, guarda caso, si contenderanno la finale di Coppa Italia (per la Lazio è la seconda in tre anni) e probabilmente lotteranno punto a punto in campionato per un posto in Champions League.

Proprio i percorsi di Lazio e Atalanta sono due riferimenti perfetti per capire quanto, nel calcio di oggi, avere un’identità tattica cominci a sembrare la condizione necessaria e imprescindibile per raggiungere traguardi importanti. Entrambe, in questa stagione, sono passate attraverso momenti di difficoltà – come accade a quasi tutte le squadre -, dai quali sono emerse grazie all’acume dei propri allenatori ma soprattutto affidandosi a quel solido impianto di squadra che diventa un prezioso rifugio di certezze e un appiglio a cui aggrapparsi quando le cose, per un motivo o per l’altro, non girano. La Lazio ha dovuto fare i conti con il rendimento di Luis Alberto e Milinković-Savić, i due giocatori chiave della scorsa stagione che quest’anno sembravano irriconoscibili. Simone Inzaghi gli è andato incontro nelle difficoltà modellando i loro compiti da svolgere sul campo senza mai, però, intervenire sui princìpi cardine della sua filosofia di gioco, senza mettere mano al sistema e rinunciare all’idea di una squadra verticale che sfrutta al massimo le transizioni.

identità tattica in Champions League

Lo stesso vale per Gasperini e la sua Dea. Dopo un pessimo inizio di campionato dovuto alle scorie dell’eliminazione europea ai preliminari, all’astinenza da gol del nuovo attaccante Duván Zapata e a una condizione fisica non ancora eccellente per una squadra che per rendere al meglio deve correre tanto, Gasperini è intervenuto con qualche piccolo accorgimento individuale, ritagliando addosso al Papu un nuovo ruolo in cui può godere di più libertà posizionale, e ha continuato senza paura a puntare sulla sua idea di calcio, sulla pressione uomo su uomo a tutto campo e sul lavoro con le catene laterali. Poi Zapata si è sbloccato, le gambe hanno cominciato a girare come solo a Zingonia sanno far girare, la creatività del Papu è diventata ancora più centrale e l’Atalanta, la stessa Atalanta che vediamo da tre stagioni e per la quale è bello non smettere di meravigliarsi nonostante debba essere ormai considerata una realtà e non una sorpresa, ha iniziato a volare e ora si trova a giocarsi questo splendido finale di stagione. O ancora la Spal di Semplici, sempre riconoscibilissima e capace di raggiungere la salvezza per il secondo anno consecutivo; la Sampdoria di Giampaolo e il Torino di Walter Mazzarri, squadra dalla fisionomia marmorea che si trova in corsa per l’Europa che conta.

Come tutte le idee più ortodosse, anche l’estrema fedeltà a un credo ha i suoi terreni scivolosi. In questo caso, la cementificazione di un’identità, che prevede la costante riproposizione degli stessi macro-princìpi, rischia di cadere nella prevedibilità. Nonostante le infinite variabili umane che condizionano una partita di calcio e che mai, per fortuna, potranno essere intrappolate in uno schema o ingabbiate in una statistica, affidarsi sempre agli stessi meccanismi permette all’avversario di conoscere alla perfezione i tuoi pregi e difetti e favorisce le contromosse per arginare quei pregi e sfruttare quei difetti.

identità tattica in Champions League

A scardinare questa presunta rigidità ci sono i singoli e le loro scelte, c’è la fantasia, l’intuizione. E così Iličić resterà un rebus inestricabile anche se prima della partita sai che partirà da quella precisa zona di campo, hai la certezza che si muoverà in quel preciso spazio e scambierà con i giocatori che effettueranno quei precisi movimenti.

Dalle cronache delle ultime settimane pare che tutti i club più ambiziosi, in Italia e all’estero, vogliano affidare la loro panchina ad Antonio Conte. Un allenatore che ha costruito i suoi successi, prima alla Juve e poi al Chelsea (passando per un ottimo cammino da ct), grazie alla forte identità che è riuscito a dare alle sue squadre. Chiunque stia cercando di convincerlo ha fiducia nel fatto che la sua squadra, a un certo punto, giocherà in quel modo, porterà sul campo quell’idea, avrà una forma ben definita. Saprà chi sarà. Perché in fondo, anche nel calcio vale il pensiero del grande filosofo taoista Lao Ztu: «chi conosce gli altri è sapiente, chi conosce se stesso è illuminato».

Foto: Getty Images.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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