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In cosa si sta trasformando il Barcellona?

By 18 Giugno 2019
Nuovo Barcellona

Dall’addio di Guardiola il Barcellona si è progressivamente allontanato dalla filosofia derivata dall’esperienza di Cruyff per avvicinarsi a quella dei galacticos del Real Madrid

Dieci anni fa, il Barcellona raggiungeva probabilmente il punto più alto della sua storia, conquistando il primo di due triplete in sei anni e ponendo le basi per una nuova era, perfettamente coerente con la tradizione cruijffiana ma allo stesso tempo ricca di innovazione. Quel Barcellona, che avrebbe fatto scuola in tutto il mondo del calcio, portando una rivoluzione culturale ancora più impattante a livello globale di quelle generate dal Calcio Totale dell’Arancia Meccanica e dal Milan di Sacchi sul finire degli Anni 80, cominciò la sua ricostruzione dalle fondamenta storiche e ideologiche di una società che appare per molti aspetti un unicum nel panorama calcistico.

Preferire Josep Guardiola, uomo della Masia con nessuna esperienza sulla panchina di una prima squadra, a un allenatore titolato e con comunque un passato a Barcellona fu un atto di pura fede. Raccontano le cronache che Joan Laporta, catalano e catalanista nel midollo, non ne fosse poi così convinto. Che ci volle la lungimiranza di Txiki Beguiristain a convincerlo, e che fu lo stesso Guardiola a sfidarlo apertamente in un colloquio. “Lei si sente pronto ad allenare la prima squadra?”, avrebbe chiesto il presidente all’allora tecnico del Barcellona B. E Pep gli avrebbe risposto: “Io sì, tu invece hai le palle per affidarmela?”. Quel colloquio convinse Laporta che Guardiola era l’uomo giusto, che l’idea di rivoltare la squadra come un calzino, ribaltarne la filosofia di costruzione, ripartire dalla cantera e dai principi del calcio di posizione, fosse la soluzione migliore per tornare a vincere.

Oggi in molti sostengono che Guardiola vinse tre titoli al primo anno con una squadra con cui chiunque avrebbe potuto farlo. È un argomento diffuso tra i detrattori del catalano, che però dimenticano che quel Barcellona veniva da due anni senza titoli e da una stagione domestica terribile, chiusa al terzo posto, con 18 punti in meno del Real Madrid. Una squadra alla fine di un ciclo glorioso, questo sembrava il Barcellona di Rijkaard, con una disperata necessità di rinnovarsi e ripartire e le idee poco chiare sul come farlo.

Guardiola portò chiarezza e coraggio. Decise di azzerare tutto, chiese e ottenne le cessioni di Deco e Ronaldinho, fu costretto a tenersi Eto’o – che poi sarebbe stato protagonista del triplete, prima di andar via l’anno successivo. Mise la squadra in mano a un giocatore di puro talento ancora non del tutto esploso come Messi e a due centrocampisti bravi ma ancora lontanissimi dalle vette a cui sarebbero arrivati negli anni a seguire come Xavi e Iniesta. Ripartì da Piqué e da un tipo di calcio capace di sfruttare al meglio persino le capacità di un portiere peculiare come Victor Valdes, poi iniziò a lavorare sui ragazzi che aveva allenato al Barcellona B, mettendo Sergio Busquets davanti a Yaya Touré e lanciando Pedro Rodriguez.

Così il Barça costruì una stagione di successi sul campo e di dominio culturale. I trofei furono la logica conseguenza della filosofia di gioco, la filosofia di gioco il frutto di un cambio di prospettiva nella costruzione della rosa. Il Barcellona vinse 14 titoli in 4 stagioni con Guardiola, quanti ne ha conquistati nei 7 anni successivi, con un evidente calo di media. Ma a pesare più di ogni altra cosa, più di ogni astinenza o parziale carestia di vittorie, più di ogni complesso di inferiorità di ritorno nei confronti di un Real Madrid capace di conquistare tre Champions League di fila spezzando così l’egemonia blaugrana e minacciando di ricollocare al proprio posto le antiche gerarchie del calcio spagnolo, è la sensazione di aver dilapidato tutta l’eredità lasciata da Guardiola in termini di identità calcistica.

Nella finale della Champions League 2011, vinta a Wembley contro il Manchester United, giocarono dal primo minuto sette ex inquilini della Masia: Victor Valdes, Piqué, Xavi, Inesta, Busquets, Pedro e Messi, con Puyol che, al rientro da un infortunio, entrò nella ripresa. Il 25 novembre del 2012 il Barcellona di Tito Vilanova, vice promosso al ruolo di allenatore dopo l’addio di Pep, schierò una formazione composta interamente da prodotti del settore giovanile in una gara di Liga contro il Levante: Víctor Valdés, Martin Montoya, Carles Puyol, Gerard Piqué, Jordi Alba, Xavi, Sergio Busquets, Iniesta, Messi, Pedro e Fàbregas.

Nel 2015 il Barcellona era ancora il club europeo con il più alto numero di giocatori provenienti dalla cantera, ma gli addii di Xavi e Iniesta continuano ad assottigliare una pattuglia che oggi conta appena quattro titolari stabili: Piqué, Jordi Alba, Busquets e Messi. Non avremmo mai le controprove, ma è lecito pensare che 7-8 anni fa talenti come Riqui Puig e Carles Aleñá avrebbero trovato più spazio dei miseri 1.268 minuti messi insieme in due (quasi tutti appannaggio del secondo) nell’arco di questa stagione, e magari Abel Ruiz avrebbe trovato almeno un posto in panchina nella finale di Copa del Rey, vista l’assenza per infortunio di Luis Suarez. Ciò che è certo è che oggi i canterani, al Camp Nou, appaiono più che mai una specie in via d’estinzione.

Due episodi segnano la cesura tra quel passato e questo presente. Il primo è la vittoria delle elezioni presidenziali del 2011 da parte di Sandro Rosell, uomo Nike in Catalogna, portatore di una visione più commerciale e meno ideologica nella gestione della squadra da considerare certamente tra le ragioni all’origine della scelta di Guardiola di allontanarsi dal club dopo 4 anni. Il secondo e più triste è la morte di Tito Vilanova, ucciso da un cancro alla parotide il 25 aprile del 2014, dopo aver raccolto da Guardiola le redini della squadra e averla guidata per un solo tormentato anno vissuto tra campo e ospedali ma concluso comunque con la vittoria della Liga e il record dei 100 punti. Vilanova è stato certamente l’ultimo legame col Barcellona del tiqui taca e della Masia, da quel momento le scelte societarie hanno preso una direzione diversa, cercando di mantenere soltanto una parvenza identitaria più figlia di esigenze di marketing che non di una sincera visione complessiva.

L’arrivo di Luis Enrique dopo la pessima stagione col Tata Martino, ha restituito il Barcellona alla sua storia, ma il tecnico asturiano ha impostato un calcio diverso, con una rosa più vicina alla tradizione galactica del Real Madrid di Perez che a quella cruijffiana del Barcellona di Laporta. La vecchia dicotomia tra cartera (portafogli, in spagnolo) e cantera, che distingueva e allontanava le due grandi potenze del calcio iberico è andata progressivamente assottigliandosi fino a sparire. L’acquisto di Neymar, avvenuto dopo la fine della stagione di Vilanova, è sicuramente simbolo di questa svolta. Nemmeno le vicende giudiziarie legate al trasferimento del brasiliano e le conseguenti dimissioni di Rosell con il vice Josep Maria Bartomeu a prenderne il posto, hanno cambiato la sostanza.

Il Barça ha continuato a cercare sul mercato ciò che prima andava a pescare nel filiale. Ha fatto operazioni milionarie per prendere Suarez creando con Messi e Neymar il tridente d’attacco più forte nella storia del club, ma ha anche sperperato decine di milioni di euro per ingaggiare gente come André Gomes, Aleix Vidal e Paco Alcacer, impiegati poco e male, mai realmente convincenti, talvolta per propri limiti talaltra per la scarsa fiducia accordatagli. Ha preso Paulinho e Arturo Vidal, giocatori rivelatisi importanti ma completamente avulsi da quell’ideale di calcio propugnato da Cruijff prima e Guardiola poi. È andato a prendere Kevin-Prince Boateng per fargli ricoprire il ruolo di punta di scorta facendogli giocare la miseria di 303 minuti.

Nuovo Barcellona

Una libreria di una delle sale studio presenti nella Masia del Barcellona.

Dieci anni dopo il triplete di Guardiola, il Barcellona ha un allenatore come Valverde, che pur avendo nel suo curriculum da calciatore due stagioni nel Barça di Cruijff non sembra aver preso poi tanto dalle idee del maestro olandese. Fa un calcio che non punta al dominio attraverso al possesso e che nell’ultimo anno è apparso privo di idee corali e aggrappato esclusivamente ai lampi di classe di un Lionel Messi sempre più solo. Il processo di involuzione appare rapido e inarrestabile, eppure la società ha scelto di non cambiare rotta, confermando l’allenatore reduce da due clamorose rimonte subite da Roma e Liverpool in altrettante edizioni della Champions League e apparentemente allergico al lancio dei giovani talenti.

L’acquisto di Frenkie de Jong è l’unica notizia che finora fa sorridere il barcellonismo, perché il centrocampista dell’Ajax sembra essere nato per portare i principi del calcio totale verso nuove prospettive. Il resto è tutto un enorme punto di domanda all’interno di un panorama che resta fosco e all’orizzonte non si intravede un cambiamento o un ritorno alle origini. Guardiola è lontano e non tornerà, Bartomeu non vuole saperne di lasciare la poltrona, per le prossime elezioni presidenziali bisognerà attendere ancora due anni. Un orizzonte distante almeno quanto questo Barcellona lo è da quello di 10 anni fa.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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