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Gli scudetti si vincono davvero con la miglior difesa?

By 29 Aprile 2019

Per anni è stato detto che i titoli si raggiungono pensando prima a non prendere gol. Peccato, però, che questo dogma del calcio all’italiana sia smentito dai numeri

Gli scudetti in Italia hanno da tempo la stessa esegesi. Sono le difese a vincerli. Sarebbe anche una buona spiegazione, se solo fosse vera. Abbiamo imparato ad accettarla come un dogma, come un tratto essenziale del nostro calcio e della nostra unicità, lasciando che la cosa influenzi e condizioni il dibattito pubblico, le scelte dei presidenti, gli stili degli allenatori.

Con l’ottavo scudetto di fila alla Juventus, il quinto per sé più un altro al Milan, Massimiliano Allegri è il grande teorico contemporaneo di quest’atteggiamento che chiamiamo calcio all’italiana. Prendere un gol meno degli altri. È l’ideologia in cui l’Italia da sempre riconosce se stessa, ma per paradosso è pure lo specchio in cui si riflette provando vergogna, perché dentro vi scorge un senso di povertà. Visto da un lato o dall’altro, il difensivismo è sempre un pregiudizio.

Il minimo di Max
Nell’età delle contaminazioni e del calcio creolo, Allegri si è fatto predicatore di un calcio di genere. All’austerità del suo stile sente di dover dare una rispettabilità pubblica in assenza di complimenti al “bel gioco”. Al punto che il difensivismo pare oggi un tipo di calcio suo, molto più suo di quanto sia mai appartenuto ad altri.

Allegri ha vinto i sei scudetti personali sempre con la miglior difesa. Non era mai successo a nessun allenatore. Nella storia della Serie A soltanto Giovanni Trapattoni ha gli stessi sei campionati chiusi con il minor numero di gol subiti, ma due dei suoi 7 scudetti non sono arrivati grazie a quello.

Allegri ha un’ideologia minoritaria, un’attitudine toscana al ruolo di bastian contrario e un’esigenza di narrazione. Le fiere baruffe in tv per il risultatismo si spiegano così. Un’ode alle difese è nel suo libro recente È molto semplice (Sperling&Kupfer). Il titolo del capitolo 13 è: Per vincere un altro campionato dobbiamo subire meno gol di tutti.

Allegri la definisce «la scoperta dell’acqua calda» assimilando il concetto alle ovvietà di Catalano in Quelli della notte. Ma non argomenta. Non c’è una riga in cui spieghi questa evidenza, questa superiorità presunta della gestione sull’iniziativa. Scrive: «Vi assicuro che lo affermo perché alla base delle mie considerazioni c’è il conforto delle statistiche». Solo che non ce le mostra.

Attacchi-Difese 24 a 21
Se ce ne avesse mostrate, avremmo scoperto un’equazione meno immediata di quanto siamo indotti a credere. Prima che si radicasse questa egemonia juventina, nella storia dei gironi unici in Serie A ha pagato più spesso il maggior numero di gol fatti che il minor numero di gol subiti, con un bilancio di 24 scudetti a 21, esclusi i 18 vinti da chi non raggiunse né un primato né l’altro e i 17 conquistati da chi invece li possedeva entrambi.

Gli anni 70 erano stati fin qui la piccola epoca dell’irrilevanza degli attacchi, con un solo scudetto deciso dalla propensione al gol, vinto dal Milan di Liedholm nel ’79. Il decennio in corso è andato oltre, diventando con Allegri esclusivo, inedito, totalmente segnato dal difensivismo.

Fare più gol degli altri non è mai servito a vincere: né all’Inter 2011 né al Milan ’12, come al Napoli ’13 e ’17, alla Roma ’16, alla Lazio ’18, ed esiste la possibilità che la lista si allunghi con l’Atalanta di Gasperini. L’ultimo scudetto che le difese si sono lasciate sfuggire resta quello del 2007. Prevalsero gli 80 gol fatti dall’Inter di Mancini, mentre i 31 presi dalla Fiorentina servirono a Prandelli per colmare il -15 della penalizzazione di partenza.

Prima ancora si deve tornare alla rovinosa Roma del 2004, capace di non vincere pur avendo la miglior difesa insieme al miglior attacco, come le era già capitato nel 1931 e come poi successo al Torino di Radice nel 1977. Raccolse 50 punti su 60, ma la Juventus 51.

Storia di un dibattito
Una dittatura delle difese tanto spiccata è un fatto nuovo ben mascherato da antico. Perché antica è la questione. Il grande dibattito sul difensivismo si accende negli anni 50, quando il movimento italiano ha perso tragicamente i campioni del Grande Torino e deve inventarsi un modo per riallacciarsi ai due Mondiali vinti nel ’34 e nel ’38 da Vittorio Pozzo con il Metodo.

Il Metodo è una maniera di stare in campo che potremmo avere la tentazione di ridurre in termini contemporanei alla formula 2-3-2-3. È la grande matrice della nostra tradizione, il papà dell’arte del contropiede. Si opponeva al Sistema, per grandi linee diciamo un 3-2-2-3, brevettato in Inghilterra da Chapman con l’Arsenal, a sua volta evoluzione del passing game e antenato del possesso palla.

In italia gli scudetti si vincono con la difesa

Uno scatto del grande Arsenal di Herbert Chapman. Foto: LaPresse, PA/PA Wire.

Il calcio si divide da novant’anni sempre sulle stesse cose. Quando la Nazionale resta fuori dai Mondiali del ’58, dopo un’amichevole a Vienna, i giornali austriaci domandano: «Perché tanta preoccupazione difensiva, cari azzurri?». Il 25 marzo del 1958 Nino Oppio sul Corriere della sera rivela: “Il commissario tecnico Argauer voleva sapere da noi il motivo di questa paura. È una paura che ci viene dal campionato, dall’importanza che dobbiamo dare ai punti, dalla necessità di non perdere per fare classifica, per accontentare il pubblico, per salvare l’incasso domenicale. Da noi i tifosi non pretendono che la loro squadra giochi bene, esigono soltanto che essa vinca o perlomeno non perda». Sessantuno anni fa. È già tutto lì.

Il ruolo di Brera
È con Gianni Brera che la discussione sulla maniera di stare in campo diventa una faccenda culturale. Brera teorizza la necessità italica di un calcio di rimessa per inferiorità di razza, per carenza di proteine. L’invenzione del Catenaccio, cioè l’aggiunta del libero alle spalle dei difensori, con lui diventa una questione di etnografia e motivo di scontro critico.

Quando comincia a ragionarci è in minoranza. Nel rispondere a un lettore di Repubblica, 40 anni dopo spiegherà: «La polemica è stata tristissima. Da un lato il fior fiore dei tecnici (Viani, Frossi, Foni, Rocco, Lerici), dall’altro i conformisti, gli ignoranti e i giornalisti incompetenti. Antidoto immediato alle brutte figure del WM, il catenaccio, cioè il ritorno al metodo con i due terzini centrali d’area. L’inferiorità numerica in centrocampo e in attacco costringeva i seguaci del nuovo-antico verbo a serrare le file, ad ammucchiarsi in difesa: da questo mucchio si poteva uscire (sortire, secondo il gergo ossidionale) con rilanci in contropiede. Su questa tattica abbiamo vissuto anni. Poi l’hanno imparata tutti. Oggi il contropiede viene lasciato agli avversari dai soli nesci e dai presuntuosi. Ne deriva per me una convinzione: che tutto il calcio sia contropiede».

In italia gli scudetti si vincono con la difesa

Alla fascinazione delle sue idee cedono pian piano quasi tutti, con l’eccezione della scuola giornalistica napoletana capeggiata da Antonio Ghirelli, Gino Palumbo e Maurizio Barendson. Ghirelli sostiene che «si gioca per lo 0-0 come si vota Dc, realizzando una società fatta di furbizia, immobilismo, parassitismo, tenace conservazione dei privilegi» (Intervista sul Calcio Napoli, Laterza, 1978).

Trapattoni attacca, Sacchi difende
Queste sono le radici della discussione che Allegri riprende e rilancia. Ma la faccenda è più complessa di come la racconta. Le figure più rilevanti del gioco di trincea hanno vinto grazie all’attacco e profeti del gioco propositivo hanno vinto con la difesa. Nereo Rocco ha chiuso tre campionati con la miglior difesa ma i suoi due scudetti al Milan li ha vinti entrambi quando ha avuto il miglior attacco (4 volte in carriera), primato di gol che Arrigo Sacchi non ha mai raggiunto.

Il suo unico scudetto fu figlio della miglior difesa. L’eretico Bernardini del calcio dai piedi buoni ha avuto per 4 stagioni la miglior difesa. Il cauto Trapattoni è l’allenatore che nella storia della Serie A ha chiuso più spesso con il miglior attacco (6 volte) e più spesso con uno dei primi tre (17 volte). Non è mai bastato speculare neppure a chi speculava. Gipo Viani, l’inventore del libero, per otto volte ha avuto una squadra fra le tre più offensive. La realtà è sempre più complessa delle nostre teorie.

In italia gli scudetti si vincono con la difesa

Quando la difesa non basta
In Italia è stato più frequente di quanto si dica avere una buona difesa e restarne incastrati. Ammucchiarsi è più facile che costruire, ma è una risorsa che da sola contiene un limite. Ha ispirato piccole grandi imprese di provincia, tutte senza una gloria definitiva. Se davvero fosse verità il Vangelo che Allegri predica, avremmo avuto due scudetti a Trieste sul finire degli anni 30, uno a Modena nel ’47, a Padova nel ’57, a Perugia nel ’79.

Sono molti i rovesci per essere trattati come eccezioni. Il Novara del ’41 e il Bari del ’43 retrocessero con la terza miglior difesa, il Bari del ’61 con la seconda. Sempre con la seconda difesa l’Atalanta è stata terzultima nel ’55, il Napoli ha galleggiato al nono posto nel ’73, il Como di Mondonico al nono nel 1987. Il Genoa di Scoglio ha chiuso undicesimo nel 1990 con la terza difesa. Segnare tanto ha quasi sempre pagato di più. Le vere grandi incongruenze si riducono a quattro episodi in tutto: finirono dal decimo posto in giù il Verona di Cadé nel ’69 e il Genoa di Simoni nel ’77 col terzo miglior attacco, l’Udinese di Vinicio e Zico nel 1985, il Lecce di Zeman col secondo.

L’estero e noi
Non esiste all’estero l’idea che si vinca difendendosi. Nell’ultimo decennio l’Inghilterra ha premiato una volta solo chi ha subito di meno (il Chelsea di Mourinho). In trent’anni di Liga, la Spagna ha assegnato 20 scudetti ai migliori attacchi. Le difese sono state casomai la risorsa usata per scardinare il potere di Barcellona e Real Madrid nel libro d’oro dalla Real Sociedad, il Valencia di Benítez, l’Atlético di Simeone.

In italia gli scudetti si vincono con la difesa

Il Barcellona di Van Gaal fece suo lo scudetto del ’98 con la sedicesima difesa, peggiore di due delle tre retrocesse. In definitiva che cosa sia questo calcio “furbo e di retroguardia” caro a noi italiani viene chiarito da Mario Sconcerti in Storia delle idee del calcio (Baldini Castoldi Dalai, 2009). «Credo sinceramente che il calcio all’italiana sia stata una delle più importanti conquiste del pensiero italiano del Novecento. Il libero assomiglia fisicamente alla scoperta della ghiandola pineale di Cartesio piazzata in mezzo alla fronte come sede dell’anima. Il centro delle nostre difese, del nostro modo di essere. Credo che trovare nel calcio il libero, cioè un giocatore che corregga e renda pulito il lavoro di tutti, sia un incrocio tra il pragmatismo mistico di Weber e il fordismo americano. Sono disponibile a credere a una quantità strabiliante di altri superlativi tattici, ma non c’è nessun dubbio che il difensivismo abbia finito per isolarci. Perché gli abbiamo dato un’impronta salvifica, una modernità definitiva che non poteva avere. Invece era una semplice formula di gioco solitaria, forse tatticamente elitaria perché molto pratica, quindi vitale e realistica, ma alla lunga perdente perché evitava il confronto. Avevano ragione quelli che ci incontravano e protestavano. Noi giocavamo secondo la nostra tattica e il nostro sentimento, ma loro non vedevano altro che una squadra difendersi e cercare l’errore dell’avversario. A volte perdevano loro, vincevamo noi, ed erano i momenti peggiori perché non ci piaceva come avevamo vinto. Però ci sentivamo portatori di un virus implacabile, algido e inalterabile. Una vera democrazia del calcio. Giocare all’italiana era un pericolo solo per i più bravi».

 

La scheda

Miglior attacco
6 volte Trapattoni
5 Capello
4 Rocco e Zeman

Più volte nei primi tre attacchi
17 volte Trapattoni 17
9 Helenio Herrera e Liedholm 9
8 Eriksson, Viani, Zeman

Miglior difesa
6 volte Allegri e Trapattoni
5 Capello
4 Bernardini, Chiappella, Radice

Più volte nelle prime tre difese
11 volte Ancelotti
10 Capello e Trapattoni
9 Liedholm

Foto: LaPresse.

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