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In Serie A si va piano


By 14 Novembre 2019
La Serie A va piano

È servito Papu Gomez ad aprirci gli occhi sull’evidenza: in Europa le squadre hanno più intensità di quelle italiane, sono più abituate al calcio del momento, ritmico e fuori controllo.  Liverpool-City insegna

Passare dalla crème della Premier al campionato italiano è stato un rito obbligatorio per gli appassionati di calcio che hanno deciso di trascorrere il pomeriggio festivo sul divano. C’era Liverpool-Manchester City, piazzato alle 17.30 italiane, subito dopo la fine delle nostre partite delle 15, appena prima il match dell’aperitivo tra Parma e Roma, come se fosse fatto apposta per obbligarci al paragone. Beffardo: non esisteva scusa per il perfetto calciofilo.

Si poteva (doveva) guardare la prima mezz’ora della supersfida di Premier senza la tentazione dello zapping, come antipasto del meglio di giornata della Serie A, ovvero Juventus-Milan, fissata in serata. Al massimo si poteva rimbalzare al Tardini, per sbirciare l’andazzo del match delle 18, giustificato per questioni di tifo, meno per quelle fantacalcistiche, per niente per godere di calcio. Perché Liverpool-City scorreva inesorabile davanti ai nostri occhi e ogni secondo che passava appariva sempre più inarrivabile, per noialtri. Un orgasmo calcistico, seppur imperfetto nella tattica, o forse proprio per quello.

Guardare il meglio della Premier League a cavallo delle partite del campionato italiano è stata un’esperienza alienante ma anche educativa. Ci ha obbligati a paragonarci e a riflettere, di nuovo, sullo stato del nostro calcio. Non tanto in termini di qualità assoluta, ma di direzione del gioco, soprattutto perché ai nastri di partenza l’annata in corso era considerata quella del rinascimento, dell’avvento di un nuovo corso. È presto perché l’evoluzione richiede tempo, ma è anche vero che stiamo procedendo lentamente. Siamo ancora lontani dal modello europeo, che nella Premier trova la massima espressione, seppur ci siamo avvicinati rispetto a qualche anno fa.

La Serie A va piano

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Sostenere che il calcio espresso dalle due migliori squadre inglesi sia un modello può essere oggetto di contestazione, eppure i fatti dicono il contrario, al momento, perlomeno per quanto riguarda il Liverpool: ha ipotecato la vittoria della Premier dominando il City (ora lontano 9 punti) e siamo solo a novembre, ed è campione d’Europa in carica. Soprattutto ha interrotto il dominio del Real Madrid e del suo gioco di controllo cerebrale con un’idea di calcio feroce, aggressiva e verticale, coronata nell’ultima stagione dalla capacità di alternare momenti di pressione forsennata a periodi di possesso pulito e ragionato.

È quindi il nuovo modello, il Liverpool, perché si basa sul calcio iper-ritmico di Klopp ma ha avuto la capacità di non rimanerne vittima, come è accaduto alle precedenti squadre del tecnico tedesco. È un riferimento contemporaneo perché sta rendendo quel calcio applicabile lungo tutta la stagione, senza particolari picchi di splendore ma con una costanza estesa, e sta raccogliendo parallelamente risultati, cancellando l’idea che quel gioco fosse insostenibile nel lungo periodo. La direzione verso la quale conviene andare è quella indicata da Klopp.

Anche Guardiola si è adeguato al nuovo calcio. Basta osservare il ritmo a cui viaggia il City, del tutto diverso rispetto a quello del suo Bayern, per non dire del suo Barcellona. Così, il big match di domenica è stato un manifesto del calcio ideale del momento. Al ritmo è stata abbinata la qualità. Ed è proprio questo il punto, la differenza tra loro e noi: alle nostre squadre manca la capacità di inserire questa qualità in un vortice in cui è ridotto il tempo e lo spazio per pensare ed eseguire le giocate.

La Serie A va piano

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

I giocatori del campionato italiano non sono inferiori individualmente, sono semmai meno allenati a giocare nel caos. Faticano quando attorno a loro non c’è ordine e in quei casi provano ad afferrare la partita che altrimenti sfugge al loro controllo, alle loro conoscenze, e a ricondurla in un ring a cui sono abituati. Organizzano, anziché adattarsi alla disorganizzazione apparente.

All’estero il “trambusto” è accolto a braccia aperte, i calciatori sanno conviverci, non sembrano mai a disagio all’interno di esso. Non capita nemmeno a quelli più tecnici e riflessivi, come Bernardo nel City, ad esempio, o Firmino nel Liverpool, semmai questi imparano a conoscere il contesto e si adattano, senza snaturarsi del tutto e diventando degli spigoli sicuri per la manovra della squadra, menti diverse in grado di ordinare il caos in alcune situazioni, senza la pretesa di stravolgere l’intera partita.

Le nostre squadre faticano in Europa perché oltre i confini trovano un altro calcio e devono sforzarsi per esserne all’altezza. In sostanza entrano in un ambiente ostile, sconosciuto, che invano cercano di trasformare in qualcosa di familiare. I numeri sottolineano la difficoltà: siamo attualmente settimi per punti Uefa accumulati in stagione, addirittura dietro Portogallo e Scozia, oltre che Germania, Olanda, Spagna e Inghilterra. Al netto della qualificazione anticipata della Juventus, la situazione è in bilico per tutte le italiane: Lazio è quasi fuori dall’Europa League, uguale l’Atalanta in Champions, rischia la Roma, all’Inter serve un’impresa, al Napoli un passo che vista la situazione non è scontato.

La Serie A va piano

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

È servito Papu Gomez, in un momento di meravigliosa lucidità nel post partita di Atalanta-City, per aprirci gli occhi sull’evidente: loro hanno più qualità, ma anche più ritmo e intensità, ha spiegato. Parole già sentite, ma che pronunciate dal capitano della squadra italiana più “europea” nello stile di gioco (ritmo, pressione, intensità) fanno impressione. E aprono gli occhi.

Papu parla di “pressing, che in Champions fanno tutte, e lo fanno a mille all’ora, mentre in Italia non lo fa nessuno”, e quindi, come è ovvio, nessuno lo fa a mille all’ora. E parla di intenzioni, di mentalità, perché “in Europa giocano tutti per vincere e nessuno difende”, mentre in Italia, implicito, si tende a speculare, conservare, ragionare sul risultato. In altre parole, gli altri sono più abituati al calcio del momento, ritmico, intenso e fuori controllo, sono disposti a non essere padroni della partita e a farsi trasportare dagli eventi, perché ci si allenano dentro, questo calcio, con allenamenti coerenti e partite di quello stampo ogni fine settimana. Si abituano a fare cose diverse che i giocatori del nostro campionato non fanno, o meglio, a pensare in maniera differente.

E le stesse giocate, gli altri sono costretti a eseguirle in meno tempo e con meno spazio a disposizione. Così risparmiano energie, non tanto fisiche ma mentali e nervose. Non devono forzarsi, la loro mente è leggera, così sono a loro agio. Le nostre squadre, invece, sono costrette a snaturarsi, adattarsi, quindi bruciano le scorte. Ecco perché le squadre italiane sembrano più stanche, e pagano soprattutto nei turni successivi alle infrasettimanali europee, mentre le altre vanno sempre a mille all’ora, pur giocando lo stesso numero di partite, se non di più.

In Serie A si va piano

(Photo by Alex Grimm/Getty Images)

Dopo aver visto la Roma a terra, l’Atalanta piatta come poche altre volte di fronte alla Samp, che per inciso ha sbagliato a scegliere Di Francesco per le caratteristiche dei giocatori, ma anche a sacrificare un’idea di gioco brillante sull’altare dei risultati perché questa rinuncia rapida di fronte alle difficoltà è uno dei principali freni all’evoluzione della Serie A, abbiamo guardato Juventus-Milan. Che ha confermato la tendenza: il ritmo non è stato basso, potremmo addirittura considerarlo sopra la media del nostro campionato, ma è proprio questo il punto: altrove sarebbe invece ampiamente sotto.

Il vecchio detto per cui “il campionato italiano non è allenante” è quindi ancora attuale, se l’obiettivo implicito è prepararsi per il calcio continentale. E visto che quest’ultimo sembra quello più competitivo, sarebbe il caso di adeguarsi, velocizzando un cambiamento che abbiamo solo avviato ma senza troppa convinzione. In fondo, le competenze non ci mancano, ci manca solo il coraggio per metterle in pratica.

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